“Crederanno di essere molto dotti, mentre saranno per lo più ignoranti e difficili da trattare, in quanto divenuti saccenti invece che sapienti“. Così ammoniva Socrate nel Fedro di Platone e il riferimento era ovviamente allo sviluppo della scrittura a scapito della cultura orale, ma ciò non toglie che la previsione del filosofo greco possa valere anche per gli utenti internet. E non a caso la tira fuori il giornalista Nick Carr, osservatore critico della rete e dei suoi effetti sulla società.”Google ci sta rendendo stupidi?“, si chiede provocatoriamente l’autore americano nel pezzo di copertina di Atlantic Monthly, dove il motore di ricerca sta soprattutto per internet, per il net come medium universale, e sempre di più il nostro unico cordone ombelicale col mondo delle informazioni, al tempo stesso mappa, orologio, giornale, macchina da scrivere, calcolatore, telefono, radio e tv. “Quando la rete assorbe un medium, questo viene ricreato ad immagine e somiglianza della rete (…)“, scrive Carr. “Il risultato è di disperdere la nostra attenzione e diluire la nostra concentrazione“.
Il giornalista – che ha da poco pubblicato il saggio The Big Switch: Rewiring the World, from Edison to Google – parte da alcune osservazioni empiriche personali sulla difficoltà di leggere un libro dopo anni di navigazione web, ma dall’aneddotica passa ad alcuni studi sui comportamenti degli internauti e da qui alle teorie sul cervello. “Non siamo solo quello che leggiamo” commenta la psicologa Maryanne Wolf. “Siamo il modo in cui leggiamo“. E se la lettura profonda, concentrata, ininterrotta è qualcosa di strettamente legato alla capacità di riflettere (per la Wolf è anzi indistinguibile dal pensiero profondo) si capisce bene la preoccupazione di Carr. Il quale comunque si spinge oltre.
“Mai un sistema di comunicazione ha giocato così tanti ruoli nelle nostre vite – o esercitato un’influenza così vasta sui nostri pensieri - come internet fa oggi. E tuttavia, con tutto quello che è stato scritto sulla rete, non c’è stata alcuna considerazione su come, esattamente, ci sta riprogrammando. L’etica intellettuale della rete rimane oscura“.
Non c’è spazio per una visione ingenuamente ottimistica del progresso scientifico-tecnologico, nella visione di Carr. Tant’è vero che le radici culturali di questa etica sarebbero da rintracciare a suo dire nel taylorismo, in un modo di processare l’informazione meccanico, automatizzato e teso all’efficienza: la ricerca del metodo migliore – o se si vuole, del migliore algoritmo. Col risultato di trasformare l’informazione – e qui Google docet – in una sorta di commodity, una risorsa utilitaria che può essere individuata ed elaborata con efficienza industriale; mentre anche l’intelligenza è sempre più assimilata a un processo meccanico, “una serie di passi discreti che possono essere isolati, misurati e ottimizzati” proprio come i movimenti degli operai al lavoro secondo Taylor.
Dove porti tutto questo secondo Carr… be’, non è un luogo molto accattivante: una distopia in cui secoli di cultura occidentale (ma non solo) vengono dissipati dopo qualche anno di incoscienti superficiali clic. Detta così forse può sembrare fin troppo facile, e molti saranno tentati di accusare Carr di allarmismo, disfattismo luddista, gusto della provocazione; eppure le sue argomentazioni, al limite del vertiginoso, fanno riflettere, così come spicca la sua capacità di tirare delle linee storiche, culturali, sociologiche. Qualità non così diffusa tra la miriade di commentatori della rete.
Senza contare che, in fondo, lascia aperta una via d’uscita: forse, scrive, così come in passato chi giustamente denunciava i rischi di una nuova tecnologia (la scrittura, la stampa) non riusciva a prevederne anche gli sviluppi imprevisti e benefici, forse anche in questo caso dalle nostre menti iperattive sboccerà un’era dorata di scoperta intellettuale e saggezza. Forse. Ma c’è qualcuno che quella via d’uscita la sta cercando?
[da Newstech.org]
Discussion
Nessun commento for “La rete ci rende stupidi”
Post a comment