Lassù, a 2000 anni luce, ci potrebbe essere qualcuno che ci osserva! E’ stato scoperto, grazie al lavoro di un gruppo di studiosi di diversi Stati del mondo, un nuovo sistema planetario dalle caratteristiche sorprendenti. E’ stata la sonda Keplero ad immortalarlo durante l’esplorazione dello spazio, e ha rivelato un sistema composto da una stella, [...]
Posts Tagged ‘Copyright’
La rete risponde: L’eterna lotta tra il bene e il male

Secondo voi è giusto condannare chi detiene i files degli altri senza averli fisicamente? Se dal punto prettamente commerciale questo è tutto sommato possibile e, per certi versi, logico, dal punto di vista etico la sentenza di condanna a The Pirate Bay sembra un passo verso l’oscillazione dell’ago della bilancia verso le major che promettono, a questo punto, denunce a raffica verso tutti i trackers torrent.
La giustizia svedese ha sentenziato: ”Erano a conoscenza del fatto che veniva condiviso del materiale protetto. Mettendo a disposizione un sito con strumenti di ricerca ben sviluppati, con la possibilità di caricare e conservare contenuti e con un tracker collegato al sito gli accusati hanno incitato i condivisori a commettere i reati che hanno commesso“.
E quindi Peter Sunde aka Brokep, Fredrik Neij aka TiAMO, Gottfrid Svartholm aka Anakata e Carl Lundström, imprenditore svedese che ha garantito la copertura tecnica, sono stati condannati ad un anno di carcere e 2.7 milioni di euro di risarcimento all’industria dell’intrattenimento. E questo è solo il primo capitolo di una saga che si protrarrà chissà per quanto tempo.
E’ chiaro che questa condanna è ostracizzata da tutti, dai “pirati” della rete per primi e dalla parte “giusta” del web dall’altra. Ma non si può distinguere il “Bene” dal “Male”: sono entrambe facce della stessa medaglia. Quindi vediamole ‘ste facce.
Assodata la condanna, in rete partono le proteste per una sentenza considerata ingiusta da molti: sono pochi in effetti i precursori della legalità della condanna e della “giustizia è stata fatta”. Tra coloro che ritengono inutile la pena inflitta ai quattro della “Baia”, Sonia propone un tema su cui battersi: “Una sentenza del genere non potrà che dare man forte a tutte quelle politiche di controllo sul traffico messe in atto dai governi, in Europa come nel resto del mondo, a favore delle case di produzione e orientate a disincentivare il networking, inteso come opportunità di poter condividere attraverso la rete, opinioni, cultura e informazione, senza intermediari.” Questa sentenza in realtà condanna tutta la rete, non solo i pirati, perché prevarica i veri fruitori a favore di pochi piccoli potentati. L’avvocato Iaselli fa un ragionamento logico in questo senso: “in questo modo ci si allontana sempre di più dalla regolamentazione della Rete e si passa alla demonizzazione della stessa al fine di compiacere lobbies estremamente influenti.”
Ma il principio basilare di cui si nutre l’organizzazione di The Pirate Bay è sicuramente la condivisione. Condividere è una lodevole affermazione quando si parla di criteri “aperti, open source e copyleft”, anche perché, come dice il rivoluzionario Pollicino: “Il mondo è cambiato, il lavoro è cambiato e il diritto d’autore deve trovare nuove forme di riconoscimento che non siano di ostacolo alla diffusione della cultura e della condivisione.” Ma non sempre è possibile condividere: ci sono casi in cui i files da regalare agli amici non sono personali, anzi sono coperti da diritti d’autore che ne vietano, appunto, la condivisione senza scopo di lucro, e pertanto si va incontro a sanzioni. Ma resta il fatto che la condivisione è l’anima del web, e senza la condivisione non ci potrà essere futuro e innovazione. Tra le schiera di esperti del peer to peer, Luca Neri, giornalista e consulente informatico, è l’autore del libro La baia dei pirati - Assalto al copyright, un libro che racconta le ragioni tecniche, sociali, politiche della condivisione online. Neri, in un’intervista a 6estopotere, dichiara che non è cambiato nulla perché “non scompare il peer to peer. La condanna è puramente simbolica e non comporterà la chiusura definitiva del sito. [...] La sentenza di oggi sposta il dibattito sul copyright nell’era del digitale da un piano giuridico a un piano simbolico. [...] Credere di poter fermare così il fenomeno della condivisione, è come credere di poter fermare la storia“.
La sentenza di colpevolezza ad ogni modo da’ a IFPI (International Federation of the Phonographic Industry) l’opportunità di far oscurare il sito di file sharing: ma non tutti i provider sono d’accordo nell’eliminazione digitale dell’host, mentre in Italia iniziano i primi movimenti anti-baia da parte del PM Mancusi (quello dell’oscuramento dello scorso agosto, NdA). La vicenda però ha anche un risvolto politico positivo: il Piratpartiet svedese, dichiara in una nota che dal giorno della condanna le sottoscrizioni al movimento politico sono aumentate addirittura del 20%. Un dato anche questo storico, come la sentenza.
In realtà The Pirate Bay non è un sito dove depositare file – legali o illegali che siano – per condividerli in giro per la rete. I file che girano sui server dei vari trackers torrent (non esiste solo The Pirate Bay ricordiamolo), non sono dei file illegali perché sono solamente delle indicazioni prioritarie: l’estensione .torrent non è di per se’ un file illegale – ad esempio l’ultimo album di Madonna o l’ultima uscita di WOW – ma solamente un file che indica la via più breve per il pc che lo contiene. L’unico scopo dichiarato da Sunde e soci è la condivisione illimitata e senza restrizione di qualsiasi file che gira all’interno dei propri server. Quindi il contenere file torrent nei server del progetto non implica necessariamente la violazione di leggi sul copyright, ma purtroppo ne garantisce la divulgazione mettendo a disposizione gli strumenti adatti. E questo è reato. Ma anche no!
Tutto il discorso si potrebbe ridurre ad una semplice domanda: “Quanto è stretto il confine tra favorire la diffusione di opere multimediali e segnalare esclusivamente su quali PC sono?” La domanda è stata posta, adesso tocca a voi dare la risposta. Anche se dubito che qualcuno la possa avere.
Wikipedia: questione di copyright
Tutti sono a conoscenza delle enormi potenzialità di Wikipedia, la grande enciclopedia libera, gratuita e costantemente aggiornata grazie alla collaborazione di numerosissime persone in tutto il mondo.
Wikipedia offre tutti i contenuti senza chiedere nulla ai navigatori (a parte l’offerta di un contributo libero da parte di chi vuole aiutare il fondatore a sostenerne le spese).
Il tutto si svolge in un clima di solidarietà, di aiuto e di cooperazione. Ogni utente che vuole partecipare al progetto può scrivere o aggiungere informazioni e voci in modo del tutto autonomo.
Ovviamente è vietato inserire contenuti copiati da altre fonti. Forse non tutti sanno che sono abbastanza restrittive le regole riguardanti il caricamento di immagini e foto sulle pagine del portale.
Mentre è abbastanza facile controllare se un testo è stato copiato da un altro sito o da qualsiasi libro protetto da diritti d’autore, è praticamente impossibile stabilire con certezza se una foto è soggetta o meno a copyright.
E’ normale che per chi controlla che sul portale sia tutto regolare è difficile confrontare un’immagine o una foto con quelle già presenti nelle pubblicazioni e nei siti di tutto il mondo, ma purtroppo spesso capita che vengano automaticamente scartate foto inserite dagli utenti e di cui gli amministratori e i gestori non hanno la certezza della presenza del copyright.
Questa abitudine ci è stata confermata da molti nostri lettori che si sono chiesti il motivo del taglio di alcune foto, scattate completamente da loro, subito dopo l’inserimento delle stesse nel portale.
Questo sembra ancor più strano se consideriamo che nel Wikicommons, lo spazio dei media comune a tutti i progetti della Wikimedia Foundation, sono presenti delle foto di persone e luoghi famosi, dei quali allo stesso modo non si può avere la certezza matematica della mancanza dei diritti che la tutelano.
Secondo quali norme, quindi, viene regolato l’inserimento delle immagini? E perché a volte non si valuta il caso specifico e si preferisce eliminare i contenuti? Può una dichiarazione della fonte dell’immagine più o meno veritiera rappresentare una vera e propria dichiarazione di responsabilità?
Copyright by Barbareschi
Dal comitato antipirateria emergono proposte già anticipate. Nel caso particolare una proposta, all’inizio attribuita alla SIAE, si è rivelata essere di Luca Barbareschi, ma questo non significa che i suoi contenuti cambino.
Nella sostanza la proposta, ora disponibile sul sito del parlamentare, non si discosta dalla bozza che è circolata in rete diversi giorni fa e si propone di regolamentare un settore di inquadrare i “principi generali e negli istituti di diritto d’autore vigenti a livello internazionale, comunitario e nazionale” e dell’”attribuzione di specifici profili di diretta responsabilità civile, amministrativa e penale all’operato dei prestatori di servizi della società dell’informazione”.
Pur partendo dalle migliori intenzioni, sono in molti a credere che questa proposta sia l’ennesimo tentativo di porre una restrizione alla fruibilità della rete e di porre l’ISP al pari di un cane da guardia. In un intervento alla camera dei deputati ha parlato della rete internet e di nuove tecnologie in generale come “elementi di grande valore in una società moderna la cui economia è basata sul progresso e sull’innovazione tecnologica”, ma ha subito posto l’attenzione sul fatto che “la rete internet”, pur favorendo “la circolazione di dati, notizie e immagini” è “priva di ogni sistema di controllo” per via “dell’enorme bacino di utenza”.
La totale mancanza di controllo è il punto centrale della nuova proposta che vuole investire i provider di doveri che non gli competono, in quanto meri fruitori di servizi, con l’intenzione di imporre un modello “Sarkozy” per scoraggiare gli utenti dal violare le leggi sul diritto d’autore, nonostante le bocciature in sede europea.
Si parla anche di rafforzare ancor di più il ruolo della contestatissima SIAE, come si propone al punto g della proposta, ovvero: “adeguata remunerazione dei titolari dei diritti sulle opere ingegno immesse, circolanti e fruite tramite le dette piattaforme telematiche, anche attraverso l’attribuzione di specifiche funzioni alla Società italiana degli autori ed editori (SIAE) in ordine alla gestione dei corrispondenti diritti d’autore e dei relativi diritti connessi”.
Per spiegare la necessità di queste manovre Barbareschi cita gli ultimi dati della FIMI sullo stato del file sharing in Italia: “La quantità di file musicali scaricati abusivamente dal web si aggira intorno alle 1.300 unità per ogni personal computer che effettua l’accesso ai software del P2P, realizzando un fatturato complessivo pari ai 300 milioni di euro rispetto ai 266 milioni stimati per il mercato legale”, dati che non mancano di suscitare perplessità, anche sul fatto che un prodotto coperto da copyright scaricato non vuol dire necessariamente un prodotto non venduto.
Barbareschi, già nell’intervento, prova a calmare gli animi assicurando “la tutela delle libertà individuali, l’interesse pubblico e le esigenze del paese”.
Non solo di repressione e tutele delle major degli autori si parla, anche di “accessibilità delle opere dell’ingegno da parte degli utilizzatori” su piattaforme telematiche in cui saranno fruibili opere coperte da diritto d’autore in modo gratuito. Questo sistema sarà sostenuto economicamente da varie società, tra cui, propone Barbareschi “provider, società di telecomunicazioni, eccetera”. Inoltre, sempre secondo il parlamentare del PDL “l’attuale normativa relativa alla diffusione telematica delle opere dell’ingegno è di tipo meramente sanzionatorio e ciò appare del tutto inadeguato. Si rende necessario, pertanto, rivedere l’intero sistema con un’attenuazione del profilo penale”, proposito, quest’ultimo, gradito a molti utenti.
È bene precisare che questa è solo una proposta e che potrebbe non arrivare nemmeno alla discussione in parlamento, ma d’altro canto è abbastanza chiaro che qualsiasi altra iniziativa non si discosterà di molto da questi temi già esposti.
Chi registra è perduto
Non c’è pace per i pirati, per chi trae profitto dalla pirateria e per chi potrebbe trarne. In Canada Richard Craig Lissaman, lo sa bene. A soli 21 anni è stato beccato mentre cercava di registrare un film in una sala cinematografica con una telecamera. Sfortuna doppia, se si considera che nel paese degli alci e delle cascate del Niagara sono state recentemente approvati degli inasprimenti per chi viola il diritto d’autore.
Tutto è cominciato l’anno scorso, poco prima di Natale ossia il 21 dicembre nei pressi di Calgary. Il giovane, riuscendo ad introdurre una telecamera all’interno del cinema nascondendola in un calzino. Oltre a questo ha pensato di oscurare l’evidente led rosso, che segnala la registrazione del film, con del nastro adesivo. Tutto inutile, gli addetti si sono accorti del suo tentativo di registrare il film e lo hanno consegnato alle autorità.
Il processo è stato breve, dopo l’arresto c’era già stata la sua confessione, ovvero aver registrato parte del film Sweeney Todd, e non si è fatto troppi problemi a dichiararsi colpevole. Una multa da 1500 dollari canadesi (circa 1000€), vietata l’entrata in qualsivoglia cinema per 12 mesi e sempre per 12 mesi non potrà acquistare o possedere, a di fuori del proprio domicilio, qualsiasi apparecchio atto alla registrazione.
Le polemiche sono scaturite dopo la decisione del giudice, che ha affermato come il fatto “non può essere comparato al taccheggio”, ma di qualcosa più simile a “qualcuno che si impossessa di un carrello pieno di carne per poi rivenderla e guadagnarci”. Per chi possa obiettare che l’eventuale distribuzione è tutta da dimostrare, il magistrato è sicuro che “non si tratta di semplice furto per uso personale: l’utilizzo della telecamera induce a pensare alla volontà di voler trarre profitto dalla registrazione”.
La difesa del giovane si è subito dichiarata contraria alle motivazioni del giudice. Mancano troppi elementi per stabilire se vi era un intento di profitto o di lucro, ed a Craig non stati contestati reati simili prima di questo avvenimento, per cui l’unico reato per cui può essere stato condannato è “aver registrato un film senza il consenso di chi detiene i diritti”, nulla di più
Nella vicenda è intervenuta anche Canadian Motion Picture Distributors Association (CMPDA), che tramite il suo presidente Virginia Jones, fa sapere di non essere soddisfatti della sentenza, preoccupati del fatto che un paese come il Canada possa diventare un isola di pirati, avrebbero preferito che Lissman finisse “dietro le sbarre, per mandare un messaggio forte” e si augurano comunque che “sia solo un punto di partenza”.
Ha detto la sua anche Mark Christiansen, dirigente di Paramount Pictures, appoggiando le ragioni del giudice, ovvero che registrare un film equivale a condividerlo, sostenendo come azioni simili portino “alla mancata distribuzione legale di infinite altre copie, devastando l’industria cinematografica costretta a tagliare personale”. Quasi a dire che l’attuale crisi è colpa anche della pirateria che sottre miliardi all’economia.
Tutti colpevoli
Oltre le Alpi, In Francia, si discute di un caso giudiziario senza precedenti, che vede come attori principali Société civile des Producteurs de Phonogrammes en France (SPPF), gli sviluppatori di una serie di programmi di file sharing e anche Sourceforge.net. Le motivazioni? Secondo SPPF sono tutti colpevoli di aver favorito la diffusione di materiale protetto da copyright, tramite i loro programmi o servizi.
La battaglia legale contro tutti e tutto di SPPF era cominciata l’anno scorso, nel 2007, quando era partita effettivamente la denuncia, ma i tribunali francesi avevano bloccato tutto per stabilire se i software esteri potevano rientrare nella giurisdizione francese. Ora che la decisione, a favore dell’associazione dei produttori, è stata presa il processo può finalmente cominciare.
Sul banco degli imputati, come già detto, i produttori di software come Shareza, Limewire, Morpheus e Vuze (conosciuto come Azerus) poiché, secondo la legge francese, chi fornisce degli strumenti dichiratamente destinati alla diffusione di opere coperte da copyright sarebbe responsabile di favoreggiamento. Il caso ruota alla mancanza di filtri e sistemi di hashing per impedire la condivisione di file coperti da diritto d’autore, poco conta la libertà di scelta dei singoli utenti e che grazie al fatto che essi sono per la maggior parte Open Source eventuali filtri sarebbero stati tolti con una discreta facilità. Ma proprio per la diffusione del codice e per fornire una piattaforma adatta allo sviluppo dello stesso è stata denunciata anche Sourgeforce.net, sempre per favoreggiamento.
Ora, o i produttori implementeranno delle funzionalità anti pirata, oppure rischieranno una multa da 300mila euro e circa 3 anni di carcere, con buona pace del fatto, ormai assodato, che condividere non implica essere dei pirati. Non solo, le piattaforme p2p, è bene dirlo, non sono usate solo dai privati, ma anche da aziende che lavorano nel settore della musica, film ed altro per diffondere proprio opere coperte da copyright. Tutto questo non conta, la legge transalpina è chiara, bisogna mettere delle protezioni che neanche le società interessate vogliono adottare.
Quella che colpisce di più, è che l’accusa sia stata allargata a SourgeForce, per i motivi già citati. Una possibile spiegazione è quella di colpire il più pericoloso dei programmi p2p, Shareaza. Una vera piaga divina per le aziende francesi, tant’è che è stato rubato creato un dominio (shareaza.com) e un software collegato al domio, apparentemente sito ufficiale del software, che non brilla per legalità (vedi fakeshareaza.
In questa colossale guerra tra p2p e copyright, ora sembra che vengano giocate le ultime carte. Non basta, infatti, denunciare i pirati e i loro potenziali strumenti, ora si passa a chi questi strumenti li diffonde, un po’ come denunciare il venditore del coltello servito ad uccidere qualcuno.
Censura cinese all’opera?
Alcuni giorni fa dalle parti dell’Estremo Oriente molti netizen hanno avuto a che fare con un singolare problema. Una serie di domini risultava irraggiungibile e l’eventuale tentativo di accedere ai siti, ad esempio attraverso un link, rimandava a Baidu, il motore di ricerca più usato in Cina. Il fenomeno è durato poco più di due giorni, ma tanto è bastato per domandarsi se il regime cinese fosse di nuovo all’opera per indirizzare i cittadini verso i contenuti consentiti.
I siti coinvolti nel blocco sono tutti legati al mondo del file sharing, forse non a caso considerando le enormi pressioni delle lobby occidentali affinché il governo di Pechino mettesse un freno alla pirateria dilagante. Pressioni che si sono concretizzate nella chiusura di una serie di siti e di altri che sono stati soggetti ad un semplice richiamo. Mossa che però non sembra aver scaturito gli effetti sperati ed è forse alla base di questo ennessimo tentativo di censura.
In sostanza chi avesse voluto aprire Mininova.org per ricercare del materiale protetto da copyright o anche del semplice software libero, si sarebbe trovato davanti la pagina di Baidu. Questa mossa del redirect non è una novità nel panorama cinese, ma questa volta a differenza di siti scomodi, come Amnesty International, l’obiettivo erano i motori che indicizzivano link per scaricare materiale tramite p2p, convolgendo IsoHunt, emule.org.cn e VeyCD, produttore di una mod di emule estremamente diffusa in Cina. Nell’elenco manca The Pirate Bay, questo perché per il sito svedese la censura opera ormai da tempo immemore.
Dopo due giorni, come già accennato, la situazione è tornata alla normalità, se di normalità si può parlare da quelle parti. Il pensiero della rete è unanime: si è trattato di ad una mossa del governo per estromettere il p2p. Niek, cofondatore di Mininova ha affermato: “Siamo in un certo senso onorati che il nostro servizio sia stato aggiunto a quello offerto da Wikipedia e Youtube tra i siti censurati. Per fortuna le persone a capo di tutto questo hanno capito che bloccare un motore di ricerca come Mininova non è una buona idea”. Le parole di Niek sembrano corrispondere alla realtà, se si considera che già Baidu è perfettamente in grado di trovare del materiale pirata.
Antipirateria a tutto cinema
Alla penultima giornata del festival di Roma vi è stata una vera e propria riunione dei rappresentati del cinema italiani. Tema? Neanche a dirlo la pirateria, per la precisione il titolo era: “Pirateria e criminalità audiovisiva: quando la copia danneggia il mercato”.
La riunione era organizzata dall’onorevole Luca Barbareschi che ha deliziato i presenti con un aneddotto: “Io produco film. Un tempo avevo una colf in casa che stava con uno che faceva dichiaratamente il pirata. Allora l’ho sfidata.”. La sfida consisteva nel riuscire ad ottenere un determinato film via p2p prima ancora che uscisse nelle sale. Il risultato? “Ci è riuscita”. L’onorevole ha conluso il suo intervento affermando di aver contatto una certa istituzione, probabilmente quella che gestiva la distribuzione, per scoprire che la fonte del film pirata era uno interno all’organizzazione stessa. Da questo ha quindi dedotto che “i collusi con i pirati stanno nell’istituzione”.
Naturalmente non alla riunione non c’erano solo Barbareschi e il suo aneddoto, ma molte altre persone che con i loro interventi hanno stabilito la parola chiave: responsabilizzare. Responsabilizzare tutti, dai consumatori ai detentori dei diritti passando per tutta la filiera che li collega, quindi distributori, gli studi di registrazione e altri soggetti.
Il relatore principale è stato Giorgio Assumma, direttore SIAE e membro rinomato del Comitato tecnico contro la pirateria digitale istituito presso palazzo Chigi. Assumma ha parlato di sensibilizzare il sistema giuridico italiano e di nuove proposte per contenere il fenomeno dilagante della pirateria. “Le leggi attuali sono perfette, prevedono sanzioni durissime sia sotto il profilo civile che sotto il profilo penale” e a questa affermazione ha aggiunto che rileva l’altissima collaborazione tra forze dell’ordine e la sua società. Quello che non vanno, sono i magistrati. Magistrati che per Assumma sono chiamati ad esprimersi su tematiche a loro poco chiare e che spera potranno essere affiancati, in futuro, da un team specializzato o che loro stessi si specializzino, affinché possa aiutarli a difendere i diritti dell’industria.
“La pirateria è una sfaccettatura di un fenomeno di inciviltà culturale i ragazzi che imbrattano i muri, che rovinano le suppellettili nelle scuole, che fanno le corse ubriachi sono elementi di questa società incivile che acquista prodotti contraffatti”, Assumma fa un po’ di tutta l’erba un fascio e si affida alla rieducazione dei giovani, insegnandoli ciò che è lecito fare nella grande rete e nella vita di tutti i giorni. Si rende anche conto che nella scuola non c’è sempre spazio per educare le nuove leve. Oltre a delle compagne informative, il presidente della SIAE parla di una misura progettata in passato, ovvero sia delle punizioni per i giovani di carattere sociale ed una pena pecuniaria a carico dei genitori, ma qui si rimane nel campo delle ipotesi.
Per la campagna di sensibilizzazione, invece, incassa l’appoggio del ministero dello Sviluppo Economico, con Ludovica Agrò come rappresentante. In occasione dell’incontro ha rilasciato varie dichiarazioni sulla nuova campagna di sensibilizzazione del 2009 che prima di tutto verrà diffusa nel web, per poi passare solo in un secondo momento sui media tradizionali. Il sistema di diffusione sulla rete sembra basata su una filosofia in stile you tube, ovvero la condivisione dei video che, secondo gli esperti del governo, i giovani si passeranno come i video più comuni. I luoghi di diffusione di questi video saranno anche varie iniziative, scolastiche o meno. Tra gli slogan presenti ci saranno “La pirateria danneggia l’economia. Stanne fuori difendi la legalità”, “Con la contraffazione perde tutta l’Italia” e “Un falso ti delude sempre”. Sarà il tempo a stabilire se avranno successo e se riusciranno a far breccia nelle menti italiani. Di positivo c’è che il messaggio non sarà più destinato ai “pirati” o ai “ladri”, bensì usando termini più forti, ma più calibrati come criminali ed evasori fiscali.
Assumma, continuando, ha auspicato una collaborazione collettiva di tutti i soggetti per affrontare la pirateria, che “è in mano alle grandi organizzazioni criminali”. Il presidente della SIAE ha anche offerto la sua collaborazione affinché i membri non presenti nel comitato anti-pirateria possano, attraverso lui, portare le loro idee e le loro proposte in commissione.
All’avvenimento ci sono stati altri relatori, dove ognuno ha espresso radicalmente diverse dagli altri. In particolare Juan Carlos De Martin, responsabile di Creative Commons in Italia, che si è opposto all’onnipresente proposta dei filtri sulle connessioni dei provider. De Martin ha affermato che sarebbe come dover controllare ogni singolo pacco e lettera per assicurarsi che non contenga del materiale protetto dal diritto d’autore. Altri come Francesco Scardamaglia, dell’associazione 100autori, propongono un sorta di equo compenso da applicare agli ISP. Un altro tema caldo è la dottrina Sarkozy, che nonostante le sonore bocciature in Europa continua a rimanere un tema attuale.
Purtroppo durante la conferenza non vi è stato un vero confronto. Appena finito il loro intervento i rappresentati dell’industria sono quasi scappati, prima di poter solamente ascoltare ciò che avevano da dire i rappresentanti dei provider e dei consumatori
Da e verso il p2p
Chi ha detto che il lupo perde il pelo, ma non il vizio? Le persone cambiano, in particolare Kevin Bermeister, cofondatore di Altnet e collegato alle vicende di Kazaa, che da fautore del p2p pare ne stia diventando un nemico. In questo lo aiuta Michael Speck, già a capo di Music Industry Piracy, che dal 2004 al 2006 lo aveva perseguito per le sue presunte connessioni con il file sharing illegale.
Ora questi due ex-nemici, collaborano a diversi progetti inerenti la rete e in quest’ultimo periodo si stanno concentrando su un nuovo obiettivo. Brilliant Digital Entertainment, azienda gestita dai due avrebbe creato un software che potrebbe essere usato dagli ISP di tutto il mondo per contrastare il p2p illegale, senza ricorrere a mezzi estremi come la dottrina Sarkozy.
Il principio è semplice, il software quando rileva la ricerca tramite un programma p2p di un determinato file (canzone o film) reindirizza l’utente verso un sito dove è possibile acquistare legalmente il file richiesto. Se verrà effettuato il download il costo sostenuto verrà addebitato in bolletta, senza altri rincari e senza che venga registrata la ricerca del probabile “pirata”.
Per Micheal Speck, i primi test sono incoraggianti e non presentano alcun inconveniente, tant’è che un ISP Australiano, paese rinomato per la sua politica decisamente aggressiva nei confronti della rete, ha deciso di acquistarlo e provarlo nella realtà di tutti i giorni. Speck ha aggiunto che potrà rivelarsi utile anche contro la pedopornografia, bloccando, di fatto, le ricerche di film e foto ritraenti minori durante atti sessuali e potendo identificare chi effettuava le ricerche.
“Quando un sistema basato sulla nostra tecnologia riconosce un file sicuramente illecito, provvede a bloccarlo, disconnettere il link e aggiungere ai risultati della ricerca la possibilità di acquistare materiale legittimo o protetto da copyright. A quel punto non ci sono altre informazioni raccolte, l’intera procedura si risolve intorno all’identificazione del contenuto e all’azione nei confronti del file illecito; c’è un’assoluta protezione della privacy” ha dichiarato Speck, per dissipare eventuali dubbi sulla sicurezza del software.
Dubbi tutt’altro che dissipati, considerando il controsenso tra l’identificazione del navigatore e la promessa tutela della privacy. Un altro punto oscuro sono i siti verso cui saranno reindirizzati gli utenti, infatti, si rischia di favorire determinati soggetti che, inevitabilmente, figureranno tra i soliti noti (iTunes e Amazon in testa). In ultima bisogna considerare l’impatto sulle prestazioni Una proposta interessante insomma, ma ancora piena di punti oscuri.
Violare il proprio diritto
Tutti sapete che il copyright tutela l’autore dell’opera di fronte alla legge, ma se un autore “ruba” i propri diritti, come si comporta la legge? E cosa rischia lo stesso autore defraudando “se stesso”?
Tutto accade negli Stati Uniti: la Quote Unquote Records è un’etichetta discografica che “campa” con le donazioni degli acquirenti vendendo gli Mp3 delle band che produce sotto forma di donazioni, e non a “costo fisso” come fanno la maggior parte delle major discografiche. A questo punto appare chiaro che la casa discografica non distribuisce tracce “fisiche” ma solo in formato digitale, e, coperta da una licenza Creative Commons, lo fa al solo scopo di “vendere” meglio l’artista facendo scaricare le tracce gratis o quasi.
E qui che nasce l’inghippo. Alcuni giorni fa il servizio di hosting ha chiuso il sito per una settimana con la motivazione di “aver ospitato online brani appartenenti a QUR senza prima avvertire il suo provider“, quindi contravvenendo al diritto d’autore. Domanda: come si fa a contravvenire alla legge sul copyright se l’opera appartiene all’autore che lo pubblica e la stessa opera è coperta da una licenza CC?
Jeff Rosenstock, leader della band The Arrogant Sons of Bitches (traduzione impronunciabile. Ndr) e responsabile di QUR, spiega sul suo MySpace l’accaduto, e su TorrentFreak commenta piccatamente il servizio hosting dell’etichetta: “la cosa più preoccupante per me è che sembra che gli impiegati del mio servizio di hosting si muovano secondo una policy di colpevolezza fino a prova contraria, il che è terrificante per chiunque non produca moduli postali fisici per ogni piccola idea, spedendoli poi all’ufficio del copyright“.
Se così fosse – e lo è guardando i fatti – sembra che negli States, patria della libertà e del sogno americano, non si è innocenti fin quando non viene dimostrato il contrario, bensì “colpevoli a priori” e che si verrà discolpati nel momento in cui si porterà “l’onere della prova”. Cosa che in tutti gli stati di diritto è il contrario.
Infine Rosenstock ha dovuto fare i conti anche con la sfortuna. Poco prima di andare in down, il server era andato in crash e quindi, se il provider non si fosse deciso a riaprirlo al più presto – o addirittura di chiuderlo definitivamente -, non avendo la possibilità di fare un backup dei dati al suo interno, il lavoro e la fatica di tutti gli artisti che avevano creduto nel progetto Quote Unquote Records sarebbe andato in fumo. Oltre al danno si sarebbe aggiunta la beffa. Gran bella settimana per Rosenstock e soci!
Copyright all’americana
La Guerra per la difesa della proprietà intellettuale viene combattuta dagli Usa in modo capillare. Dall’Onu alle commissioni governative degli stati da conquistare. O da mantenere fedeli, come l’Italia. Anche nel nostro paese il diritto d’autore orbita nella sfera d’influenza degli Stati uniti.
Non solo terrorismo. C’è un’altra guerra che gli americani combattono da molto più tempo (e con migliori risultati). È quella per la protezione, in casa e all’estero, di una delle principali industrie a stelle e strisce: la proprietà intellettuale. Un affare da 1.300 miliardi (sì, miliardi) di dollari all’anno, che interessa tanto i colossi dell’intrattenimento quanto i giganti del farmaco e ha bisogno di essere protetto con leggi adeguate, soprattutto oggi che la rivoluzione digitale mette in crisi modelli di business consolidati.
Dalle sedi più alte come la World intellectual property organisation (Wipo) delle Nazioni Unite alle legislazioni dei singoli stati, ovunque i rappresentanti Usa cercano di esportare, prima che democrazia, norme che proteggano le operazioni estere delle proprie multinazionali. Chiedere alla Svizzera, dove una legge approvata il 5 ottobre scorso dal Parlamento «importa» in terra alpina il Dmca, la normativa americana che ha adeguato il vecchio concetto di copyright all’ambiente di bit. In virtù dell’Art. 39 gli utenti elvetici non potranno tentare di aggirare i cosiddetti Drm, i lucchetti tecnologici che limitano la copia di file audio e video, e saranno puniti anche solo se diffonderanno informazioni su come evitare le restrizioni.
E se i canadesi si trovano di fronte ad analoga prospettiva, in Francia è Nicolas Sarkozy in persona a guidare la carica. In virtù di un accordo sottoscritto il 24 novembre da governo, fornitori di accessi internet e rappresentanti del mondo dell’intrattenimento, il presidente francese propone la creazione di una Autorità pubblica specializzata controllata dalla magistratura, per monitorare e ricevere denunce sui presunti pirati della rete. Una mossa politica prima che tecnica, pensata per compiacere l’amico americano. «C’è una campagna degli Stati uniti per proteggere il loro primo bene da esportazione: la proprietà intellettuale. E Sarkozy si accredita come l’alleato più stretto», spiega Francesco Sacco, Docente di strategie aziendali all’Università Bocconi di Milano ed esperto di questi temi.
Sul fronte delle pressioni, dalle nostre parti le cose non vanno molto meglio. Le cronache recenti segnalano le parole pronunciate il 24 ottobre scorso da Ronald P. Spogli. In un convegno alla Farnesina, l’ambasciatore americano ha ammonito che «nel campo della proprietà intellettuale, gli interessi americani subiscono danni ingenti in Italia». Questa situazione ha già provocato l’inserimento dell’Italia nel novero degli osservati speciali in materia e «può portare all’applicazione di sanzioni commerciali». Il problema, però, è un’applicazione più severa delle norme perché le leggi antipirateria nostrane sono, secondo Spogli, «ottime».
E non potrebbe essere diversamente, dopo tutto, visto che dalla Legge Urbani del 2004 editori e discografici (americani e italiani) hanno ottenuto molto. Tanto che, nel dubbio, è meglio non cambiare nulla. Lo dimostra ciò che accade in questi giorni nel Comitato consultivo permanente per il diritto d’autore presieduto dal professor Alberto Maria Gambino che il 18 dicembre prossimo presenterà al Ministro dei beni culturali Francesco Rutelli delle proposte tecniche per l’aggiornamento della normativa.
Secondo quanto affermano alcuni membri della Commissione su diritto d’autore e le nuove tecnologie del Comitato, editori ed etichette musicali non vogliono mutamenti sostanziali. Anche su temi apparentemente innocui come quelli delle biblioteche. «I rappresentanti degli editori hanno fatto un vero sbarramento», spiega per esempio Giovanni Figà Talamanca, professore di diritto commerciale all’Università di Tor Vergata. «Volevamo una soluzione ragionevole che adattasse le norme di prestito a una nuova realtà multimediale; niente di antagonista. Ci siamo trovati di fronte a un muro di natura politica più che tecnica». Dello stesso parere Marco Scialdone, avvocato, esponente dell’associazione Frontiere digitali, che parla di «ostruzionismo».
Insomma, lo zio Sam può dormire sonni tranquilli. Anche perché della Commissione fa parte Simona Lavagnini, avvocato specializzato in copyright, ma anche presidente del Comitato proprietà intellettuale della American chamber of commerce in Italy. Lavagnini – ci assicurano l’interessata e Gambino – è presente solo in quanto esperta della materia. Buono a sapersi, perché veniva quasi da pensar male visto che l’organo Usa da lei presieduto, si legge online, si occupa «di relazioni istituzionali, intervenendo nei processi consultivi preliminari e successivi alla emanazione di nuove norme e regolamenti, sia a livello nazionale, sia a livello europeo».

