Un po’ umani, un po’ computer

Justin Rattner, CTO di Intel, in occasione delle previsioni fatte per i festeggiamenti dei primi 40 anni della società, ha prospettato uno scenario dai tratti fantascientifici, dichiarando che il confine fra gli esseri umani e le macchine diventerà sempre più labile. Fra gli esempi citati da Rattner, i microchip inseriti nei corpi per rimediare al deterioramento degli organi o per sbloccare le arterie e i sensori che entreranno a far parte del nostro apparato circolatorio con funzione di controllo del livello degli zuccheri o della frequenza del battito cardiaco.

In questo modo i rilevatori avviseranno direttamente il nostro medico, quando riscontreranno qualche problema di salute. Secondo queste prospettive il computer o parti di esso non saranno più strumenti nelle mani degli uomini, ma parte dell’individuo stesso, elemento integrante della sua struttura biologica.

L’interazione fra esseri umani e macchine non sarà più strumentale, determinando una prevalenza dei primi sulle seconde, ma comporterà una forma di sinergia, nella quale la macchina diventa complementare alle funzioni dell’organismo umano.

La “meccanizzazione umana” apporterà delle novità anche nel modo in cui l’individuo concepirà la macchina, vista nel senso di un’ “umanizzazione del computer”, per arrivare a forme di vita ibride, difficilmente distinguibili nei due elementi fondamentali: uomo e tecnologia.

Naturalmente Rattner non arriva a tanto, limitandosi a prospettare solo il ruolo fondamentale e innovativo del computer nella nostra vita e le sue suddette applicazioni nel campo della salute e della medicina. E’ certo però che la via verso forme di vita integrate è del tutto aperta e se erano in molti a pensare ad un soccombere dell’uomo di fronte alla macchina, ci si dovrà ricredere, pensando più che altro ad un’assimilazione reciproca.

Da questa compenetrazione si originerà un uomo che sarà rinnovato anche nella sua psiche, in seguito al suo doversi adattare a considerare i pezzi della macchina come pezzi di se stesso, in questo suo doversi creare un’immagine di se stesso che comprende anche la macchina, in questo suo doversi disegnare mentalmente una nuova identità che implica non solo “la macchina con sè”, ma anche “la macchina dentro di sè”.

Umanoidi che hanno incorporato la macchina, che l’hanno “ingoiata”, quasi come un tentativo di voler diventare come essa, appropriandosene ed assimilandola. C’è da chiedersi se da questa fusione verrà fuori più “una macchina umanizzata” o “un uomo meccanizzato” o piuttosto se sarà il primo passo verso un’ulteriore tappa evolutiva. Dopo l’homo sapiens sapiens, “l’homo robot”.

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