A volte… la carta
La tecnologia va bene sempre e in ogni caso secondo voi? Moltissimi mi diranno sicuramente di sì, altri - come Stefano, amico e collega su Citynews - risponderanno non sempre o addirittura spesso è meglio di no. E se vi raccontassi qualcosa che non è tecnologia ma funziona allo stesso modo, cosa mi dite, vogliamo provare? Iniziamo allora.
Anni fa, molti anni fa, non c’erano i pc, i telefonini ultradimensionabili, i palmari o i subnetbook, ma la gente scriveva e disegnava, o semplicemente prendeva appunti, allo stesso modo perché c’era la carta e c’era la penna. Facciamo alcuni esempi. Oggi - era di ozi sfrenati e uso spasmodico del pc/palmare/iPhone - carta e penna vengono usate di rado e solo al momento dell’estremo bisogno: un appunto al volo, un codice di acquisto ricevuto per telefono e via dicendo.
Altro esempio. Cosa succede quando accendiamo lo stereo in macchina: pigiamo nel pulsante di accensione (solitamente quello del volume), inseriamo il nostro bel Cd preferito (in quel momento, al massimo di quel giorno) e scegliamo l’album che vogliamo ascoltare sulla directory principale degli Mp3 contenuti sul Cd. Se poi possediamo un’auto abbastanza recente, allora non resta che inserire l’iPod sulla dock in plancia e così evitiamo pure quei pesantissimi Cd.
Un ultimo esempio: fino ad una decina di anni fa le notizie venivano ancora lette nei giornali di carta, se volevamo prendere tutti i cori della notizia eravamo costretti a comprare molti più giornali dal nostro edicolante di fiducia (che spesso era quello sotto casa). Oggi il giornale si chiama “Internet” e l’edicolante si chiama “Personal computer”.
Secondo voi una volta - dieci o quindici anni fa, non tantissimi -, la gente non scriveva come oggi, oppure non leggeva i giornali come facciamo adesso o non ascoltava musica come facciamo tutti? Certo che le faceva tutte queste cose, anzi forse meglio di come vengano fatte oggi (a livello qualitativo è certo, forse in termini quantitativi probabilmente no… ma è meglio così?), però diremo che le cose - in termini pratici - venivano fatte con molto più impegno di adesso. Leggere il giornale appena alzati, possibilmente mentre si faceva colazione (stile American beauty diranno molti) era un impegno serio e spesso faceva iniziare la giornata meravigliosamente… se si leggevano buone notizie chiaramente. Quando si andava fuori con gli amici era normale - come lo è anche adesso - fare una serie di foto per ricordare l’evento. Si usavano le macchine fotografiche a rullino… finite le 36 pose si portava il rullino dal fotografo e si facevano sviluppare. Dopo un paio d’ore si andavano a prendere e si guardavano le bellissime foto scattate (e certo che anch’io ho buttato centinaia di foto sgranate o sopraesposte, che pensate!) con occhio critico, ma non troppo, pensando - sempre, ogni volta - “con le prossime foto starò più attento”. Ma non era mai vero: non si potevano controllare subito dopo averle scattate. Però io mi ritrovo a casa centinaia di foto sviluppate anni fa che mi fanno tornare in mente ricordi bellissimi.Allora la tecnologia era molto vaga.
Oggi come ci teniamo informati? Ma con la rete, è chiaro! Abbiamo ormai tutti - o quasi - la nostra bella connessione internet col nostro ultimissimo modello di pc sempre acceso e a portata di mano. La mattina (per chi può) mentre si fa colazione si leggono i feed rss dei siti web a cui siamo abbonati, si sfogliano i giornali online abitudinari, si scrivono i primi commenti ai blog o sui social network che frequentiamo più spesso e si legge la posta elettronica manco fossimo a capo di una mega-multinazionale dell’elettronica dove tutto il mondo dipende dalle nostre risposte. Quando andiamo in vacanza con la famiglia/amici diventa imprenscendibile la nostra fotocamera digitale da millemila pixel per fermare l’immagine del pupo mentre fa la cacca sull’erba o, in caso fossimo single e usciamo con gli amici, scattare una fotona al deretano del nostro miglior amico mentre raccoglie farfalle nei campi. Il bello di tutto ciò è che se la foto fa pena, esattamente come faceva pena quindici anni fa, abbiamo la possibilità di cancellarla immediatamente e senza pensarci un secondo in più del dovuto: prodigi della tecnologia. Ma se siete ventenni o giù di li, la fotocamera l’avete sempre dietro, anzi, in più vi permette anche di telefonare. Ancora una volta prodigi della tecnologia. Ma era così difficile leggere il giornale di carta o usare la macchina fotografica a rullino?
Una domanda a tutti voi: cosa usate per prendere appunti in caso foste senza pc/palmare/telefonino e diavolerie varie? Se siete maniaci dell’hi-tech, sicuramente li mandate col pensiero al vostro social network nello stesso istante che il vostro interlocutore vi detta l’appunto, ma se per caso non lo siete, allora in quel caso usate sicuramente un taccuino e una penna. Sbaglio? Certo che non sbaglio!
Ma cosa fa la differenza tra un appunto sul foglio di carta e scriverlo sul palmare/telefonino? Che ci crediate o meno, la differenza sostanziale tra la carta e il palmare è praticamente nulla, anzi, il più delle volte è meglio il classico taccuino che il palmare. Statemi a sentire e ve ne darò prova.
Prezzo. Un palmare al giorno d’oggi costa qualche centinaio di euro, mentre il taccuino al massimo vi costa 5 euro.
Accensione. Un palmare ha bisogno di quei 5/10 secondi per accendersi (password compresa) mentre il “sistema operativo” del taccuino gli permette di funzionare in 0 secondi netti.
Resistenza. Se vi cade a terra un palmare siete rovinati, se vi cade un taccuino… vi piegate a raccoglierlo.
Scrittura. Il palmare riconosce il T9; il taccuino riconosce la vostra scrittura.
Strumenti di scrittura. Il palmare usa il pennino, il taccuino usa il pennino, la penna, la matita, il pennello…
Fantasia. Ecco, questa in verità è l’unica differenza rilevante: il palmare ha già dei disegni preimpostati mentre il taccuino si affida alla vostra bravura e capacità. Differenze inequivocabili.
Dimensioni. Il palmare se lo mettete nel taschino della camicia o della giacca, sembra che portate un arma; il taccuino se lo mettete nel taschino sembra che portate… un taccuino.
Durata. Il palmare ha un’autonomia di alcune ore (dipende dal modello) e le batterie, se lasciate il marchingegno fermo per alcuni anni rilasciano acido; il taccuino ha una durata eterna: anche se lo lasciate in un cassetto per cinque anni, appena lo prendete è sempre pronto all’uso.
Ambiente. I palmari di ultimissima generazione sono abbastanza verdi, il taccuino è un sempreverde.
Touchscreen. I palmari di ultima generazione sono suscettibili al tocco, il taccuino lo è da sempre: basta un dito per girar pagina.
Qualcuno naturalmente ha già notato che al taccuino manca il wifi. Dai su, un po di inventiva: tirate fuori il cellulare, scattate una foto all’appunto sul taccuino e salvatela tra le note del vostro telefonino così da poterlo avere e quindi vederlo anche in mancanza della carta. E caspita: devo dirvi proprio tutto io!













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I miei complimenti, Jack, per questo bell’articolo che mi ha fatto sorridere.
E grazie anche per la citazione! Anche se tante volte, più che alla carta, mi affido - perdona la mancanza di modestia - al computer più potente presente in natura: il cervello umano.
E funziona meglio di un blocco note (virtuale o fisico che sia).
Concordo pienamente con quanto hai scritto. Secondo me la scrittura attraverso il computer è utile per le molte possibilità che offre in termini di ottimizzazione del tempo o di strumenti da utilizzare. Tuttavia penso che la scrittura che si serve di carta e penna abbia un “sapore” tutto particolare, che quella col computer non riesce a rendere. Consideriamo pure che la scrittura con carta e penna permette lo sviluppo di abilità fino-motorie che influiscono molto sullo sviluppo del nostro cervello e quindi sulle nostre capacità cognitive, oltre che emotive. Complimenti per l’articolo: lo trovo molto interessante.
E meno male che volevo essere ironico!!
Purtroppo state parlando con uno che praticamente gli appunti li prende quasi esclusivamente col cellulare, figuratevi che ho quasi dimenticato come si scrive con una penna… a parte la firma chiaramente
Era ancora ironia, s’è capito vero?