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Scritto da redazione il 27 agosto 2010

Lassù, a 2000 anni luce, ci potrebbe essere qualcuno che ci osserva! E’ stato scoperto, grazie al lavoro di un gruppo di studiosi di diversi Stati del mondo, un nuovo sistema planetario dalle caratteristiche sorprendenti. E’ stata la sonda Keplero ad immortalarlo durante l’esplorazione dello spazio, e ha rivelato un sistema composto da una stella, [...]

 

Posts Tagged ‘censura’

Cancellato l’emendamento D’Alia

Posted By redazione on aprile 30th, 2009

emendamento-daliaNon poteva durare per molto tempo, questo si poteva facilmente intuire leggendo il testo del pericoloso emendamento che limitava ampiamente la libertà di tutti i siti internet, promettendo la chiusura del sito intero se al suo interno veniva scritto un commento, una frase o una pagina poco rispettosa o poco piacevole per alcuni.

L’emendamento D’Alia, di cui abbiamo anche noi discusso ampiamente nelle scorse settimane, è stato dunque tagliato fuori dal Parlamento, grazie anche al lavoro su un contro-emendamento da parte del parlamentare Roberto Cassinelli, che studia da mesi un provvedimento per “addolcire” la “censura totale”, coniugando severità e libertà di espressione in rete.

Continuano intanto le proteste online, da social network come Facebook a grandi portali come Google o Altroconsumo, che pubblicano video e si esprimono contro un possibile periodo oscuro per l’internet mondiale.

La rete risponde: Nel nome della libertà

Posted By Jack Lagona on aprile 1st, 2009

rete_liberaLa Rete è una forma d’arte: a volte inadatta, a volte inespressa, a volte capace di generare contenuti tutt’altro che logici. Ma è sempre una forma eterogenea di trasformazioni usuali e capaci, di condivisione di dati e contenuti di varie fonti sociali e intellettuali. Quando qualcuno, nel nome della Legge e della regolamentazione governativa, si fa avanti per intraprendere azioni da portare l’Internet moderna al passo del medioevo, si presta ad un giogo non suo, ma di altri fattori che ne vogliono imbrigliare le redini verso un contesto censorio, territoriale e dittatoriale.

È notizia ormai datata il decreto legge del Senatore D’Alia sul modo, più o meno lecito, di offuscare i siti web che istigano alla criminalità: nata per far fronte ad alcune sciocchezze apparse su Facebook (gruppi su Riina e Provenzano), spesso per creare rumore che per effettive proposte legittime e mafiose, la proposta del Senatore dell’Udc è stata approvata in un pacchetto di leggi sulla sicurezza e non, come si potrebbe immaginare e come in realtà dovrebbe essere, in una serie di leggi sulla regolarità dei contenuti su Internet.
La seconda proposta per imbavagliare la Rete è il ddl dell’Onorevole Carlucci sulla pedofilia online: un emendamento, detto dalla sua emendante, nato per combattere la pedo-pornografia in Rete, ma che – in pratica – contiene delle proposte di tutt’altro genere. Scritta da Davide Rossi presidente di Univideo, la proposta dell’Onorevole Carlucci è un vero e proprio disegno di legge contro la pirateria online e contro l’anonimato in rete. (continua…)

La rete risponde: Ancora censura?

Posted By Jack Lagona on febbraio 25th, 2009

Premettendo che non è l’unica bomba che circola in rete, ma solo la più recente, avevo due notizie da scrivere per “La rete risponde“: questa e il cambiamento di policy di Facebook. Del cambiamento repentino, quanto improvviso, di Facebook e delle sue clausole sulla privacy, se ne è già parlato tutto sommato approfonditamente da più parti, quindi mi è sembrato superfluo e ripetitivo scriverne ancora, mentre la notizia che mi accingo a commentare è non solo fresca fresca, ma soprattutto viene dall’Italia: Roma, Atac e Current vi dicono qualcosa?

Roma la conoscete tutti: la capitale, la città eterna, il posto dove si trovano le Istituzioni e via dicendo. L’Atac forse la conoscete un po’ meno perché è locale: è l’azienda municipalizzata dei trasporti romana. Current ormai è sinonimo di video-informazione condivisa ed è soprattutto conosciuto per annoverare tra i suoi fondatori Al Gore ex Presidente americano e recente vincitore di un Nobel per la pace. Ma cosa lega questi tre nomi? Li lega una campagna pubblicitaria.

Current è presente in rete (current.com) e sul canale 130 di Sky Italia. Su Current fanno un programma di approfondimento giornlistico che si chiama Vanguard, dove – a detta degli stessi produttori – i giornalisti che raccontano le storie non solo le raccontano, ma le vivono. Dal 10 marzo, Vanguard inizierà la nuova stagione trasmettendo due reportage sul binomio camorra/Chiesa e sugli aiuti americani alle fazioni anti-Iran. Essendo due prodotti altamente commerciali, i produttori di Current hanno deciso di pubblicizzare meglio l’evento con due manifesti nelle due principali città italiane: Milano e Roma. Hanno pensato, in accordo con l’agenzia che ha creato la campagna, di affiggere i manifesti nelle stazioni della metro delle due città, quello sulla camorra e quello sugli Stati Uniti, a partire dal 20 febbraio a Roma – settimana scorsa -, e dal 26 febbraio a Milano, domani.

Milano non si è creata nessun problema nel recepire il messaggio degli slogan (“Cosa succede quando la camorra entra in Chiesa?” e “Gli Stati Uniti stanno finanziando i terroristi?”) e delle due immagini (uno e due), mentre Roma ha mandato un comunicato stampa (poi corretto dal presidente) dichiarando l’impossibilità di affiggere i manifesti:

Con riferimento alla richiesta relativa alla campagna in oggetto, pianificata a Roma dal 20 Febbraio, ATAC, dopo aver attentamente valutato i probabili impatti sulla sensibilità dei cittadini e della città tutta, ritiene di non poterne dare autorizzazione all’esposizione sui propri mezzi.

Tale decisione trova fondamento nel difficile momento che la cittadinanza di Roma sta vivendo riguardo alla percezione della sicurezza personale e sociale, in considerazione del quale ATAC non può che coadiuvare l’Amministrazione comunale nell’evitare qualunque elemento che possa ulteriormente aumentare tale disagio.

Adesso sapete cosa lega i tre nomi. Veniamo alle discussioni in rete.

Current ha subito pubblicato la notizia chiamandola “Censura” e dai commenti (30+) si capisce che la rete da loro ragione. Ma la Rete non finisce coi soli commenti, si allarga e diventa quasi virale. La prima a parlarne è chiaramente Livia Iacolare nel suo blog, e la cosa rimbalza di blog in blog fino a diventare un’unica risposta alla censura romana (sembra sempre di più una censura, effettivamente).
Ne parlano, in linea diretta come leggo dai miei feed, Nicola che concorda “con chi considera questa motivazione inaccettabile, anche perché non c’è alcun legame tra le inchieste di Current e la cosiddetta emergenza sicurezza [...] Si tratta di una decisione censoria e Current la sta ovviamente e giustamente utilizzando per farsi ancora più pubblicità”, mentre Enrico parla come al solito con molta franchezza e si esprime in termini più politici: “Qualcuno ha detto censura? Personalmente sì, dico censura. E delle più gravi. Il fatto è che un’indagine sui rapporti (non esattamente conflittuali, anzi) tra Chiesa e camorra evidentemente a qualcuno non piace. E meno che mai una sulla faccia sporca della “war on terror” di Bush, che da queste parti ha trovato ciechi sostenitori nella parte politica ora al potere”.
Dario, proponendo le immagini incriminate, la butta sul tecnologico perché crede che “i media sociali, la filosofia di condivisione che c’è dietro e tutto lo spirito del “Web 2.0 non sono ancora arrivati nelle stanze del potere. E probabilmente verranno sempre accettati con difficoltà”.
Anche Layla Pavone – presidente dello IAB Forum – crede nella censura verso Current: “Una campagna che l’ATAC di Roma ha vietato di effettuare adducendo spiegazioni che mi preccupano moltissimo sia come cittadina che come professionista della comunicazione.”
Federico, evocando la libertà di parola, si fa una domanda che preoccupa parecchio non solo lui: “Il mio pensiero è sempre lo stesso: la libertà di parola viene soffocata ogni giorno di più in questo paese. E stiamo facendo poco, troppo poco per impedirlo. Chi controlla i controllori? Noi ne abbiamo il potere. Ma temo che sia così ancora per poco tempo.” Già: chi controlla i controllori?
E poi ci sono io, consentitemelo, con il mio Politically Incorrect Marketing :D
Non manca il solito bastian contrario! (ma Paul è fatto così, dice sempre quello che pensa :) )

Passando ai giornali, Repubblica cita invece le parole di Massimo Tabacchiera, presidente dell’Atac: “Immagini pesanti, inopportune, che avrebbero potuto offendere la sensibilità dei cittadini, peraltro in un momento di grave tensione sociale, e per di più in una città come Roma, che è sede della Chiesa cattolica. La campagna utilizzava immagini inopportune e non adatte ad essere apposte sui mezzi pubblici”. Con una precisazione però: “Nella scelta non ha avuto un ruolo il problema della sicurezza”. In realtà ci sono due contraddizioni nelle parole di Tabacchiera: la prima è che uno dei reportage di Vanguard non parlava esplicitamente del connubio Chiesa e camorra, ma voleva esporre la storia di un prete che combatte la camorra, non la segue. La seconda contraddizione è prettamente linguistica: il comunicato stampa dell’azienda dei trasporti dice che i manifesti non possono essere approvati perché avrebbero provocato dei disagi nella sicurezza (nel difficile momento che la cittadinanza di Roma sta vivendo riguardo alla percezione della sicurezza personale e sociale), mentre il loro presidente dice l’esatto contrario. Delle due l’una. Prende sempre più piede la parola “censura”.
Il Sole riporta il comunicato stampa dell’azienda senza però commentare la notizia, tranne che sul titolo: Roma “censura” Current TV“, mentre Wired Italia scrive che “Bibbia e fucile spaventano Roma e l’Atac decide di censurare Current TV”. Il Tempo di Roma sta dalla parte dell’Atac: “ha rinunciato alla campagna pubblicitaria di Current.tv che chiedeva di vestire gli autobus romani con manifesti raffiguranti la Bibbia e un fucile. L’accostamento delle immagini deve essere sembrato un pugno nello stomaco”. Mi sa che l’articolista non ha visto ne’ le immagini ne’ la campagna.

Concludo questo lungo articolo pieno di link, ma non potevo fare altrimenti, con una mia legittima considerazione: sono convinto che la campagna di Vanguard sia stata – in qualche modo – censurata dal Comune (il presidente è eletto politicamente), ma credo allo stesso modo che Current ci stia giocando su un po’ più del lecito. E’ assolutamente giusto fare campagna pubblicitaria per un prodotto che costa tempo, fatica e pure soldi, ma è altrettanto vero che è stata montata una campagna anti-censura fuori dall’ordinario. Tante volte un ente boccia una qualsiasi richiesta e si parla subito di censura salvo cadere dopo tre minuti nell’oblio, ma quante volte il richiedente si chiama Current e conosce bene la Rete? Alla prossima settimana ;)

La Rete risponde

Posted By Jack Lagona on febbraio 18th, 2009

Mettiamo il caso che un utente che abbia un blog un giorno scrivesse ad esempio: “il Governo è contro i Rom“. Mettiamo pure il caso che il Governo non sia contro i Rom ma che ne abbia abbastanza dei misfatti di alcuni Rom e per questo fa delle leggi che, purtroppo, determinano l’odio contro tutta l’etnia rumena. Adesso mettiamo il caso che passasse l’art. 50-bis descritto nel disegno di legge 773 e diventi legge l’apologia di reato disegnata dal Senatore dell’UDC Gianpiero D’Alia.

Il primo e il terzo punto dell’apertura sono attinenti, il secondo va verso una ben precisa attuazione delle norme sulla sicurezza. Mi voglio soffermare sul primo e sul terzo punto: scrivere qualcosa di simile a il Governo è contro i Rom e il nuovo Emendamento D’Alia che presto potrebbe essere formalizzato dal Parlamento.

Soprattutto su quest’ultimo, si sono abbattuti sul Governo critiche da ogni dove, anche dall’estero: Bloomberg dice che “Facebook, la più grande rete sociale del mondo, si sono detti preoccupati che in Italia ci sia una proposta di legge che obblighi i provider Internet a bloccare l’accesso ai siti Web che incitano o giustificano il comportamento criminale: è come bloccare tutta la linea ferroviaria perché in una stazione ci sono dei graffiti sconvenienti“. The Standard scrive che: “un portavoce di Google, venerdì ha avvertito che questa proposta di legge costringerebbe i provider internet italiani a bloccare l’accesso a siti Web che incitano o giustificano il comportamento criminale, e ciò potrebbe minacciare la libertà di espressione e di fatto dimostra inattuabile la pratica“. Marco Pancini, responsabile Google Italia, ad Arnnet.com afferma: “Non ho idea di cosa accadrà se questo disegno di legge verrà approvato. Ci sono già a livello europeo norme che disciplinano il commercio on-line, che sono state introdotte dopo consultazioni con le parti interessate. La presente legge non risolverà il problema e le sue conseguenze sono difficili da prevedere“, e continua dicendo che La legge riguarda tutte le piattaforme di hosting Internet che ospitano contenuti generati dagli utenti. La nostra preoccupazione è del suo possibile effetto sull’intero ecosistema Internet“.

Dal lato italiano la presa di posizione più dura viene da Articolo21: Il Senatore Gianpiero D’Alia, con il suo emendamento si prepara a mettere il bavaglio alla rete. Andrebbe ricordato che il reato di apologia e di istigazione a delinquere, è già previsto e punito dal codice penale, quindi chiunque ne venga accusato, viene processato, e se colpevole, condannato. Ovvio che il fine non quello, ma è di limitare la libertà di espressione e di opinione in rete“.

Anna Masera su La Stampa intervista Antonio Di Pietro, leader dell’IdV, nell’intervista e sul suo blog, spiega che «L’emendamento avvia “la repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo Internet”. Nei fatti, se approvato, permetterà di reprimere la libertà di espressione e di opinione in Rete. Il reato di apologia e istigazione a delinquere è già previsto e punito dalla legge, chiunque ne venga accusato oggi viene processato e, se colpevole, condannato. D’Alia e i suoi mandanti non vogliono attendere il processo, né la sentenza, vogliono emettere subito il verdetto di colpevolezza obbligando i provider ad oscurare da subito il sito. Poi, chi se ne frega del processo».

Beppe Grillo si scaglia contro l’emendamento considerando l’Italia alla stregua della Cina: “[D'Alia, N.d.R.] ha proposto un emendamento che obbligherà i provider a oscurare siti, blog o social media come YouTube e Facebook su richiesta del ministero degli Interni per reati di opinione, ad esempio un filmato o un gruppo che invitano a non osservare una legge considerata ingiusta. Senza nessuna sentenza della magistratura. Questo, oggi, avviene solo in Cina. In una dittatura“.

Intervistato da Gilioli dell’Espresso (a specifica domanda: «lei è conscio del fatto che se in Italia si chiudono YouTube e Facebook siamo peggio della Birmania?»), il Senatore D’Alia ha risposto: “sì, Facebook potrebbe essere chiuso in Italia se non interverrà sui gruppi che dispongono apologia di reato; sì, YouTube potrebbe essere chiuso se non censurasse video segnalati dalle autorità“. Candido e chiaro!

Di certo noi italiani siamo portatori sani di una malattia chiamata “fatta la legge, nasce l’inganno”, quindi ci potremmo aspettare un repentino cambio di marcia su questo emendamento, però da quello che si legge sia in Rete che su carta la cosa rimane molto difficile. Vedremo.

Antipirateria o censura?

Posted By Jack Lagona on gennaio 28th, 2009

Doveva esserci un’intesa tra le parti quando il Governo aveva parlato di una riforma contro la pirateria audiovisiva online, invece sembra che il neonato “Comitato tecnico governativo contro la pirateria digitale e multimediale” abbia fatto tutto da solo. Altroconsumo, nota associazione dei consumatori, ha pubblicato allarmata una prima bozza del provvedimento tutelare che riporterebbe l’Italia, non solo indietro quasi al medioevo, ma la porrebbe come la Nazione che invece di prendere spunto dagli errori degli altri, gli errori li commette e li tramuta in legge.

Ma andiamo per ordine. Dicevamo che Altroconsumo ha pubblicato la bozza di un provvedimento del Comitato che darebbe carta bianca al Governo per tutelare il diritto d’autore. Fin qui nulla di male, il Comitato è nato appositamente per questo motivo, in un certo senso, ma il dramma è dietro l’angolo: “Il provvedimento appare arcaico, protezionista e contrario agli interessi dei consumatori e dell’innovazione del mercato digitale”, ribattono dall’Associazione dei consumatori. Ma cosa dice il provvedimento? Ne spiega i particolari Guido Scorza, avvocato ed esperto di Internet: “Per prima cosa, si dà una delega in bianco al governo, per attuare nuove misura a difesa del diritto d’autore. Imponendo responsabilità, in caso di violazione, a utenti e a “prestatori di servizi della società dell’informazione”. Ma chi sono questi “prestatori di servizi”? “Nella proposta si parla anche di provider internet, che però per il diritto comunitario, recepito in Italia, non possono essere responsabili di quanto fatto dai propri utenti. Pensiamo allora che la proposta voglia attribuire responsabilità, ora non certe sul piano giuridico, a soggetti come YouTube e a fornitori di hosting”. E questo cosa comporta? “Si mira ad introdurre un controllo di tipo censorio sulla circolazione, nelle piattaforme di diffusione dei contenuti digitali, di contenuti contrari a norme imperative, all’ordine pubblico, al buon costume”.

Concludendo, quindi, questa legge introdurrebbe un qualcosa simile alla censura (come nei film) che, se attuata, varcherebbe la soglia critica della “Dottrina Sarkozy“. Anche se la Comunità Europea l’ha già bocciata in passato, non vuol dire che ogni singolo Stato non possa emanare una direttiva contro la pirateria in modo assolutamente autonomo.

Non ci resta che aspettare e capire meglio come si comporterà il Governo.

Approfondimenti

No ai filtri

Posted By Luca on novembre 20th, 2008

Gli ISP australiani non vogliono in nessun modo fungere da censori della rete, non vogliono imporre filtri che ridurranno le prestazioni della banda larga e si lanciano, compatti, contro la proposta del ministro delle comuncazioni Stephen Conroy, definito dal CEO di iiNet, Michael Malone, “Il peggiore che abbiamo avuto da 15 anni, sin da quando esiste l’industria di Internet”.

Non solo i provider comunque, sono in tanti a non volere il progetto censorio del governo, tra questi attivisti, semplici consumatori, appassionati di Internet e amministratori di rete, i quali sono pronti a dare battaglia per difendere i loro diritti e promuovere le loro ragioni contro un sistema che definiscono inefficace e pesante.

iiNet, nel caso, ha anche deciso di partecipare al test del programma in oggetto, che dovrebbe fungere da apripista per l’applicazione effettiva e totale del sistema di filtraggio. L’adesione è stata una mossa premeditata per dimostrare, una volta per tutte, che il progetto è fallace, aggirabile con facilità, pesante e presenta rischi molto seri per la libertà di espressione dei cittadini o per il semplice pluralismo dell’informazione.

Durante tutto l’arco del test il CEO promette di diffondere ogni errore del software, falsi positivi, rallentamenti eccessivi e qualsiasi altra leggerezza. “Non stanno ascoltando gli esperti, non stanno ascoltando l’industria, non stanno ascoltando i consumatori, quindi forse un po’ di numeri concreti potranno essere d’aiuto” aggiunge ancora Malone.

Anche alcuni parlamentari si schierano dalla parte dei netizen, in particolare il senatore dei Verdi Scott Ludlam, che con un interrogazione parlamentare ha accusato il ministro di manovrare l’opinione pubblica con false affermazioni, ovvero che paesi come Svezia, Canada, Gran Bretagna e Nuova Zelanda, che sta implementando la dottrina Sarkozy, stia per imboccare la stessa strada della terra dei canguri.

A queste domande scottanti, il ministro ha espresso un talento degno di Pelé, ovvero dribblando l’argomento e sostenendo come lo staff che lavora al progetto è cosciente “dei problemi tecnologici inerenti alla tecnologia del filtraggio ed è per questo che stiamo conducendo dei test, per mettere alla prova le tecnologie in questione”. Il senatore Ludlam ha però incalzato chiedendo ulteriori dettagli sulle affermazioni in merito alle politiche future di altri paesi, sui contenuti illegali che si intende bloccare. Purtroppo proprio in quel momento il ministro se ne doveva andare, ma si è detto pronto a tornare in Senato per fornire altre informazioni.

Speranza di molti rimane il naufragio della volontà censoria dell’Australia, che potrebbe creare un precedente pericoloso, utilizzabile da qualsiasi governo “democratico”.

Diego Maradona è introvabile su Internet

Posted By Luca on novembre 20th, 2008

Non sarà facile per gli argentini trovare informazioni nella grande rete sul loro principale idolo calcistico. I due motori di ricerca più usati, Google e Yahoo, sono stati costretti a cancellare i risultati sul pibe de oro, nella loro versione localizzata nelle pampa.

Le due compagnie internettiane erano già stati coinvolte sin dall’anno scorso in una battaglia legale che aveva coinvolto centinaia di personalità pubbliche, tra queste anche Diego Maradona, e che aveva già portato a misure restrittive temporanee alla libertà di ricerca dei netizen del paese sudamericano.

Il provvedimento da parte di un tribunale argentino imponeva alle versioni localizzate, non alle versioni USA o europee quindi, dei due motori di eliminare determinati risultati dalle loro indicizzazioni, in genere link a contenuto diffamatorio. Un principio molto pericoloso per le aziende del settore, che impone loro di prendersi la responsabilità di ciò che gli utenti scrivono nel sito indicizzato, a differenza di quanto già stabilito sia in Europa che negli Stati Uniti.

Tutto è cominciato con una lettera indirizzata a Google Argentina dove si imponeva la rimozione di determinati link. Alla risposta negativa di BigG, circa 70 personaggi pubblici, rappresentati dallo stesso avvocato, avevano citato Alberto Arebalos, direttore di Google nell’america latina. Il file era quello di togliere dei siti a contenuti pornografico ai quali venivano associati. Google, nel caso, aveva accettato di rimuovere le pagine web, ma solo dietro una notifica degli utenti.

Tutto sarebbe finito qui, se altre celebrità, il calciatore argentino Maradona in primis, non avessero intentato causa sia a Google che a Yahoo in una sorta di class action, non presente nell’ordinamento argentino, per gli stessi motivi. L’azione legale è partita dallo stesso avvocato, Martin Leguizamon Peña, che ha anche richiesto degli indennizzi tra i 100,000 e 400,000 pesos ( € 24.000 e € 96.000 circa).

Il tribunale ha accolto le istanze dell’avvocato, ma con risultati diversi per le due compagnie. Mentre l’azienda di Mountain View è riuscita ad eliminare solo i link richiesti, l’azienda di Sunnyvale ha dovuto operare in maniera più drastica. Per esempio, nel caso del calciatore, sono disponibili solo pochissimi siti di news e un avviso che recita: “a causa di un ordine giudiziario sollecitato da un privato, siamo obbligati a sopprimere temporaneamente tutti o alcuni dei risultati collegati a questa ricerca”.

Arebalos ha già annunciato l’intenzione di ricorre in appello contro la sentenza che considera mera “censura”, in quanto “blocca molti riferimenti bloccati possono essere legittimi”. “Noi non vogliamo diventare i censori di Internet” continua l’amministratore Google “se voi andate in un’edicola e dite al proprietario che è responsabile di ciò che scrivono i giornali e che deve cercare e rimuovere quelli che danneggiano una certa persona, non avrebbe senso.” Conclude affermando: “Noi siamo l’edicola”.

Non si hanno traccia di imposizioni dei tribunali che riguardino una specifica persona, anche se in molti altri casi vi è stato un oscuramento imposto dalle autorità, come nel caso del materiale nazista in Germania o coperto da copyright negli Stati Uniti.

Ora Google collabora con il goberno argentino affinché si colmi il vuoto legislativo e si evitino casi simili in futuro. Per ora il blocco rimane, anche se è molto facile da aggirare. È sufficiente, infatti, utilizzare pseudonomini o solo il cognome o il nome del personaggio, o ancora più semplicemente sfruttare motori di ricerca non colpiti dal provvedimento o le versioni estere.

Censura cinese all’opera?

Posted By Luca on novembre 18th, 2008

Alcuni giorni fa dalle parti dell’Estremo Oriente molti netizen hanno avuto a che fare con un singolare problema. Una serie di domini risultava irraggiungibile e l’eventuale tentativo di accedere ai siti, ad esempio attraverso un link, rimandava a Baidu, il motore di ricerca più usato in Cina. Il fenomeno è durato poco più di due giorni, ma tanto è bastato per domandarsi se il regime cinese fosse di nuovo all’opera per indirizzare i cittadini verso i contenuti consentiti.

I siti coinvolti nel blocco sono tutti legati al mondo del file sharing, forse non a caso considerando le enormi pressioni delle lobby occidentali affinché il governo di Pechino mettesse un freno alla pirateria dilagante. Pressioni che si sono concretizzate nella chiusura di una serie di siti e di altri che sono stati soggetti ad un semplice richiamo. Mossa che però non sembra aver scaturito gli effetti sperati ed è forse alla base di questo ennessimo tentativo di censura.

In sostanza chi avesse voluto aprire Mininova.org per ricercare del materiale protetto da copyright o anche del semplice software libero, si sarebbe trovato davanti la pagina di Baidu. Questa mossa del redirect non è una novità nel panorama cinese, ma questa volta a differenza di siti scomodi, come Amnesty International, l’obiettivo erano i motori che indicizzivano link per scaricare materiale tramite p2p, convolgendo IsoHunt, emule.org.cn e VeyCD, produttore di una mod di emule estremamente diffusa in Cina. Nell’elenco manca The Pirate Bay, questo perché per il sito svedese la censura opera ormai da tempo immemore.

Dopo due giorni, come già accennato, la situazione è tornata alla normalità, se di normalità si può parlare da quelle parti. Il pensiero della rete è unanime: si è trattato di ad una mossa del governo per estromettere il p2p. Niek, cofondatore di Mininova ha affermato: “Siamo in un certo senso onorati che il nostro servizio sia stato aggiunto a quello offerto da Wikipedia e Youtube tra i siti censurati. Per fortuna le persone a capo di tutto questo hanno capito che bloccare un motore di ricerca come Mininova non è una buona idea”. Le parole di Niek sembrano corrispondere alla realtà, se si considera che già Baidu è perfettamente in grado di trovare del materiale pirata.

Nuove forme di censura per i siti italiani

Posted By Stefano on ottobre 27th, 2008

Sembra proprio che altri siti, oltre a quelli già conosciuti e segnalati, da qui a poco, non saranno più raggiungibili dagli utenti italiani.

In particolare, i siti che riguardano la vendita di sigarette; questo per evitare che il loro traffico da parte di utenti italiani vada ad infrangere le leggi dello Stato. Ciò significa che anche questi tipi di siti andranno ad aggiungersi alla blacklist italiana che già comprende, ovviamente, anche altro materiale non legale (come può esserlo, ad esempio, il gioco d’azzardo).

Pare anche che i siti incriminati non saranno solamente oscurati, ma che si adotteranno anche altri metodi (come il reindirizzamento) per impedire agli utenti di visitarli.

Quando la censura diventa legale

Posted By Jack Lagona on dicembre 10th, 2007

Sempre più spesso nel mondo i governi mettono la museruola al web. Lo fanno nel nome della politica, della sicurezza e della morale: filtri che tutelano i minori ma anche i regimi. E in mezzo ci sono tanti complici: a partire dalle aziende di alta tecnologia. I dittatori del terzo millennio infatti temono internet e per paura della libera circolazione delle idee controllano le chatroom, filtrano i risultati dei motori di ricerca, chiudono i blog e bloccano i principali nodi della rete, rallentando la corsa delle informazioni online. I «cattivi» noti sono la famigerata Cina, ma anche molti paesi dell’ex-Urss, e poi ancora l’Egitto, Cuba, la Corea, la Siria, la Tunisia, il Vietnam, l’Iran e l’Arabia Saudita.
Una recente ricerca, svolta dalla OpenNet Initiative (Oni), mostra che su 41 paesi indagati – da cui sono esclusi Corea del Nord e Cuba per l’impossibilità di fare ricerche sul campo – 26 governi hanno attuato politiche di censura. Sempre secondo Oni, alcune repubbliche dell’ex-Urss – in particolare Bielorussia, Tagikistan e Kirghizistan – hanno ripetutamente smantellato interi siti web nei periodi che precedono le consultazioni elettorali.

Ma anche la Russia non se la passa bene: la percentuale di russi con accesso a internet è infatti cresciuta dall’8% del 2002 al 25 per cento del 2007 e questa esplosione ha attirato l’attenzione del Cremlino, ora impegnato ad allestire siti filo-governativi e a tirare dalla propria parte i blog ribelli, nel tentativo di creare una seconda internet, parallela ma diversa da quella globale e sicuramente più comoda e gestibile. Infine, tra gli esempi più clamorosi, è doveroso citare la giunta militare birmana che, nei giorni della protesta trainata dai monaci buddisti, è arrivata a disattivare l’intera rete.
Il mondo democratico naturalmente non sta a guardare e prova a parlare apertamente di censura, a cominciare da una recente iniziativa (dall’esplicito titolo «Some People Think the Internet is a Bad Thing: The Struggle for Freedom of Expression in Cyberspace»; Alcune persone pensano che Internet sia una cosa cattiva: La lotta per la libertà di espressione nel Cyberspazio) organizzata da Amnesty International e dal giornale inglese The Observer. Ma i tanti paesi che stanno scegliendo la via del controllo su internet includono anche nazioni «insospettabili» e, fatto ancor più grave per certi versi, possono contare su alleati occidentali e legali, aziende che si rifugiano dietro un apparato normativo che chiude un occhio e se ne lava le mani. In Europa, secondo l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione, ben 24 nazioni su 56 intervengono in qualche modo per filtrare i contenuti di una rete che sta perdendo inesorabilmente quell’afflato libertario con cui è nata.

C’è poi la cosiddetta banda dei quattro, vale a dire Microsoft, Google, Yahoo! e Cisco Systems, che è scesa a compromessi con le autorità di Pechino e con i suoi interventi censori, nel tentativo di non perdere il ricco mercato cinese. La loro giustificazione è che tutto sommato si tratta del male minore, poiché altrimenti il popolo cinese non avrebbe alcun modo di approdare ai loro siti, seppur rivisti e corretti. Del resto, secondo una recente denuncia, l’home page di Google in Cina è rimasta irraggiungibile proprio in occasione dell’incontro tra Bush e il Dalai Lama. In Brasile invece il motore di ricerca ha dovuto barcamenarsi con problemi di privacy e censura, in seguito alle pressioni delle autorità che indagano su alcune comunità online sviluppatesi su Orkut, il social network del colosso di Mountain View. In questo caso Google si è rifiutato di collaborare con la polizia locale, ma anche stavolta l’imbarazzo non è stato poco. Il fatto è che le grandi internet company si trovano spesso di fronte a un bivio, schiacciati tra le ragioni del business e quelle dell’etica.

Infine, esistono una miriade di società produttrici di software, prevalentemente californiane, che vendono piattaforme tecnologiche ai cosiddetti pervasive blocker, a quegli stati che impediscono regolarmente ai cittadini di visitare una vasta gamma di informazioni online attraverso specifiche soluzioni tecnologiche. L’atto di accusa proviene dalla rivista Christian Science Monitor, che si scaglia contro l’industria americana produttrice di censorware, ovvero software utilizzati per filtrare i contenuti del cyberspazio. Secondo questa denuncia la Birmania si avvale di applicazioni sviluppate dalla californiana Fortinet, l’Iran si «serve» da Websense e da Secure Computing (anch’esse rigorosamente californiane) mentre Tunisia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti ricorrono a SmartFilter, di San José, e a Blue Coat System; infine Singapore si affida a SurfControl, società a capitale britannico ma con base in California. Interpellate, le aziende a stelle e strisce replicano per la maggior parte sostenendo di vendere i propri prodotti attraverso società intermediarie, appellandosi all’intramontabile palleggio di responsabilità e adducendo il nobile fine dei filtri contro il porno per proteggere i minori. Anche se qualche tempo fa il capo delle vendite di Fortinet è stato ripreso proprio dalla tv birmana mentre incontrava il capo del governo del paese asiatico. Qualche azienda, come Blue Coat, ammette invece limpidamente la propria complicità e si nasconde dietro la legge. Infatti, sebbene al Congresso americano sia stato presentato il Global Online Freedom Act, un progetto di legge che punta a impedire l’esportazione di software destinato a un uso politico repressivo, per il momento tutto è legale e trasparente.