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Non filtro perché non funziona

Giunto alla conclusione un caso giudiziario molto importante per il futuro di Internet, si parla di SABAM contro Scarlet. Dalla causa giudiziaria è emersa una conferma normativa, almeno in Belgio, della totale inefficenza dei programmi per filtrare il traffico p2p illegale.

Tutto era cominciato nel 2007, quando un giudice aveva sentenziato che l’ISP Scarlet doveva porre un freno alle attività dei pirati belga e doveva usare il software indicato da SABAM, ovvero Audible Magic.

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Il paradosso del filtro p2p

Con la crescita del fenomeno del P2P (file-sharing) i fornitori di servizi di connettività si trovano di fronte ad una sorta di paradosso. Se da un lato l’accesso a risorse, non necessariamente illegali, da parte degli utenti può incrementare il numero di abbonati, è anche vero che un utilizzo “senza freni” della connettività innalza i costi di utilizzo.
Questo perchè l’uso intenso di P2P causa congestioni, deterioramento della qualità della linea e quindi scarsa soddisfazione da parte dei clienti, oltre alla necessità di fornire maggiore banda.
Il normale utilizzo di internet, inteso come servizi client/server tradizionali, consente agli ISP di ottimizzare l’utilizzo delle linee. In questo scenario non è necessario offrire banda piena continuativa. L’invio di messaggi e-mail oppure il tempo di lettura di una pagina web da parte dell’utente, lascia libere porzioni di banda in favore di altri utenti. Mentre con l’utilizzo di sistemi P2P la banda risulta occupata completamente, sia in upload e download. Particolare attenzione viene prestata alla banda in upload. Questo perchè la maggioranza delle linne broadband sono di tipo non-simmetrico. Quindi la congestione di una delle due vie di transito (upload o download) si ripercuote sull’altra.
Lo scambio continuo di dati in unpload congestiona totalmente le linee dati. Questo per l’abitudine da parte di chi utilizza programmi P2P di lasciarli costantemente attivi in background.
L’ultimo punto ovviamente potrebbe contemplare una sorta di abbonamento che offra banda a volontà per l’utilizzo di applicazioni P2P.

Va sottolineato come il problema legato allo scambio di materiale protetto da copyright sia appena accennato. Viene più volte ribadito invece il danno economico che deriva dall’utilizzo di software P2P, se di danno si può parlare. Ovvio che file-sharing non significa in maniera esclusiva scambio di materiale protetto da diritto d’autore. Questo potrebbe portare ad abbonati di serie B e abbonati di serie A. Vuoi più banda? Basta che paghi, altrimenti ti blocco i dati del P2P. In questa maniera gli ISP guadagnano due volte. Da un lato risparmiano soldi che sarebbero destinati ad upgrade delle linee; dall’altro incassano soldi-extra in cambio di banda “libera”.
Sembra che in Italia ci sia stato o c’è ancora in corso, una transizione in questo senso. Alcuni abbonati di un famoso service-provider lamentino eccessiva lentezza di banda durante l’utilizzo di programmi di file-sharing, banda che torna normale appena i programmi P2P vengono chiusi. Si tratta di una transizione inesorabile o di un caso isolato?

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