Articoli con tag censura
Cancellato l’emendamento D’Alia
Scritto da redazione in Internet e OS il 30 aprile 2009
Non poteva durare per molto tempo, questo si poteva facilmente intuire leggendo il testo del pericoloso emendamento che limitava ampiamente la libertà di tutti i siti internet, promettendo la chiusura del sito intero se al suo interno veniva scritto un commento, una frase o una pagina poco rispettosa o poco piacevole per alcuni.
L’emendamento D’Alia, di cui abbiamo anche noi discusso ampiamente nelle scorse settimane, è stato dunque tagliato fuori dal Parlamento, grazie anche al lavoro su un contro-emendamento da parte del parlamentare Roberto Cassinelli, che studia da mesi un provvedimento per “addolcire” la “censura totale”, coniugando severità e libertà di espressione in rete.
Continuano intanto le proteste online, da social network come Facebook a grandi portali come Google o Altroconsumo, che pubblicano video e si esprimono contro un possibile periodo oscuro per l’internet mondiale.
La rete risponde: Ancora censura?
Scritto da Jack Lagona in La rete risponde il 25 febbraio 2009
Premettendo che non è l’unica bomba che circola in rete, ma solo la più recente, avevo due notizie da scrivere per “La rete risponde“: questa e il cambiamento di policy di Facebook. Del cambiamento repentino, quanto improvviso, di Facebook e delle sue clausole sulla privacy, se ne è già parlato tutto sommato approfonditamente da più parti, quindi mi è sembrato superfluo e ripetitivo scriverne ancora, mentre la notizia che mi accingo a commentare è non solo fresca fresca, ma soprattutto viene dall’Italia: Roma, Atac e Current vi dicono qualcosa?
Roma la conoscete tutti: la capitale, la città eterna, il posto dove si trovano le Istituzioni e via dicendo. L’Atac forse la conoscete un po’ meno perché è locale: è l’azienda municipalizzata dei trasporti romana. Current ormai è sinonimo di video-informazione condivisa ed è soprattutto conosciuto per annoverare tra i suoi fondatori Al Gore ex Presidente americano e recente vincitore di un Nobel per la pace. Ma cosa lega questi tre nomi? Li lega una campagna pubblicitaria.
Current è presente in rete (current.com) e sul canale 130 di Sky Italia. Su Current fanno un programma di approfondimento giornlistico che si chiama Vanguard, dove – a detta degli stessi produttori – i giornalisti che raccontano le storie non solo le raccontano, ma le vivono. Dal 10 marzo, Vanguard inizierà la nuova stagione trasmettendo due reportage sul binomio camorra/Chiesa e sugli aiuti americani alle fazioni anti-Iran. Essendo due prodotti altamente commerciali, i produttori di Current hanno deciso di pubblicizzare meglio l’evento con due manifesti nelle due principali città italiane: Milano e Roma. Hanno pensato, in accordo con l’agenzia che ha creato la campagna, di affiggere i manifesti nelle stazioni della metro delle due città, quello sulla camorra e quello sugli Stati Uniti, a partire dal 20 febbraio a Roma – settimana scorsa -, e dal 26 febbraio a Milano, domani.
La Rete risponde
Scritto da Jack Lagona in La rete risponde il 18 febbraio 2009
Mettiamo il caso che un utente che abbia un blog un giorno scrivesse ad esempio: “il Governo è contro i Rom“. Mettiamo pure il caso che il Governo non sia contro i Rom ma che ne abbia abbastanza dei misfatti di alcuni Rom e per questo fa delle leggi che, purtroppo, determinano l’odio contro tutta l’etnia rumena. Adesso mettiamo il caso che passasse l’art. 50-bis descritto nel disegno di legge 773 e diventi legge l’apologia di reato disegnata dal Senatore dell’UDC Gianpiero D’Alia.
Il primo e il terzo punto dell’apertura sono attinenti, il secondo va verso una ben precisa attuazione delle norme sulla sicurezza. Mi voglio soffermare sul primo e sul terzo punto: scrivere qualcosa di simile a il Governo è contro i Rom e il nuovo Emendamento D’Alia che presto potrebbe essere formalizzato dal Parlamento.
Soprattutto su quest’ultimo, si sono abbattuti sul Governo critiche da ogni dove, anche dall’estero: Bloomberg dice che “Facebook, la più grande rete sociale del mondo, si sono detti preoccupati che in Italia ci sia una proposta di legge che obblighi i provider Internet a bloccare l’accesso ai siti Web che incitano o giustificano il comportamento criminale: è come bloccare tutta la linea ferroviaria perché in una stazione ci sono dei graffiti sconvenienti“. The Standard scrive che: “un portavoce di Google, venerdì ha avvertito che questa proposta di legge costringerebbe i provider internet italiani a bloccare l’accesso a siti Web che incitano o giustificano il comportamento criminale, e ciò potrebbe minacciare la libertà di espressione e di fatto dimostra inattuabile la pratica“. Marco Pancini, responsabile Google Italia, ad Arnnet.com afferma: “Non ho idea di cosa accadrà se questo disegno di legge verrà approvato. Ci sono già a livello europeo norme che disciplinano il commercio on-line, che sono state introdotte dopo consultazioni con le parti interessate. La presente legge non risolverà il problema e le sue conseguenze sono difficili da prevedere“, e continua dicendo che “La legge riguarda tutte le piattaforme di hosting Internet che ospitano contenuti generati dagli utenti. La nostra preoccupazione è del suo possibile effetto sull’intero ecosistema Internet“.
Antipirateria o censura?
Scritto da Jack Lagona in Internet e OS il 28 gennaio 2009
Doveva esserci un’intesa tra le parti quando il Governo aveva parlato di una riforma contro la pirateria audiovisiva online, invece sembra che il neonato “Comitato tecnico governativo contro la pirateria digitale e multimediale” abbia fatto tutto da solo. Altroconsumo, nota associazione dei consumatori, ha pubblicato allarmata una prima bozza del provvedimento tutelare che riporterebbe l’Italia, non solo indietro quasi al medioevo, ma la porrebbe come la Nazione che invece di prendere spunto dagli errori degli altri, gli errori li commette e li tramuta in legge.
Ma andiamo per ordine. Dicevamo che Altroconsumo ha pubblicato la bozza di un provvedimento del Comitato che darebbe carta bianca al Governo per tutelare il diritto d’autore. Fin qui nulla di male, il Comitato è nato appositamente per questo motivo, in un certo senso, ma il dramma è dietro l’angolo: “Il provvedimento appare arcaico, protezionista e contrario agli interessi dei consumatori e dell’innovazione del mercato digitale”, ribattono dall’Associazione dei consumatori. Ma cosa dice il provvedimento? Ne spiega i particolari Guido Scorza, avvocato ed esperto di Internet: “Per prima cosa, si dà una delega in bianco al governo, per attuare nuove misura a difesa del diritto d’autore. Imponendo responsabilità, in caso di violazione, a utenti e a “prestatori di servizi della società dell’informazione”. Ma chi sono questi “prestatori di servizi”? “Nella proposta si parla anche di provider internet, che però per il diritto comunitario, recepito in Italia, non possono essere responsabili di quanto fatto dai propri utenti. Pensiamo allora che la proposta voglia attribuire responsabilità, ora non certe sul piano giuridico, a soggetti come YouTube e a fornitori di hosting”. E questo cosa comporta? “Si mira ad introdurre un controllo di tipo censorio sulla circolazione, nelle piattaforme di diffusione dei contenuti digitali, di contenuti contrari a norme imperative, all’ordine pubblico, al buon costume”.
Concludendo, quindi, questa legge introdurrebbe un qualcosa simile alla censura (come nei film) che, se attuata, varcherebbe la soglia critica della “Dottrina Sarkozy“. Anche se la Comunità Europea l’ha già bocciata in passato, non vuol dire che ogni singolo Stato non possa emanare una direttiva contro la pirateria in modo assolutamente autonomo.
No ai filtri
Scritto da Luca in Internet e OS il 20 novembre 2008
Gli ISP australiani non vogliono in nessun modo fungere da censori della rete, non vogliono imporre filtri che ridurranno le prestazioni della banda larga e si lanciano, compatti, contro la proposta del ministro delle comuncazioni Stephen Conroy, definito dal CEO di iiNet, Michael Malone, “Il peggiore che abbiamo avuto da 15 anni, sin da quando esiste l’industria di Internet”.
Non solo i provider comunque, sono in tanti a non volere il progetto censorio del governo, tra questi attivisti, semplici consumatori, appassionati di Internet e amministratori di rete, i quali sono pronti a dare battaglia per difendere i loro diritti e promuovere le loro ragioni contro un sistema che definiscono inefficace e pesante.
iiNet, nel caso, ha anche deciso di partecipare al test del programma in oggetto, che dovrebbe fungere da apripista per l’applicazione effettiva e totale del sistema di filtraggio. L’adesione è stata una mossa premeditata per dimostrare, una volta per tutte, che il progetto è fallace, aggirabile con facilità, pesante e presenta rischi molto seri per la libertà di espressione dei cittadini o per il semplice pluralismo dell’informazione.
Diego Maradona è introvabile su Internet
Scritto da Luca in Internet e OS il 20 novembre 2008
Non sarà facile per gli argentini trovare informazioni nella grande rete sul loro principale idolo calcistico. I due motori di ricerca più usati, Google e Yahoo, sono stati costretti a cancellare i risultati sul pibe de oro, nella loro versione localizzata nelle pampa.
Le due compagnie internettiane erano già stati coinvolte sin dall’anno scorso in una battaglia legale che aveva coinvolto centinaia di personalità pubbliche, tra queste anche Diego Maradona, e che aveva già portato a misure restrittive temporanee alla libertà di ricerca dei netizen del paese sudamericano.
Il provvedimento da parte di un tribunale argentino imponeva alle versioni localizzate, non alle versioni USA o europee quindi, dei due motori di eliminare determinati risultati dalle loro indicizzazioni, in genere link a contenuto diffamatorio. Un principio molto pericoloso per le aziende del settore, che impone loro di prendersi la responsabilità di ciò che gli utenti scrivono nel sito indicizzato, a differenza di quanto già stabilito sia in Europa che negli Stati Uniti.
Censura cinese all’opera?
Scritto da Luca in Internet e OS il 18 novembre 2008
Alcuni giorni fa dalle parti dell’Estremo Oriente molti netizen hanno avuto a che fare con un singolare problema. Una serie di domini risultava irraggiungibile e l’eventuale tentativo di accedere ai siti, ad esempio attraverso un link, rimandava a Baidu, il motore di ricerca più usato in Cina. Il fenomeno è durato poco più di due giorni, ma tanto è bastato per domandarsi se il regime cinese fosse di nuovo all’opera per indirizzare i cittadini verso i contenuti consentiti.
I siti coinvolti nel blocco sono tutti legati al mondo del file sharing, forse non a caso considerando le enormi pressioni delle lobby occidentali affinché il governo di Pechino mettesse un freno alla pirateria dilagante. Pressioni che si sono concretizzate nella chiusura di una serie di siti e di altri che sono stati soggetti ad un semplice richiamo. Mossa che però non sembra aver scaturito gli effetti sperati ed è forse alla base di questo ennessimo tentativo di censura.
In sostanza chi avesse voluto aprire Mininova.org per ricercare del materiale protetto da copyright o anche del semplice software libero, si sarebbe trovato davanti la pagina di Baidu. Questa mossa del redirect non è una novità nel panorama cinese, ma questa volta a differenza di siti scomodi, come Amnesty International, l’obiettivo erano i motori che indicizzivano link per scaricare materiale tramite p2p, convolgendo IsoHunt, emule.org.cn e VeyCD, produttore di una mod di emule estremamente diffusa in Cina. Nell’elenco manca The Pirate Bay, questo perché per il sito svedese la censura opera ormai da tempo immemore.
Nuove forme di censura per i siti italiani
Scritto da Stefano in Internet e OS il 27 ottobre 2008
Sembra proprio che altri siti, oltre a quelli già conosciuti e segnalati, da qui a poco, non saranno più raggiungibili dagli utenti italiani.
In particolare, i siti che riguardano la vendita di sigarette; questo per evitare che il loro traffico da parte di utenti italiani vada ad infrangere le leggi dello Stato. Ciò significa che anche questi tipi di siti andranno ad aggiungersi alla blacklist italiana che già comprende, ovviamente, anche altro materiale non legale (come può esserlo, ad esempio, il gioco d’azzardo).
Pare anche che i siti incriminati non saranno solamente oscurati, ma che si adotteranno anche altri metodi (come il reindirizzamento) per impedire agli utenti di visitarli.
Quando la censura diventa legale
Scritto da Jack Lagona in Internet e OS il 10 dicembre 2007
Sempre più spesso nel mondo i governi mettono la museruola al web. Lo fanno nel nome della politica, della sicurezza e della morale: filtri che tutelano i minori ma anche i regimi. E in mezzo ci sono tanti complici: a partire dalle aziende di alta tecnologia. I dittatori del terzo millennio infatti temono internet e per paura della libera circolazione delle idee controllano le chatroom, filtrano i risultati dei motori di ricerca, chiudono i blog e bloccano i principali nodi della rete, rallentando la corsa delle informazioni online. I «cattivi» noti sono la famigerata Cina, ma anche molti paesi dell’ex-Urss, e poi ancora l’Egitto, Cuba, la Corea, la Siria, la Tunisia, il Vietnam, l’Iran e l’Arabia Saudita.
Una recente ricerca, svolta dalla OpenNet Initiative (Oni), mostra che su 41 paesi indagati – da cui sono esclusi Corea del Nord e Cuba per l’impossibilità di fare ricerche sul campo – 26 governi hanno attuato politiche di censura. Sempre secondo Oni, alcune repubbliche dell’ex-Urss – in particolare Bielorussia, Tagikistan e Kirghizistan – hanno ripetutamente smantellato interi siti web nei periodi che precedono le consultazioni elettorali.
Ma anche la Russia non se la passa bene: la percentuale di russi con accesso a internet è infatti cresciuta dall’8% del 2002 al 25 per cento del 2007 e questa esplosione ha attirato l’attenzione del Cremlino, ora impegnato ad allestire siti filo-governativi e a tirare dalla propria parte i blog ribelli, nel tentativo di creare una seconda internet, parallela ma diversa da quella globale e sicuramente più comoda e gestibile. Infine, tra gli esempi più clamorosi, è doveroso citare la giunta militare birmana che, nei giorni della protesta trainata dai monaci buddisti, è arrivata a disattivare l’intera rete.
Il mondo democratico naturalmente non sta a guardare e prova a parlare apertamente di censura, a cominciare da una recente iniziativa (dall’esplicito titolo «Some People Think the Internet is a Bad Thing: The Struggle for Freedom of Expression in Cyberspace»; Alcune persone pensano che Internet sia una cosa cattiva: La lotta per la libertà di espressione nel Cyberspazio) organizzata da Amnesty International e dal giornale inglese The Observer. Ma i tanti paesi che stanno scegliendo la via del controllo su internet includono anche nazioni «insospettabili» e, fatto ancor più grave per certi versi, possono contare su alleati occidentali e legali, aziende che si rifugiano dietro un apparato normativo che chiude un occhio e se ne lava le mani. In Europa, secondo l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione, ben 24 nazioni su 56 intervengono in qualche modo per filtrare i contenuti di una rete che sta perdendo inesorabilmente quell’afflato libertario con cui è nata.
C’è poi la cosiddetta banda dei quattro, vale a dire Microsoft, Google, Yahoo! e Cisco Systems, che è scesa a compromessi con le autorità di Pechino e con i suoi interventi censori, nel tentativo di non perdere il ricco mercato cinese. La loro giustificazione è che tutto sommato si tratta del male minore, poiché altrimenti il popolo cinese non avrebbe alcun modo di approdare ai loro siti, seppur rivisti e corretti. Del resto, secondo una recente denuncia, l’home page di Google in Cina è rimasta irraggiungibile proprio in occasione dell’incontro tra Bush e il Dalai Lama. In Brasile invece il motore di ricerca ha dovuto barcamenarsi con problemi di privacy e censura, in seguito alle pressioni delle autorità che indagano su alcune comunità online sviluppatesi su Orkut, il social network del colosso di Mountain View. In questo caso Google si è rifiutato di collaborare con la polizia locale, ma anche stavolta l’imbarazzo non è stato poco. Il fatto è che le grandi internet company si trovano spesso di fronte a un bivio, schiacciati tra le ragioni del business e quelle dell’etica.



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