Articoli con tag ISP

Sì alla DPI, in Canada

Importante vittoria per Bell Canada, ISP del Nord America, che aveva presentato ricorso presso l’autorità TLC locale contro un provvedimento che impediva all’azienda di effettuare la Deep Packet Inspection, pratica che molti utenti definiscono aberrante e che permette ai vari provider di scoprire che tipo, non il contenuto, di pacchetti si stanno scambiando i singoli utenti e di conseguenza limitare la velocità di questi pacchetti.

Per l’autorità interpellata, la pratica in questione non può e non deve essere considerata reato, ma è una mera scelta dell’azienda e come tale non può essere soggetta a sanzioni, semmai a qualche giudizio dei netizen, che non conta nulla, se non in termini di clientela. Clientela che ora non potrà lamentarsi se il proprio client p2p non andrà alla massima velocità. Problema per gli utenti che invece rappresenta una soddisfazione per l’operatore che potrà assicurare banda anche a chi non la sfrutta appieno.

La decisione della commissione TLC, ovviamente apre la strada ad un lungo dibattimento sulla neutralità della rete, da anni invocata nel paese confinante, ovvero gli USA, e che sembra sia arrivato ad una svolta, nel bene o nel male. La società NebuAd, in affari con svariati ISP, è stata denunciata, assieme ad i provider a cui fornisce i propri software per la DPI, da 15 statunitensi per aver violato il contratto stipulato con gli ISP stessi: la DPI, infatti, non rientrerebbe tra le attività concesse ai provider.

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Doppio colpo contro lo spam

In questi giorni sono stati assestati due fendenti al mondo dello spam che, anche se non lo hanno eliminato, lo hanno decisamente ferito. Ferite che si accumulano a due altre piaghe: la chiusura di HerbalKing e Intercage.

Il primo riguarda la chiusura dell’ISP McColo che, a dire dei ricercatori che hanno co-partercipato alla sua chiusura, era una vera e propria fucina delle mail spammatorie e della pedopornografia.

Il tutto si deve al blog Security Fix, di proprietà del Washington Post, e di altri ricercatori di sicurezza che per mesi e settimane hanno raccolto indizi, prove e tutto quello che poteva essere utile agli investigatori per tagliare i fili al SSP (spam service provider). Dati comunicati alle due aziende che assicuravano la connettitività a McColo, le società Global Crossing e Hurricane Electric.

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Antipirateria a tutto cinema

Alla penultima giornata del festival di Roma vi è stata una vera e propria riunione dei rappresentati del cinema italiani. Tema? Neanche a dirlo la pirateria, per la precisione il titolo era: “Pirateria e criminalità audiovisiva: quando la copia danneggia il mercato”.

La riunione era organizzata dall’onorevole Luca Barbareschi che ha deliziato i presenti con un aneddotto: “Io produco film. Un tempo avevo una colf in casa che stava con uno che faceva dichiaratamente il pirata. Allora l’ho sfidata.”. La sfida consisteva nel riuscire ad ottenere un determinato film via p2p prima ancora che uscisse nelle sale. Il risultato? “Ci è riuscita”. L’onorevole ha conluso il suo intervento affermando di aver contatto una certa istituzione, probabilmente quella che gestiva la distribuzione, per scoprire che la fonte del film pirata era uno interno all’organizzazione stessa. Da questo ha quindi dedotto che “i collusi con i pirati stanno nell’istituzione”.

Naturalmente non alla riunione non c’erano solo Barbareschi e il suo aneddoto, ma molte altre persone che con i loro interventi hanno stabilito la parola chiave: responsabilizzare. Responsabilizzare tutti, dai consumatori ai detentori dei diritti passando per tutta la filiera che li collega, quindi distributori, gli studi di registrazione e altri soggetti.

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Da e verso il p2p

Chi ha detto che il lupo perde il pelo, ma non il vizio? Le persone cambiano, in particolare Kevin Bermeister, cofondatore di Altnet e collegato alle vicende di Kazaa, che da fautore del p2p pare ne stia diventando un nemico. In questo lo aiuta Michael Speck, già a capo di Music Industry Piracy, che dal 2004 al 2006 lo aveva perseguito per le sue presunte connessioni con il file sharing illegale.

Ora questi due ex-nemici, collaborano a diversi progetti inerenti la rete e in quest’ultimo periodo si stanno concentrando su un nuovo obiettivo. Brilliant Digital Entertainment, azienda gestita dai due avrebbe creato un software che potrebbe essere usato dagli ISP di tutto il mondo per contrastare il p2p illegale, senza ricorrere a mezzi estremi come la dottrina Sarkozy.

Il principio è semplice, il software quando rileva la ricerca tramite un programma p2p di un determinato file (canzone o film) reindirizza l’utente verso un sito dove è possibile acquistare legalmente il file richiesto. Se verrà effettuato il download il costo sostenuto verrà addebitato in bolletta, senza altri rincari e senza che venga registrata la ricerca del probabile “pirata”.

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Via i filtri, non li vogliamo

Dall’Italia si alza la voce degli ISP italiani che non vogliono saperne di censurare alcunché, nonostante siano accusati da diverse associazioni, come la SIAE e FIMI, di stare a guardare mentre fiumi di materiale protetto passano sotto i loro occhi.

L’associazione AIIP ha presentato un esposto al tribunale del riesame di Milano per un recente caso di oscuramento che riguarda due siti esteri che vendono sigarette in violazione dei monopoli di stato. Il caso aveva causato un certo scalpore in quanto sembrava un altro campo dell’inibizione italiana sul web, già in atto per siti a carattere pedo e scommesse.

Il gip aveva imposto il blocco sui siti K2Smokes e RebelSmokes con un provvedimento con il quale imponeva ai provider di boccare il traffico degli utenti italiani verso le pagine indicate. Provvedimento abbastanza inefficace, considerato che nella maggior parte dei casi è sufficiente usare DNS alternativi (Fool DNS e Open DNS), ma che comunque, secondo AIIP, rappresenta un pericolo, anzi un doppio pericolo considerato che in qualche maniera “tradisce” le funzioni di un provider e crea un pericoloso precedente in tema di censura sequestro preventivo.

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Non filtro perché non funziona

Giunto alla conclusione un caso giudiziario molto importante per il futuro di Internet, si parla di SABAM contro Scarlet. Dalla causa giudiziaria è emersa una conferma normativa, almeno in Belgio, della totale inefficenza dei programmi per filtrare il traffico p2p illegale.

Tutto era cominciato nel 2007, quando un giudice aveva sentenziato che l’ISP Scarlet doveva porre un freno alle attività dei pirati belga e doveva usare il software indicato da SABAM, ovvero Audible Magic.

Un anno dopo l’ISP è tornato a difendersi da una multa pari a 2.500€ per ogni giorno di ritardo nell’applicazione della sentenza precedente, per un totale di 750.000€. La difesa sosteneva che era impossibile applicare il software, in quanto, molto semplicemente, non funzionava.

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Anche il grande fratello costa

L’incubo della data retention aleggia in Gran Bretagna, ma la recente crisi potrebbe rinviare il tutto a data da destinarsi. Molti provider, infatti, si stanno lamentando dei costi che dovranno sostenere per questa intercettazione di massa. Costi che però non vogliono sostenere.

Questa situazione si sta verificando, come già accennato, al di là della Manica, dove è in via di applicazione la direttiva europea sulla data retention. L’home office ha già stabilito in 12 mesi il periodo ideale di conservazione dei dati, ma in queste ore si stanno rivedendo nuova mente i dettagli per un particolare non valutato correttamente: i costi.

Quest’aspetto non viene, infatti, stabilito nella direttiva, che lascia ai paesi membri piena autonomia nella gestione delle spese, senza specificare alcunchè, lasciando la “patata bollente” della copertura dei costi e garantire quindi la fattibilità economica del progetto. Queste spese al momento hanno raggiunto le 875mila sterline per il solo operatore O2 per le spese di collaborazione, 19 milioni in 4 anni per assicurare la copertura finanzaria a tutti gli ISP del paese.

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