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La rete risponde: Internet, che meraviglia!

Internet è il mezzo più importante per fare informazione, creare conoscenza, aggregare gli utenti tra loro soprattutto quando le idee non sono propriamente uguali. Ma Internet è anche un mezzo per creare disinformazione o per aggiungere quel valore disgiunto che crea diffamazione, offese, vendetta e commenti tutt’altro che costruttivi. Internet sembra lo scatafascio della nostra società. A volte.
Capita che viene pubblicato un articolo su un sito o un post su un blog, e a sua volta viene ripreso dagli aggregatori online e fatto girare per la rete disperdendone il pensiero originale. Capita che lo stesso articolo venga commentato malamente su uno di questi aggregatori, e l’autore, per la dispersività, non abbia un’immediata possibilità di ribattere alle tesi del commento. Capita invece che il commento offensivo viene fatto al post originale e l’autore non lo pubblichi perché ritiene diffamatorio nei suoi confronti o di altre persone. Se invece il commento viene pubblicato automaticamente perché il sistema è stato predisposto per tale motivo, allora i guai sono dietro l’angolo.

Il proprietario di un blog è l’unico a decidere quando un commento può essere pubblicato e quando invece può arrecare un danno a terzi: questo – secondo me – è il senso di responsabilità verso i propri lettori. Ma qualcuno lo chiama censura.
Però, se si leggono i disclaimer del blog (visibili nella stragrande maggioranza), spesso si capiscono le motivazioni reali di tale comportamento e la primissima impressione lascia spazio alla vera causale dell’oscuramento.

Se avete un paio d’ore da perdere e fate una semplice ricerca su Google, noterete quanti post hanno dei commenti offensivi, diffamatori e ingiuriosi verso l’autore. Se allargate la ricerca noterete che il commento è andato ben oltre l’area di appartenenza del blog in origine approdando ai vari aggregatori, ai social network più conosciuti e ai circuiti di micro-blogging sparsi per l’universo Internet. Prosegui la lettura »

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La rete risponde: Intelligenza Artificiale

Tutti lo cercano e tutti ne parlano: il motore di ricerca del futuro è Wolfram Alpha! Alpha solo per il momento, considerando la velocità di sviluppo che mantiene.

Da un paio di giorni è online il motore di ricerca che si dice soppianterà Google nella ricerca, ma non si tratta di un semplice motore che vi trova le notizie correlate alle vostre keywords, no, si tratta di qualcosa molto più tecnico, più specifico, più esatto e più correlato da dati reali su ciò che state cercando: fate il conto che non vi ricerca i siti dove è ricorrente la parola o la frase digitata, ma vi da delle vere e proprie indicazioni su “cos’è” il vostro termine. Il metro di paragone di Wolfram è Wikipedia, non Google. Per cui se cercate una parola – Citynews, ad esempio – non vi indica il percorso tramite l’Url, ma descrive la storia del nostro magazine. È chiaro che ancora non ci trovate, però l’esempio è calzante.

Naturalmente il progetto di questo signorotto inglese di nome Stephen Wolfram non è passato inosservato in rete: in ogni angolo del mondo, tutti, ma proprio tutti, tessono le lodi alla ricerca semantica del prossimo millennio. Già dallo screencast presente sul sito del programma, si possono vedere le mirabilia di Wolfram con vari esempi: il percorso a piedi di un quarantenne in mezz’ora, la nota “Do minore”, la produzione di pesce francese e quella polacca, la terza nazione più grande d’Europa, eccetera eccetera. Sembrano domande a cui tutti i motori riescono a dare risposte pertinenti e a volte sensate. È vero, ma Wolfram Alpha vi dice di più: un quarantenne a piedi percorre in un mezz’ora circa due miglia, consuma 270 Kcal e il suo cuore batterà per 185 volte ogni minuto; il Do minore è un “minore naturale”, è la seconda nota della scala Gregoriana e corrisponde al 2906 in binario. Se volete e ne avete voglia, potete anche ascoltare il suono del Do minore: è quella la nota, ve l’assicuro!; la Francia produce – tra pescato e lavorato – più di 800mila tonnellate di pesce l’anno, quattro volte quello polacco e il rapporto è 4.51 a 1 e se la Polonia negli ultimi 30 anni ha ridotto la sua produzione di pesce di 2/3, la Francia invece si è tenuta più costante mantenendo le stesse quote produttive. È il grafico che lo dice, non il testo; la terza nazione europea è la Spagna con poco meno di 195 miglia quadrate, mentre la terza più popolosa è la Gran Bretagna con quasi 61mln di persone e la Francia ha il terzo Pil del vecchio Continente con oltre 2500 trilioni l’anno. Queste informazioni sono tutte nella stessa pagina di ricerca, moltissime informazioni per ogni ricerca effettuata.

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La rete risponde: Gradi di separazione nei Social network

Una volta c’era Irc, poi sono nati i vari forum, le chat, l’Msn e il VoIP. Oggi vanno in voga i social network: ma alla fine si tratta di forme più o meno diverse di intrattenimento e aggregazione tra utenti.
Abbiamo avuto modo di conoscere ed imparare ad usare Twitter, Facebook e Friendfeed, Meemi, MySpace e LinkedIn, Netlog, Ning e Badoo, e la lista potrebbe continuare all’infinito. All’orizzonte adesso si è affacciato un nuovo, ennesimo, social network che vorrebbe aggregare gli utenti della rete: forzasilvio.it.

forzasilvio.it

Progettato dalla Speakage di Marco Camisani Calzolari, il nuovo social network è tutto incentrato sulla figura del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. All’interno per il momento non si trovano pagine sostenute dagli utenti, però alcune pagine sono state adattate a questionari (Focus Group), gli obiettivi del network (Messaggi ), la segnalazione degli eventi agli amministratori del network (Eventi) e la pagina “Invita” dove si può condividere con gli amici l’iscrizione al network ForzaSilvio.it.

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La rete risponde: Il calvario del Ministro

Chissà quante volte vi sarà capitato di ricevere posta indesiderata nella vostra casella email, quel messaggio che il vostro servizio di posta cataloga automaticamente come Spam, e che voi chiamate semplicemente “spazzatura cybernetica“. Quante volte però quel messaggio non è spazzatura, ma una semplice lettera mandata da un amico – o da un conoscente non in rubrica – che il servizio automatico reputa spam solo perché contiene dei link diretti ad una pagina web da vedere. Capita, per fortuna, poche volte. Però capita…

Lo spam arriva sotto varie forme: siti di shopping online su un prodotto che avete recentemente cercato su Google, consigli da “non perdere” sull’acquisto di Viagra e Cialis, newsletter di E-commerce mai sottoscritte. E poi pubblicità, tanta pubblicità. Chi segue spesso aste online si ritroverà intasato di pubblicità su questa o quell’altra asta che vi invitano a partecipare perché è “la più conveniente” (stranamente sono sempre convenienti…), se seguite dei siti di libri piuttosto che di musica vi ritroverete la casella intasata di promozioni varie, se siete soliti fare acquisti su negozi di elettronica vi arriveranno continuamente promozioni “sottocosto“. La lista è infinita, basta un pizzico di fantasia e la scelta diventa inarrestabile.

Poi ci sono i messaggi “particolari”: quelli mandati da gente insospettabile che vi invitano a provare un disco appena uscito ma non ancora nei negozi, un nuovo prodotto di bellezza che vi fa ringiovanire di dieci anni, un bellissimo cellulare per usare i social network del mondo e che vi fa “anche” telefonare. E libri.

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La rete risponde: L’eterna lotta tra il bene e il male

The Pirate BaySecondo voi è giusto condannare chi detiene i files degli altri senza averli fisicamente? Se dal punto prettamente commerciale questo è tutto sommato possibile e, per certi versi, logico, dal punto di vista etico la sentenza di condanna a The Pirate Bay sembra un passo verso l’oscillazione dell’ago della bilancia verso le major che promettono, a questo punto, denunce a raffica verso tutti i trackers torrent.

La giustizia svedese ha sentenziato: ”Erano a conoscenza del fatto che veniva condiviso del materiale protetto. Mettendo a disposizione un sito con strumenti di ricerca ben sviluppati, con la possibilità di caricare e conservare contenuti e con un tracker collegato al sito gli accusati hanno incitato i condivisori a commettere i reati che hanno commesso“.

E quindi Peter Sunde aka Brokep, Fredrik Neij aka TiAMO, Gottfrid Svartholm aka Anakata e Carl Lundström, imprenditore svedese che ha garantito la copertura tecnica, sono stati condannati ad un anno di carcere e 2.7 milioni di euro di risarcimento all’industria dell’intrattenimento. E questo è solo il primo capitolo di una saga che si protrarrà chissà per quanto tempo.

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La rete risponde: La tempesta perfetta

La maggior parte di utenti che usano assiduamente il web e si aggiornano sulle notizie leggendo i giornali o i blog, fa un uso importante degli aggregatori. Per coloro invece che con solerzia e fedeltà leggono ancora il loro giornale preferito andando direttamente sul sito, vorrei dare una piccola dritta: “un aggregatore di feed, detto anche lettore di feed o semplicemente aggregatore, è un software o una applicazione Web che raccoglie contenuti web come titoli di notiziari, blog, podcast, e vlog in un unico spazio per una consultazione facilitata. Gli aggregatori riducono il tempo e gli sforzi necessari per seguire regolarmente aggiornamenti di un sito web e permettono di creare uno spazio di informazione unico, in pratica un “notiziario personale.” Per aggiugere un sito web al lettore di feed, si deve importare il file “xml” del sito in questione, direttamente sulla pagina “importa” dell’aggregatore. Fatto questo, regolarmente si ricevono i nuovi contenuti pubblicati da quel sito internet. La sola differenza tra l’uso originale delle notizie e del lettore di feed sta esclusivamente nella grafica delle due piattaforme: completa e dinamica quella del sito, minimalista e statica quella dell’aggregatore. Per il resto i contenuti si leggono e si vedono allo stesso modo.

Fatta questa doverosa parentesi in apertura, passiamo all’argomento del giorno: oggi parliamo di giornali, di Internet e di copyright.

Succede soprattutto quando i giornali sono in piena crisi di vendite, che qualcuno – solitamente l’editore, l’amministratore delegato o il consiglio d’amministrazione delle testate giornalistiche, mentre capita di rado che lo faccia il direttore o il columnist di punta – si metta a incitare l’opinione pubblica dicendo che questo o quel prodotto operante in rete (sempre lei!) viola o sprezza il sacrosanto diritto degli editori di avvalersi del copyright. Per carità, è assolutamente lecito accampare diritti su un opera dell’umano ingegno, ma certe volte l’esasperazione di questa forma di risarcimento coercitivo va oltre ogni logico limite. È successo proprio questa settimana.

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La rete risponde: Last.fm a pagamento

Last-fm

Last.fm non è più gratuito. Farà pagare la radio ma non il social networking: a che serve se già esistono centinaia di biz sul web che offrono lo stesso servizio? E perché si paga la radio e non lo scrobbling, le features del sito, gli eventi e le classifiche proposte dagli utenti, e soprattutto perché in Germania, Regno Unito e Usa il servizio rimarrà gratuito?

Un comunicato dell’azienda dice che “Per continuare a garantire anche in futuro l’eccezionale qualità del servizio, dobbiamo chiedere agli ascoltatori che risiedono in Paesi diversi da Stati Uniti, Regno Unito e Germania di acquistare un abbonamento a 3,00 € al mese. In cambio, offriremo l’accesso illimitato alla radio di Last.fm e il nostro impegno a migliorare costantemente il servizio in futuro“. Ma sotto ci starebbero non solo problemi economici, ma particolari esigenze di marketing e di usabilità: “siamo focalizzati su UK, USA e Germania non solo perché questi paesi giocano il ruolo di mercato chiave, ma anche perché il nostro quartier generale è nel Regno Unito e da sempre abbiamo avuto una massiccia presenza in Germania“.

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La rete risponde: Nel nome della libertà

rete_liberaLa Rete è una forma d’arte: a volte inadatta, a volte inespressa, a volte capace di generare contenuti tutt’altro che logici. Ma è sempre una forma eterogenea di trasformazioni usuali e capaci, di condivisione di dati e contenuti di varie fonti sociali e intellettuali. Quando qualcuno, nel nome della Legge e della regolamentazione governativa, si fa avanti per intraprendere azioni da portare l’Internet moderna al passo del medioevo, si presta ad un giogo non suo, ma di altri fattori che ne vogliono imbrigliare le redini verso un contesto censorio, territoriale e dittatoriale.

È notizia ormai datata il decreto legge del Senatore D’Alia sul modo, più o meno lecito, di offuscare i siti web che istigano alla criminalità: nata per far fronte ad alcune sciocchezze apparse su Facebook (gruppi su Riina e Provenzano), spesso per creare rumore che per effettive proposte legittime e mafiose, la proposta del Senatore dell’Udc è stata approvata in un pacchetto di leggi sulla sicurezza e non, come si potrebbe immaginare e come in realtà dovrebbe essere, in una serie di leggi sulla regolarità dei contenuti su Internet.
La seconda proposta per imbavagliare la Rete è il ddl dell’Onorevole Carlucci sulla pedofilia online: un emendamento, detto dalla sua emendante, nato per combattere la pedo-pornografia in Rete, ma che – in pratica – contiene delle proposte di tutt’altro genere. Scritta da Davide Rossi presidente di Univideo, la proposta dell’Onorevole Carlucci è un vero e proprio disegno di legge contro la pirateria online e contro l’anonimato in rete. Prosegui la lettura »

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La rete risponde: Vivere e morire in rete

La parola d’ordine di questi ultimi giorni è una sola: i blog sono morti? Certo, la cosa ormai è ciclica: ogni tot periodo si parla della vera o presunta morte dei blog, non tanto come forma di scrittura correlata da link e rimandi a questo o a quell’articolo di giornale – o blog, naturalmente -, ma come forma analitica di pensiero che fu, e che forse non c’è più o tende a scomparire.

Partiamo con degli spunti analitici. Un paio di mesi fa, Akille pubblicò sul suo blog una riflessione su FriendFeed che, per quel che vale, tendo a condividere. Akille non tenta di sminuire il potere mediatico che sta acquisendo FF in questi ultimi tempi, ma al contrario cerca di rendere giustizia ai blog, e, perché no, anche all’uso “corretto” di FriendFeed. Non lo stiamo scoprendo adesso che i blogger e gli utenti dei blog si stiano spostando verso piattaforme più o meno veloci, più o meno nuove e più o meno in tempo reale. Una di queste è sicuramente FF. Io, ad esempio, non mi ero mai posto il problema di veicolare i miei contenuti su più piattaforme che siano, nella sostanza, diverse dal blog. Appare naturale, agli addetti ai lavori, inserire qualsiasi cosa sul blog o sul Tumblr: “Però è ormai un fatto che certe cose per cui uno usava il blog, o un certo tipo di blog ora funzionano meglio altrove“. Vero! “Questo potrebbe portare ad un cambiamento reale. Tipo contenuti seri di qua e cazzeggio di là, post professionali o approfonditi di qua e organizzazione cene e birre di là, blog sempre più a tema e pagine di FF a “rutto libero”“. Si potrebbe fare? Probabilmente sì perché è il senso della piattaforma di microblogging.

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La rete risponde: Attenti al lupo!

In Italia la diffamazione a mezzo stampa o a mezzo televisivo viene punita anche molto severamente, tutto questo invece non esiste in Internet. Internet è un territorio assolutamente libero, privo di regole. Io ritengo che questo non sia giusto. Se la politica si vuole interessare di Internet in questo senso dovrebbe invece permettere la tracciabilità di chi dice cosa. Non per evitare che ci sia la libertà o la democrazia partecipativa, tutt’altro, ma semplicemente perché ognuno sia responsabile di quello che dice e di quello che fa.

  1. La diffamazione su Internet esiste come in qualsiasi altro posto, non solo via stampa o tv, quindi è soggetta alle stesse leggi e alle stesse regole;
  2. Internet è sì libero, ma solo come pensiero e libertà espressiva – cosa che tra l’altro è garantita anche dalla nostra Costituzione – e non, come detto prima, resistente alle leggi;
  3. La tracciabilità non garantisce la responsabilità di ciò che si dice, ma solo l’intercettazione legale dei dati personali senza il consenso volontario dell’utente;
  4. La proposta dell’Onorevole Carlucci è partita contro la pedofilia online, ma si è praticamente fermata alla pirateria e alla diffamazione via web.

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