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Tra pirateria e modernità
Se noi fruitori della rete discutiamo di pirateria, sappiamo esattamente di cosa stiamo parlando senza che nessuno ci dica cosa sia giusto o sbagliato: è solo un problema di informazione. Ma quando invece sono i produttori di contenuti a parlare di pirateria, ebbene, spesso fanno confusione tra pirateria nel contesto legale, e pirateria nel contesto culturale.
In questi giorni a Roma si tiene il Festival del Film. Sfruttando l’occasione del festival, molte associazione e società che si occupano di gestire il diritto d’autore, tra cui FIMI, SIAE, Univideo, ANEC, AGIS e molte altre, si sono dati appuntamento assieme ad alcuni tecnici di diritti e legalità (Stefano Quintarelli, Leonardo Chiariglione, Pierluigi Del Pino di Microsoft, Juan Carlos De Martin di NEXA (grazie Stefano), Elio Molteni di AIPSI e Gigi Tagliapietra di CLUSIT) per parlare di diritto d’autore e pirateria.
Lo scopo principale dell’incontro doveva essere capire cosa si cela tra il vecchio modo di distribuzione dei contenuti e la nuova forma tramite il formato digitale. Purtroppo la forma intrinseca degli eventi in programma, ha fatto sì che i primi non si sono relazionati con i secondi, ma ognuno ne ha discusso per conto proprio in due giornate contesti separati. Ciò significa che i problemi di sempre continueranno a proliferare indisturbati.
Fin quando i distributori – SIAE e FIMI in testa – penseranno a filtrare la rete o controllare e addirittura bloccare i dati scambiati tra utenti, e crederanno che «la pirateria è una faccia dell’inciviltà culturale. Chi imbratta i monumenti, chi distrugge le suppellettili delle scuole o chi corre in macchina ubriaco, questi sono i membri della comunità incivile che si dà alla pirateria» lo sbocco per una discussione costruttiva sarà sempre in salita, ma se invece si convincessero che la colpa del poco guadagno delle major (perché alla fine di questo si tratta) non è della pirateria, ma del mancato ammodernamento che sta alla base – ovvero delle “teste non-pensanti” – allora, forse, si potrebbe pensare ad un nuovo e più diligente strumento di lotta alla pirateria, che non è sicuramente il modello Sarkozy, ma uno strumento che capisca come la rete non sia il classico negozio dischi aperto in orari d’ufficio, ma un sistema multidirezionale dove i contenuti viaggiano senza freni verso il fruitore finale. Strumenti come MySpace Music, Hulu e soprattutto lo shopper online di Apple, iTunes, hanno dato vita ad una forma diversa di business, incentrata sì sull’apertura agli utenti, ma allo stesso tempo controllata da aziende forti e capaci di gestire in maniera “moderna” la libera circolazione dei contenuti, pagando il giusto compenso all’autore e non impedendo all’utente la libera scelta di cosa ascoltare, quando comprare e come acquistare.
La pirateria è solo la punta dell’iceberg della scarsa capacità dei gestori di mancare gli appuntamenti importanti con i tempi che cambiano: capito questo, il successivo passo sarà molto più facile. La pirateria non è una battaglia persa in partenza se si combatte con mezzi efficaci, prima bisogna però capire come si vuole affrontare questa guerra, se con arco e frecce o con fucili e pistole. Capirlo non è poi così difficile se si da ascolto a chi la pirateria l’ha già affrontata. Le battaglie vanno sicuramente combattute sul campo, ma se non si capisce chi siano i veri nemici, allora la guerra è persa in partenza.
Edit: grazie a Stefano Quintarelli nei commenti, mi sono accorto che i link sotto sono di altri eventi, ma fanno capire ugualmente il pensiero diametralmente opposto di chi le opere le distribuisce solamente e quindi agisce quasi esclusivamente per il proprio tornaconto, e chi – per il bene di tutti -, cerca di risolvere seriamente il problema della pirateria online.

