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Internet e l’informazione
Internet, in quanto divulgatore di informazioni, ha possibilità ben maggiori della mai troppo venerata televisione.
Ebbene sì: qui da noi la magica scatola che oggi, purtroppo, ricopre sempre più il ruolo di “educatore” fra i giovani è giunta solo alla fine degli anni ’50 del ’900. La società europea si stava rapidamente rialzando dagli orrori della guerra, contribuendo a creare quello che in Italia sarà chiamato il “boom economico” (o “miracolo economico”). Tempi in cui, appunto, la gente si riuniva nei bar o casa di amici per vedere tutti insieme la televisione ed assistere agli spettacoli.
Ma, oltre ad essi, il mitico apparecchio offriva anche, più volte al giorno, una serie di notizie del giorno (il telegiornale, appunto), che per molti anni è stato uno dei più efficaci mezzi di informazione (forse ancora più dei giornali, in quanto chi lavorava non aveva voglia o tempo di leggere le notizie, preferendo vederle sul piccolo schermo, corredate da immagini).
Oggi, qualcosa è cambiato. Oggi c’è Internet. Le notizie possono venire realmente aggiornate in tempo reale, e da moltissime fonti. Senza contare che ognuno può dire liberamente la sua, permettendo al lettore di leggere più versioni della stessa notizia, addirittura commentandole o discutendone con altri utenti.
La televisione perde quindi non solo punti per quanto riguarda la velocità di trasmissione, ma anche, da un certo punto di vista, come credibilità, soprattutto ora, quando l’Italia è stata declassata da “Paese libero” a “Paese parzialmente libero” da Freedom House.
Internet sembra quindi lo strumento più semplice, rapido e diretto per garantire alle persone un’informazione libera, e facendone trarre agli stessi lettori le conclusioni.
Fobia da Facebook

Andiamo al sodo: Facebook è la moda del momento. (Quasi) tutti ce l’hanno, ma soprattutto tutti ne parlano e ne sparlano. A detta di molti, infatti, Facebook è il posto (o meglio, il sito) peggiore di Internet, dove la privacy non viene tutelata e tutti sanno tutto di tutti. Voci che, per quanto vere, sono però molto gonfiate, come spesso succede quando una notizia gira di bocca in bocca e si diffonde. Ne avevamo già parlato ampiamente, per esempio qui, ma forse ci sono ancora due o tre cose da mettere in chiaro.
Partiamo dal principio: Facebook è, innanzitutto, un social network, ossia uno strumento che ha la funzione di tenere in contatto diverse persone. Non è una chat (sebbene essa sia implementata): ognuno di noi può scrivere messaggi brevi o lunghi (in questo caso si tratta di note) ed inviare messaggi privati ai propri amici.
In realtà, il problema nasce dal fatto che è possibile anche creare gruppi, iscrivervisi, aggiungere foto e video e commentarli. Risultato: una bella dose di informazioni personali divulgate ai quattro venti (o quasi), soprattutto perché, quasi sempre, ci si firma con nome e cognome.
Ma non è finita qui: chi critica Facebook fa spesso perno sul fatto che il sito si arroga il diritto di cedere a terzi le informazioni personali su esso immesse, poiché diventano di sua proprietà.
È vero: forse, come condizioni non sono il massimo (ma queste sono scelte assai discutibili e soggettive); bisogna dire tuttavia che esse sono tutte comprese nella policy che bisogna accettare al momento dell’iscrizione; insomma, chi non è d’accordo con queste condizioni può semplicemente rifiutare l’iscrizione.
Si possono però adottare alcuni accorgimenti per tutelare la propria privacy anche continuando a scrivere sul sito: innanzitutto, impedendo agli estranei (motori di ricerca inclusi) di accedere al nostro profilo, che così non verrà nemmeno indicizzato. Poi è possibile settare altre informazioni: possiamo per esempio scegliere cosa far vedere di noi sulla bacheca dei nostri amici o, come già detto, settare le opzioni riguardanti i contenuti dei risultati di ricerca.
Insomma, questi rapidi esempi servono solo a far capire che sì, è giusto pretendere che le proprie informazioni siano tutelate, ma bisogna anche riconoscere che il sito stesso – Facebook, appunto – mette a disposizione strumenti che consentono appunto di scegliere cosa pubblicare.
Ricordiamoci infine che dietro al monitor e alla tastiera ci siamo noi: siamo noi a scrivere e a scegliere cosa pubblicare. Chi è causa del proprio mal, pianga se stesso.
Internet e la democrazia
Come accennavo in un mio precedente articolo, Internet è forse il luogo più democratico che ci sia (anche se si tratta solamente di un luogo virtuale). Infatti, finché non avviene la censura, ognuno può dire liberamente la sua e scrivere il suo pensiero.
Blog, forum, social network, gruppi di discussione e liste varie sono infatti il vero e proprio organo “pulsante” di Internet, in continuo aggiornamento e, soprattutto, pullulante di un numero stratosferico di opinioni diverse.
Se il tal politico non ci piace proprio, se adoriamo la musica di un certo cantante, mentre ce n’è un altro che non riusciamo a sopportare, ebbene, possiamo farlo sapere a tutto il mondo in maniera semplice e rapida. Tutti noi, gratuitamente (escluso, ovviamente, il costo della connessione alla rete), possiamo non solo iscriverci a forum e blog, scambiando e condividendo le nostre opinioni con altri utenti, ma anche crearne di nostri: noi stessi possiamo quindi cimentarci nella scrittura e giocare la parte di giornalisti in erba. Siamo noi a lanciare il boomerang.
Forse tutto questo sembra scontato, ma non dobbiamo scordarci che viviamo in una società dove tutto è veloce, rapido, dove si tende troppo spesso a trascurare l’opinione propria e, anche, quella degli altri: insomma, forse si ha anche meno tempo per riflettere su temi che offrono invece ampi spazi di riflessione e discussione. Ed Internet, in questo caso, offre grandi, grandissime possibilità.
L’intrattenimento elettronico

Sebbene giochi tradizionali, come le carte o passatempi anche più semplici, come il celeberrimo “Nomi-cose-città”, siano ancora (fortunatamente) diffusissimi, è innegabile che in questi ultimissimi decenni si sia affermata, nel grande panorama della tecnologia, l’industria videoludica.
Oggi i videogiochi si presentano con grafiche ultrarealistiche e sonori incredibili, ma fino a pochissimi anni fa le pietre miliari che hanno fatto la storia dell’intrattenimento virtuale niente erano se non un ammasso un ammasso di pochi pixel, e comunque, ai nostri occhi moderni, nulla di troppo impressionante. E furono anche grandissimi successi: per la prima volta si andava oltre il reale, si affrontavano faccia a faccia nemici incredibili e si solcavano lande inesplorate e meravigliose. Non importava poi molto la qualità tecnica – anche perché all’epoca non si era mai visto nulla di simile -, quanto il divertimento che il videogioco avesse saputo scaturire. E, guardacaso, sono stati proprio i giochi più semplici ad essere ricordati in siti, libri e quant’altro. E se dapprima il metodo più semplice per giocare era recarsi al bar sotto casa, riempendo di monetine i famosi cabinati, in seguito si affermarono le console da casa, per giocare nella tranquillità delle mura domestiche.
I videogiochi in tre dimensioni arrivarono solamente a metà degli anni ’90, ovviamente dopo alcuni miglioramenti alla già presente grafica in due dimensioni, e ad esser moltiplicato fu anche il divertimento: non solo sfide più realistiche e avvincenti, ma anche un maggiore senso di libertà: si poteva scorrazzare per campi sterminati ed edifici incantati, solamente per il gusto di avere un alter ego virtuale “in carne ed ossa”.
Oggi, con il progresso galoppante della tecnologia, i videogiochi sono molto realistici e avvincenti, alcuni veri e propri capolavori, tanto da aver indotti alcuni a definirli anche come arte, proprio come una canzone, una poesia, un quadro od un film.
Internet e la privacy
Internet è una grandissima tecnologia: come più e più volte ribadito – ma non ce ne sarebbe nemmeno il bisogno – esso è in grado di far comunicare le persone anche a grandissime distanze. Una vera agorà, forse il luogo più democratico di questo mondo: grazie a blog, forum, social network e affini, tutti infatti possiamo scrivere, tutti possiamo dire la nostra e confrontarci con altri. Questa è una cosa veramente fantastica e, forse, nemmeno troppo scontata.
C’è tuttavia, in tutto questo, un unico, grosso neo: la privacy. Una volta pubblicata una cosa su Internet, a meno che noi non siamo i possessori del sito o non abbiamo gli effettivi privilegi per intervenire sui nostri scritti, essa diventa praticamente impossibile da eliminare, specie se viene citata o anche semplicemente notata da altri utenti della Rete.
“Solo gli idioti non cambiano mai opinione”, dice un noto proverbio. Vi siete chiesti se un giorno potreste effettivamente pentirvi dei vostri scritti? E badate: non sono solamente Facebook e affini (che in questo periodo sono soggetti ad aspre critiche, come se solo loro fossero un rischio per i nostri dati) ad essere pericolosi: anche un semplice forum può essere uno scrigno di informazioni personali riguardo ad ognuno dei propri utenti.
Tutto ciò dipende poi, ovviamente, anche da cosa scriviamo: un valido esempio di come in certi casi il buon senso sia fondamentale (alcuni potrebbero però commentare che, effettivamente, a volte può essere seccante dover fare ipotesi e congetture varie su come il nostro scritto possa essere inteso). La prudenza, tuttavia, come l’esperienza insegna, non è mai troppa.
Ad ogni modo, è importante aggiungere che – sperabilmente – nessuno, normalmente, a meno che noi non siamo personaggi abbastanza conosciuti o di rilevanze, andrà a recapitare apposta informazioni personali sul nostro conto. Tuttavia, uomo avvisato…
Immagine tratta da Wikipedia.
Internet e i giornali

Fino a non molto tempo fa, era classica l’immagine del marito che tornasse stanco a casa dal lavoro, si sedesse in poltrona e cominciasse a leggere il giornale. Ebbene sì, il giornale: magari comprato fresco fresco la mattina o la sera prima. Allora ci si teneva aggiornati così, quando le distanze erano più lunghe e tutto faceva gola.
In seguito è arrivata la televisione e con essa il telegiornale, che elencava fatti ed eventi svoltisi in giornata o qualche giorno prima. Una rivoluzione: ognuno poteva avere, in casa propria, una rassegna di notizie in tempi molto più brevi che non se fossero state pubblicate su quotidiani (senza contare che non vi era la fatica, un tempo effettiva, della lettura: le notizie potevano venire ascoltate e guardate su schermo). La televisione entrava nelle case e portava anche questo genere di novità, che poi condizioneranno moltissimo, negli anni a venire, i costumi e le abitudini della gente.
Oggi, invece, c’è Internet. Qualsiasi cosa accada, in poche ore o addirittura in pochi minuti può essere già trasmessa a tutti. Notizie, pareri e ogni tipo di articoli possono essere pubblicati anche da gente semplice (si pensi ai blog, per esempio): tutti possiamo improvvisarci giornalisti, tutti possiamo provare l’ebbrezza di essere letti da tutti. Tutti siamo sotto i riflettori.
Ora, è chiaro che con Internet l’informazione assume nuovi connotati: se è vero che tutti possono scrivere qualcosa, ne consegue che tutti possono liberamente dire la loro (finché, in alcuni casi, non interviene la censura). Questo potrebbe indurre a pensare che Internet offra un’informazione effettivamente più aperta? Sicuramente, grazie a forum e commenti, lascia libero scambio di opinioni, proprio come su una pubblica piazza.
Cosa dobbiamo aspettarci, dunque, dalle nuove tecnologie? Apparecchi che forniscano le notizie in tempo reale ne abbiamo già: forse qualcosa ancora più accessibile della Grande Rete, e chissà che non avvenga.
Chi vivrà vedrà: nell’attesa godiamoci e sfruttiamo al meglio le tecnologie che già possediamo, per un’informazione aperta, libera, nel rispetto delle opinioni di tutti.
Lo scibile virtuale

Va bene, va bene, Internet non è solo male (ma quanti, poi, avranno davvero compreso il titolo di quest’articolo?).
Dicevo, uno dei lati positivi della Rete, come da titolo, è appunto quello di poter conoscere semplicemente tutto, di qualsiasi campo della conoscenza si tratti, senza problemi di tempo o di spazio.
Purtroppo o per fortuna, è finito il tempo delle ricerche in biblioteca, su tomi polverosi, ingialliti e più grandi di noi, alla ricerca magari solo di una frase o di un numero: oggi c’è Internet, oggi c’è Wikipedia. Basta un clic e, puff!, abbiamo tutto quello che vogliamo sapere, senza muoverci di casa, in tantissime lingue.
Scordatevi pagine voltanti e segnalibri: ora, con una chiavetta, possiamo portarci quintali e quintali di libri in tasca. È un bene? Sostanzialmente sì (escludendo il fatto che, con tutte le probabilità, le ricerche degli studenti saranno ancor meno fantasiose), ma c’è un fatto da considerare: il sapere non ci dona il buon senso. Sapere a memoria come funziona la teoria quantistica, o saper recitare a memoria tutte le orazioni di Cicerone, non serve a nulla se non si sa anche come poter far fruttare le proprie conoscenze al meglio (e, possibilmente, non solo per i propri interessi, ma per il bene di tutti).
Nulla, forse, è utile in sé, ma tutto ha un suo perché, nell’immenso panorama della cultura mondiale. Internet può aiutarci a raggiungere lo scopo di una vita migliore, ma il buon senso e la ragionevolezza li dobbiamo trovare da noi e dentro di noi.
Ave atque valete!
La dipendenza da cellulare

Voi possedete un cellulare. Non vi conosco, dietro allo schermo potrebbe esserci chiunque, ma che voi abbiate un cellulare, e che magari ne abbiate avuto più di uno, è sicuro.
Il fatto, poi, che il telefono cellulare sia usato anche a sproposito (soprattutto dai giovani) è così scontato (o no?) che parlarne è superfluo. Per vedere gente che si sloga le falangi per inviare messaggi o urla di tutto per strada al poveretto di turno dietro lo schermo del telefonino basta uscire di casa. Sia perché dobbiamo chiamare un collega per questioni di lavoro, dobbiamo dire alla mamma che arriveremo tardi, o semplicemente per informare l’amico di cosa abbiamo mangiato a colazione, siamo sempre lì.
Sembra quasi una gara: “Che modello hai?”, “Quanti messaggi mandi al giorno?”, “Quanti numeri hai in rubrica?”, “Quante ricariche fai alla settimana?”.
Torniamo indietro nel tempo. Appare una cabina telefonica, e tante persone che fanno la collezione delle schede. Andiamo ancora più indietro: ora la cabina è a gettoni.
Andando indietro, sempre più indietro, la cabina scompare. Ma nelle case c’è un telefono, piuttosto grosso, con al centro un grosso disco di metallo che serve per comporre i numeri. Tuttavia pochi ce l’hanno, o per questione di soldi (o si lavora o la famiglia non mangia, le alternative sono ben poche), o perché la gente vuole continuare come ha sempre fatto: a incontrarsi personalmente.
Andiamo indietro e anche quel telefono scompare. O meglio, scompare dalle case, ma nelle bocche della gente resta, segno che è perlomeno conosciuto. “Ma tanto non serve a niente!” si sente dire in giro. Una società sicuramente ben diversa da quella di oggi, eppure i telefoni c’erano.
Oggi abbiamo forse più bisogno di comunicare di una volta? Oppure, semplicemente, siamo così ben abituati da esagerare persino nel voler comunicare? Ancora una volta il quesito è aperto.
Lavorare con l’informatica
Parliamoci chiaro: lavori “tradizionali” – ossia che fino ad una ventina di anni fa rappresentavano la maggior parte delle offerte e delle opportunità lavorative -, come il ferramenta, il falegname, l’idraulico, il meccanico, sono oggi malvisti. Inutile fare gli ipocriti e nascondere l’evidenza. Quale padre vorrebbe che il proprio figlio diventasse uno spazzino, piuttosto che un avvocato o un ingegnere?
Noi siamo nell’era dei compiuter, degli sciattol, di gugol, e di tutte le parole (inglesi, perché gli italiani alla loro lingua non ci tengono, dato che non la conoscono) che ogni giorno ci vengono propinate su giornali e televisione (e dai computer stessi, ovviamente).
E così, alla faccia del meccanico (che, evitando giri di parole, si insozza da mattino a sera di sudore, olio e porcherie varie per riparare arnesi) e degli “operatori ecologici” (gli spazzini che passano a pulirvi le strade), oggi tutti vogliono diventare informatici, ingegneri nucleari, programmatori, e con ragione.
Tutti lavori che sono sì utili (non esistono professioni inutili), ma che, una volta staccata la spina, sul piano pratico perdono gran parte del loro valore. Non è una critica, è una costatazione: d’altra parte, un “progettatore di siti” (un uebmaster, per dirla alla moderna), senza computer, potrà svolgere ben poco la propria professione.
E anche gli ingegneri, i professori, i uebmaster hanno bisogno, talvolta, che gli si ripari la scarpa rotta (ma cosa dico: al giorno d’oggi si caccia via tutto e si va a ricomprare…), hanno bisogno di qualcuno che faccia la copia della propria chiave di casa, giusto per dirne due. E quelle persone che svolgono le mansioni sopracitate sono degli ignoranti, dei fessi, degli automi?
La tecnologia va avanti, la mentalità invece va indietro come i gamberi.
La musica portatile
Fino a una certa età, devo confessarlo, della musica – in ogni sua forma – non poteva importarmene di meno.
Voglio dire, qualcuno mi chiedeva se mi piacesse Eminem (giusto per tirarne fuori uno), che stile mi piacesse di più, quali fossero le mie canzoni preferite. La mia risposta si limitava ad un alquanto eloquente «Boh».
Già ai tempi delle elementari, lo ricordo, in gita era vietato, fuor che sui pullman, ascoltare musica dagli walkman (“uomo che cammina”…?): erano, per quanto io possa ricordare, aggeggi, anche abbastanza grossi, con un foro per attaccarvi delle cuffie. La mia visione degli walkman era quella, almeno. Alcuni modelli potevano contenere anche musicassette a nastro (da quanti anni, ora, non ci sono più…?), ma tutto questo rimaneva, comunque, per me solo qualcosa di esterno, di misterioso.
È passato poi qualche anno e, pian piano, ho cominciato a maturare certi gusti musicali personali (che comunque sono cambiati nel tempo): anche se per me l’universo della musica rimaneva qualcosa di trascendente, cominciai ad ascoltare alcuni dischi, ad imparare a memoria qualche canzone, a riconoscere quelle che trasmettevano alla radio. Nulla di che, comunque, anche perché in fatto di gusti musicali, anche adesso, ho una visione alquanto ristretta. Ma non importa.
Poi, pian piano, sono comparsi i primi lettori MP3 portatili, prima un po’ più grezzi, poi sempre più tecnologici e sottili, e sono diventati un vero e proprio fenomeno di massa. Me ne rendo conto salendo sugli autobus: chiedere ad una persona se scenderà alla fermata successiva, a volte, è un’impresa impossibile, per via della musica che perfora le orecchie (che gusto ci sarà, comunque, a rovinarsi i timpani…).
Si può dire che l’evoluzione della musica abbia seguito quella dei walkman e dei lettori MP3: chi, oggi, ad esempio, per strada, ascolta musica classica? Suppongo quasi nessuno, con tutto il rispetto per i signori Bach e Beethoven (chiedo venia, in quanto ne citerei altri, ma la mia scarsissima cultura musicale non me lo permette).
Una cosa è importante, però: che la musica che ascoltiamo ci piaccia davvero. Detto così potrebbe essere una stupidaggine (in fondo, chi ascolterebbe musica che non gli piace?), ma ricordiamoci che la musica rappresenta anche qualcuno di noi, ossia noi ci identifichiamo nella musica che ascoltiamo. A voi scoprire il perché…

