Fobia da Facebook

5giu2009 Articolo inserito in: TecnoSociety

Andiamo al sodo: Facebook è la moda del momento. (Quasi) tutti ce l’hanno, ma soprattutto tutti ne parlano e ne sparlano. A detta di molti, infatti, Facebook è il posto (o meglio, il sito) peggiore di Internet, dove la privacy non viene tutelata e tutti sanno tutto di tutti. Voci che, per quanto vere, sono però molto gonfiate, come spesso succede quando una notizia gira di bocca in bocca e si diffonde. Ne avevamo già parlato ampiamente, per esempio qui, ma forse ci sono ancora due o tre cose da mettere in chiaro.

Partiamo dal principio: Facebook è, innanzitutto, un social network, ossia uno strumento che ha la funzione di tenere in contatto diverse persone. Non è una chat (sebbene essa sia implementata): ognuno di noi può scrivere messaggi brevi o lunghi (in questo caso si tratta di note) ed inviare messaggi privati ai propri amici.

In realtà, il problema nasce dal fatto che è possibile anche creare gruppi, iscrivervisi, aggiungere foto e video e commentarli. Risultato: una bella dose di informazioni personali divulgate ai quattro venti (o quasi), soprattutto perché, quasi sempre, ci si firma con nome e cognome.
Ma non è finita qui: chi critica Facebook fa spesso perno sul fatto che il sito si arroga il diritto di cedere a terzi le informazioni personali su esso immesse, poiché diventano di sua proprietà.

È vero: forse, come condizioni non sono il massimo (ma queste sono scelte assai discutibili e soggettive); bisogna dire tuttavia che esse sono tutte comprese nella policy che bisogna accettare al momento dell’iscrizione; insomma, chi non è d’accordo con queste condizioni può semplicemente rifiutare l’iscrizione.

Si possono però adottare alcuni accorgimenti per tutelare la propria privacy anche continuando a scrivere sul sito: innanzitutto, impedendo agli estranei (motori di ricerca inclusi) di accedere al nostro profilo, che così non verrà nemmeno indicizzato. Poi è possibile settare altre informazioni: possiamo per esempio scegliere cosa far vedere di noi sulla bacheca dei nostri amici o, come già detto, settare le opzioni riguardanti i contenuti dei risultati di ricerca.

Insomma, questi rapidi esempi servono solo a far capire che sì, è giusto pretendere che le proprie informazioni siano tutelate, ma bisogna anche riconoscere che il sito stesso – Facebook, appunto – mette a disposizione strumenti che consentono appunto di scegliere cosa pubblicare.
Ricordiamoci infine che dietro al monitor e alla tastiera ci siamo noi: siamo noi a scrivere e a scegliere cosa pubblicare. Chi è causa del proprio mal, pianga se stesso.

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  1. #1 di Luca il 5 giugno 2009 - 14:33

    ciao

  2. #2 di Hirondo il 7 giugno 2009 - 10:10

    “Ricordiamoci infine che dietro al monitor e alla tastiera ci siamo noi: siamo noi a scrivere e a scegliere cosa pubblicare. Chi è causa del proprio mal, pianga se stesso.”

    ecco, questo sembra vero ma non è vero. ché spesso non dipende tanto da noi quanto dalla superficialità – o dalla scempiaggine – di chi in un modo o nell’altro ci conosca e non si ponga alcun problema, imponendoci la sua volontà anche sui fatti nostri e più che spesso solo per accendersi uno spot personale.
    un esempio per tutti, il recente fatto di foto di pazienti sofferenti e inconsapevoli, esibite pubblicamente (o a più di un centinaio di “amici”, il che è la stessa cosa).

    poi c’è molta confusone su “cosa” sia la privacy, che ovviamente non è un nome e cognome o ciò che chiunque t’incroci per strada veda o possa immaginare di te ma piuttosto sentimenti e tendenze a cui siamo soliti a dar forma solo con chi ci sia più intimo.
    e allo stato attuale – in un mondo che si arrotola da giorni sullo scandalo di un “bigolo” in mostra, vero o “fotomontato” sia, e ne fa le misere basi di una campagna elettorale – la contraddizione appare evidente così come il rischio di un’uniformità banalizzante che voglia rinchiuderci tutti proprio nell’ipocrisia della forma.
    e in vetrina, ché facebook altro non è che una vetrina globale di [s]vendita di sé.
    e cominciando proprio dai dati personali collegati ai pensieri più intimi – ovvero ciò che la tradizione religiosa ha sempre riservato all’omnipresenza della divinità – conferiti più o meno spontaneamente (o perché così fan tutti) alla proprietà terrena dei nuovi dei, tutti umani, che gestiscono il database .
    hai una minima idea di quanti “target” ne possano ricavare?

(non verrà pubblicata)