La libertà d’espressione diventa individuale

In Francia cercano di far diventare la libertà d’espressione una forma individualistica. E’ giusto che vengano fermati i vari “happy slapping”: la ripresa di video di persone picchiate “per scherzo” e la loro diffusione. Ma nello stesso tempo non si può, e non si deve, ricorrere alla censura per fermare una libertà, pur sbagliata in certi casi, guadagnata con immensi sacrifici da tutti gli uomini che si ritengono, a ragione, democratici e liberi.

Meno di venti giorni orsono avevo letto sulla cultura del controllo che sta rapidamente prendendo piede in Francia e che, con la solita efficienza transalpina, sta già trasformandosi in normative. Allora era la preoccupazione per un decreto che stabilisce una Commissione nazionale per la deontologia dei servizi online, oggi è la
l’approvazione da parte del Consiglio costituzionale francese di una legge che proibisce la ripresa e la diffusione di immagini di violenza, a meno che a farlo non siano giornalisti.
La legge nasce per contrastare la moda dello “happy slapping“: la ripresa di video di persone picchiate “per scherzo” e la loro diffusione. La verità è che sotto la legge ricadrebbero anche le attività di giornalismo “dal basso“. Niente più video di poliziotti che abusano della loro autorità, per esempio.
E’ l’esempio plasticamente più evidente di una cultura che immagina una libertà di espressione a più livelli, con categorie più abilitate di altre ad esprimersi (es.: i “giornalisti“). Ma il principio della libertà di espressione stabilito dai moderni ordinamenti costituzionali occidentali – dal quale storicamente deriva il diritto alla libertà di stampa – concerne gli individui, non gruppi sociali o professionali.
Fino a qualche anno fa il problema si poneva relativamente, ma con l’accesso virtualmente universale alla comunicazione pubblica offerto da internet e dalle tecnologie digitali, questo diritto è diventato “più diritto” di prima. E questo pone, come è noto, dei problemi. Problemi che non possono, anzi non devono essere risolti creando una diversificazione della libertà di espressione e della
libertà di stampa. I principi sono sacri in quanto tali e proprio come (pseudo)giornalista provetto che fa questo “mestiere” da 1 anno mi preoccupo e mi adiro. Nessuno – d’altra parte – potrà garantire che in un’altra fase storica, o semplicemente con un altro governo, anche i “giornalisti” siano a loro volta divisi in categorie diverse cui è consentito di osservare e riferire certe cose
e altre cui invece è proibito.
Come leggevo due settimane orsono: “In un Paese come il nostro che ‘guarda all’Europa’ quando gli fa comodo e che straparla di cose che non conosce, come fece qualche tempo fa il ministro Fioroni, il modello francese
è preoccupante. Più per la cultura del controllo che dissotterra, che per le conseguenze reali che potrebbe determinare
“.
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