Lassù, a 2000 anni luce, ci potrebbe essere qualcuno che ci osserva! E’ stato scoperto, grazie al lavoro di un gruppo di studiosi di diversi Stati del mondo, un nuovo sistema planetario dalle caratteristiche sorprendenti. E’ stata la sonda Keplero ad immortalarlo durante l’esplorazione dello spazio, e ha rivelato un sistema composto da una stella, [...]
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Sì alla DPI, in Canada
Importante vittoria per Bell Canada, ISP del Nord America, che aveva presentato ricorso presso l’autorità TLC locale contro un provvedimento che impediva all’azienda di effettuare la Deep Packet Inspection, pratica che molti utenti definiscono aberrante e che permette ai vari provider di scoprire che tipo, non il contenuto, di pacchetti si stanno scambiando i singoli utenti e di conseguenza limitare la velocità di questi pacchetti.
Per l’autorità interpellata, la pratica in questione non può e non deve essere considerata reato, ma è una mera scelta dell’azienda e come tale non può essere soggetta a sanzioni, semmai a qualche giudizio dei netizen, che non conta nulla, se non in termini di clientela. Clientela che ora non potrà lamentarsi se il proprio client p2p non andrà alla massima velocità. Problema per gli utenti che invece rappresenta una soddisfazione per l’operatore che potrà assicurare banda anche a chi non la sfrutta appieno.
La decisione della commissione TLC, ovviamente apre la strada ad un lungo dibattimento sulla neutralità della rete, da anni invocata nel paese confinante, ovvero gli USA, e che sembra sia arrivato ad una svolta, nel bene o nel male. La società NebuAd, in affari con svariati ISP, è stata denunciata, assieme ad i provider a cui fornisce i propri software per la DPI, da 15 statunitensi per aver violato il contratto stipulato con gli ISP stessi: la DPI, infatti, non rientrerebbe tra le attività concesse ai provider.
Il dibattito è aperto, intanto Bell gongola annunciando la notizia, come una manna dal cielo per i canadesi “che potranno così beneficiare di reti gestite nel migliore dei modi”.
Doppio colpo contro lo spam
In questi giorni sono stati assestati due fendenti al mondo dello spam che, anche se non lo hanno eliminato, lo hanno decisamente ferito. Ferite che si accumulano a due altre piaghe: la chiusura di HerbalKing e Intercage.
Il primo riguarda la chiusura dell’ISP McColo che, a dire dei ricercatori che hanno co-partercipato alla sua chiusura, era una vera e propria fucina delle mail spammatorie e della pedopornografia.
Il tutto si deve al blog Security Fix, di proprietà del Washington Post, e di altri ricercatori di sicurezza che per mesi e settimane hanno raccolto indizi, prove e tutto quello che poteva essere utile agli investigatori per tagliare i fili al SSP (spam service provider). Dati comunicati alle due aziende che assicuravano la connettitività a McColo, le società Global Crossing e Hurricane Electric.
Le due aziende hanno immediatamente risposto, ma mentre Global Crossing si è limitata a parlare di cooperazione con i ricercatori, senza andare oltre, Hurricane Eletric è stata ben più virtuosa. Poco tempo dopo aver ricevuto la comunicazione aveva già staccato tutti i fili e i rapporti con McColo, buttando la società fuori dalle rete e lontano dalle caselle mail di utenti e aziende.
“Li abbiamo disconnessi” ha affermato Benny Ng, direttore marketing di Hurricane Eletric. “Abbiamo dato un’occhiata e dopo aver constatato la portata del problema, abbiamo detto ‘Santo cielo!’ ed entro un’ora avevamo chiuso ogni connessione con loro”.
Che Global Crossing non abbia fatto o non faccia nulla, poco cambia. Il sito di McColo non è più raggiungibile, portando ad un drastico calo stimato nel 75% dello spam, in particolare di viagra e prodotti dello stesso settore destinati ai maschi. In calo anche i file inerenti la pornografia infantile, da sempre brutta icona del mondo di internet.
Il secondo successo è opera di ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers), ente no-profit che gestisce diversi aspetti della grande rete, il quale ha deciso per le maniere forti contro chi spamma o, peggio, diffonde mail di phishing o appoggia in maniera più o meno velata il cybercrimine o tutte e tre le cose messe assieme.
Così il 24 novembre EstDomains perderà la sua qualifica di ISP e di register nel mondo di Internet a causa dei suoi collegamenti con il cybercrimine. Collegamenti certi, a dire di ICANN, stabiliti dalla recente condanna del suo presidente, Vladimir Tsastsin, per frode e riciclaggio di denaro sporco. La decisione, però, non è stata ben accolta dal sito, che ha provato a ribaltarla con un appello dove si puntualizzava che la condanna non è definitiva, ma non è servito a nulla e il tutto è diventato definitivo.
A poco sono servite le esternazioni di Konstantin Poltev, a difesa della società di cui fa parte, ovvero che “noi non offriamo un servizio per spammer/phisher e quant’altro, e non lo abbiamo mai fatto”. A condannarla sono stati anche i rapporti di EstHost, società controllata, con il provider Intercage, nonostante siano immediatamente terminati i contatti in seguito alla chisura del Rogue ISP.
Ora non resta che trovare un nuovo hoster per i circa 280mila domini gestiti dalla società EstDomains, ma i volontari mancano, considerato che nella maggior parte dei casi si tratta di pagine web collegate alla malavita o altri soggetti non proprio rassicuranti e mantenerli online potrebbe costare la stessa punizione.
Gli evidenti risultati non devono far calare l’attenzione sul fenomeno spam, sia perché il quantitativo in circolazione è ancora elevatissimo, sia perché non ci vorrà molto affinché un nuovo rogue-ISP prenda il posto di McColo o EstDomains. E si parla addirittura di giorni o di ore.
Antipirateria a tutto cinema
Alla penultima giornata del festival di Roma vi è stata una vera e propria riunione dei rappresentati del cinema italiani. Tema? Neanche a dirlo la pirateria, per la precisione il titolo era: “Pirateria e criminalità audiovisiva: quando la copia danneggia il mercato”.
La riunione era organizzata dall’onorevole Luca Barbareschi che ha deliziato i presenti con un aneddotto: “Io produco film. Un tempo avevo una colf in casa che stava con uno che faceva dichiaratamente il pirata. Allora l’ho sfidata.”. La sfida consisteva nel riuscire ad ottenere un determinato film via p2p prima ancora che uscisse nelle sale. Il risultato? “Ci è riuscita”. L’onorevole ha conluso il suo intervento affermando di aver contatto una certa istituzione, probabilmente quella che gestiva la distribuzione, per scoprire che la fonte del film pirata era uno interno all’organizzazione stessa. Da questo ha quindi dedotto che “i collusi con i pirati stanno nell’istituzione”.
Naturalmente non alla riunione non c’erano solo Barbareschi e il suo aneddoto, ma molte altre persone che con i loro interventi hanno stabilito la parola chiave: responsabilizzare. Responsabilizzare tutti, dai consumatori ai detentori dei diritti passando per tutta la filiera che li collega, quindi distributori, gli studi di registrazione e altri soggetti.
Il relatore principale è stato Giorgio Assumma, direttore SIAE e membro rinomato del Comitato tecnico contro la pirateria digitale istituito presso palazzo Chigi. Assumma ha parlato di sensibilizzare il sistema giuridico italiano e di nuove proposte per contenere il fenomeno dilagante della pirateria. “Le leggi attuali sono perfette, prevedono sanzioni durissime sia sotto il profilo civile che sotto il profilo penale” e a questa affermazione ha aggiunto che rileva l’altissima collaborazione tra forze dell’ordine e la sua società. Quello che non vanno, sono i magistrati. Magistrati che per Assumma sono chiamati ad esprimersi su tematiche a loro poco chiare e che spera potranno essere affiancati, in futuro, da un team specializzato o che loro stessi si specializzino, affinché possa aiutarli a difendere i diritti dell’industria.
“La pirateria è una sfaccettatura di un fenomeno di inciviltà culturale i ragazzi che imbrattano i muri, che rovinano le suppellettili nelle scuole, che fanno le corse ubriachi sono elementi di questa società incivile che acquista prodotti contraffatti”, Assumma fa un po’ di tutta l’erba un fascio e si affida alla rieducazione dei giovani, insegnandoli ciò che è lecito fare nella grande rete e nella vita di tutti i giorni. Si rende anche conto che nella scuola non c’è sempre spazio per educare le nuove leve. Oltre a delle compagne informative, il presidente della SIAE parla di una misura progettata in passato, ovvero sia delle punizioni per i giovani di carattere sociale ed una pena pecuniaria a carico dei genitori, ma qui si rimane nel campo delle ipotesi.
Per la campagna di sensibilizzazione, invece, incassa l’appoggio del ministero dello Sviluppo Economico, con Ludovica Agrò come rappresentante. In occasione dell’incontro ha rilasciato varie dichiarazioni sulla nuova campagna di sensibilizzazione del 2009 che prima di tutto verrà diffusa nel web, per poi passare solo in un secondo momento sui media tradizionali. Il sistema di diffusione sulla rete sembra basata su una filosofia in stile you tube, ovvero la condivisione dei video che, secondo gli esperti del governo, i giovani si passeranno come i video più comuni. I luoghi di diffusione di questi video saranno anche varie iniziative, scolastiche o meno. Tra gli slogan presenti ci saranno “La pirateria danneggia l’economia. Stanne fuori difendi la legalità”, “Con la contraffazione perde tutta l’Italia” e “Un falso ti delude sempre”. Sarà il tempo a stabilire se avranno successo e se riusciranno a far breccia nelle menti italiani. Di positivo c’è che il messaggio non sarà più destinato ai “pirati” o ai “ladri”, bensì usando termini più forti, ma più calibrati come criminali ed evasori fiscali.
Assumma, continuando, ha auspicato una collaborazione collettiva di tutti i soggetti per affrontare la pirateria, che “è in mano alle grandi organizzazioni criminali”. Il presidente della SIAE ha anche offerto la sua collaborazione affinché i membri non presenti nel comitato anti-pirateria possano, attraverso lui, portare le loro idee e le loro proposte in commissione.
All’avvenimento ci sono stati altri relatori, dove ognuno ha espresso radicalmente diverse dagli altri. In particolare Juan Carlos De Martin, responsabile di Creative Commons in Italia, che si è opposto all’onnipresente proposta dei filtri sulle connessioni dei provider. De Martin ha affermato che sarebbe come dover controllare ogni singolo pacco e lettera per assicurarsi che non contenga del materiale protetto dal diritto d’autore. Altri come Francesco Scardamaglia, dell’associazione 100autori, propongono un sorta di equo compenso da applicare agli ISP. Un altro tema caldo è la dottrina Sarkozy, che nonostante le sonore bocciature in Europa continua a rimanere un tema attuale.
Purtroppo durante la conferenza non vi è stato un vero confronto. Appena finito il loro intervento i rappresentati dell’industria sono quasi scappati, prima di poter solamente ascoltare ciò che avevano da dire i rappresentanti dei provider e dei consumatori
Da e verso il p2p
Chi ha detto che il lupo perde il pelo, ma non il vizio? Le persone cambiano, in particolare Kevin Bermeister, cofondatore di Altnet e collegato alle vicende di Kazaa, che da fautore del p2p pare ne stia diventando un nemico. In questo lo aiuta Michael Speck, già a capo di Music Industry Piracy, che dal 2004 al 2006 lo aveva perseguito per le sue presunte connessioni con il file sharing illegale.
Ora questi due ex-nemici, collaborano a diversi progetti inerenti la rete e in quest’ultimo periodo si stanno concentrando su un nuovo obiettivo. Brilliant Digital Entertainment, azienda gestita dai due avrebbe creato un software che potrebbe essere usato dagli ISP di tutto il mondo per contrastare il p2p illegale, senza ricorrere a mezzi estremi come la dottrina Sarkozy.
Il principio è semplice, il software quando rileva la ricerca tramite un programma p2p di un determinato file (canzone o film) reindirizza l’utente verso un sito dove è possibile acquistare legalmente il file richiesto. Se verrà effettuato il download il costo sostenuto verrà addebitato in bolletta, senza altri rincari e senza che venga registrata la ricerca del probabile “pirata”.
Per Micheal Speck, i primi test sono incoraggianti e non presentano alcun inconveniente, tant’è che un ISP Australiano, paese rinomato per la sua politica decisamente aggressiva nei confronti della rete, ha deciso di acquistarlo e provarlo nella realtà di tutti i giorni. Speck ha aggiunto che potrà rivelarsi utile anche contro la pedopornografia, bloccando, di fatto, le ricerche di film e foto ritraenti minori durante atti sessuali e potendo identificare chi effettuava le ricerche.
“Quando un sistema basato sulla nostra tecnologia riconosce un file sicuramente illecito, provvede a bloccarlo, disconnettere il link e aggiungere ai risultati della ricerca la possibilità di acquistare materiale legittimo o protetto da copyright. A quel punto non ci sono altre informazioni raccolte, l’intera procedura si risolve intorno all’identificazione del contenuto e all’azione nei confronti del file illecito; c’è un’assoluta protezione della privacy” ha dichiarato Speck, per dissipare eventuali dubbi sulla sicurezza del software.
Dubbi tutt’altro che dissipati, considerando il controsenso tra l’identificazione del navigatore e la promessa tutela della privacy. Un altro punto oscuro sono i siti verso cui saranno reindirizzati gli utenti, infatti, si rischia di favorire determinati soggetti che, inevitabilmente, figureranno tra i soliti noti (iTunes e Amazon in testa). In ultima bisogna considerare l’impatto sulle prestazioni Una proposta interessante insomma, ma ancora piena di punti oscuri.
Via i filtri, non li vogliamo
Dall’Italia si alza la voce degli ISP italiani che non vogliono saperne di censurare alcunché, nonostante siano accusati da diverse associazioni, come la SIAE e FIMI, di stare a guardare mentre fiumi di materiale protetto passano sotto i loro occhi.
L’associazione AIIP ha presentato un esposto al tribunale del riesame di Milano per un recente caso di oscuramento che riguarda due siti esteri che vendono sigarette in violazione dei monopoli di stato. Il caso aveva causato un certo scalpore in quanto sembrava un altro campo dell’inibizione italiana sul web, già in atto per siti a carattere pedo e scommesse.
Il gip aveva imposto il blocco sui siti K2Smokes e RebelSmokes con un provvedimento con il quale imponeva ai provider di boccare il traffico degli utenti italiani verso le pagine indicate. Provvedimento abbastanza inefficace, considerato che nella maggior parte dei casi è sufficiente usare DNS alternativi (Fool DNS e Open DNS), ma che comunque, secondo AIIP, rappresenta un pericolo, anzi un doppio pericolo considerato che in qualche maniera “tradisce” le funzioni di un provider e crea un pericoloso precedente in tema di censura sequestro preventivo.
La questione, sempre secondo l’associazione, è la modalità con cui è stato imposto il blocco. Il gip, anziché rivolgersi agli indagati, cioè la vera parte in causa, si è rivolto direttamente ai provider affinché pensassero loro a filtrare ciò doveva essere filtrato. Il tutto “si traduce, in pratica, in una vera e propria interruzione delle comunicazioni via internet attraverso una ispezione preventiva della navigazione di tutti i cittadini italiani”. Nonostante ritengano il provvedimento “inaccettabile e contrario alla normativa comunitaria e italiana che gli operatori di accesso italiani siano destinatari di provvedimenti relativi a fatti che non li riguardano, poiché interamente posti in essere da soggetti esteri” hanno comunque provveduto ad effettuare le operazioni richieste, in massima collaborazione con le forze dell’ordine.
Il ricorso a tutto ciò è arrivato solo dopo il caso The Pirate Bay, che probabilmente è visto come un precedente, nel quale si è sentenziato che il sequestro preventivo tramite oscuramento è illegale. In quanto di oscuramento non si tratta, ma bensì di vero e proprio filtraggio per via dell’indisponibilità del bene e del fatto che il filtraggio stesso non rende indisponibile il bene a tutti, ma solo ad una ben specifica nazione. In sostanza un vero attentato alle libertà civili. AIIP “denuncia la pericolosa deriva culturale che porta a trasformare gli operatori di accesso in sceriffi della rete e sottolinea ancora una volta che il problema del controllo dei contenuti troverá una soluzione solamente il giorno in cui si comprenderá che le uniche azioni efficaci sono quelle mirate direttamente agli estremi: chi immette i contenuti, e chi ne fruisce”.
Un caso estramamente complesso, su cui Daniele Minotti, avvocato nel caso di The Pirate Bay, ha detto la sua sul caso, prospettando che tutti i singoli utenti possano richiedere di togliere il filtro e quindi riottenere il pieno accesso alla rete. L’avvocato si ferma anche a riflettere sulla questione per intero, in particolare sull’oscuramento, facendo presente un vero e proprio buco nella legislazione italiana, buco che dovrà essere riempito dalla sentenza del gip.
Non filtro perché non funziona
Giunto alla conclusione un caso giudiziario molto importante per il futuro di Internet, si parla di SABAM contro Scarlet. Dalla causa giudiziaria è emersa una conferma normativa, almeno in Belgio, della totale inefficenza dei programmi per filtrare il traffico p2p illegale.
Tutto era cominciato nel 2007, quando un giudice aveva sentenziato che l’ISP Scarlet doveva porre un freno alle attività dei pirati belga e doveva usare il software indicato da SABAM, ovvero Audible Magic.
Un anno dopo l’ISP è tornato a difendersi da una multa pari a 2.500€ per ogni giorno di ritardo nell’applicazione della sentenza precedente, per un totale di 750.000€. La difesa sosteneva che era impossibile applicare il software, in quanto, molto semplicemente, non funzionava.
A queste tesi si è aggiunta anche la testimonianza di un (ex?) avvocato della SABAM che ha affermato come nel processo precedente diverse perizie tecniche erano basate su concetti errati. Il giudice non ha potuto fare altro che sentenziare, come segnala TorrentFreak, in favore dell’ISP riconoscendo che il software proposto è del tutto inutile se non dannoso.
Niente multa, ma soprattutto si è evitato di creare un pericoloso precedente che avrebbe potuto dare il via libera a numerose richieste delle lobby. Come IFPI, che ha richiesto un filtro similare ad un provider irlandese, per poi richiedere un provvedimento al parlamento europeo, per bloccare l’accesso a siti come The Pirate Bay. Difficilmente una norma del genere, però, potrà passare in parlamento considerando il recente affossamento della dottrina Sarkozy.
Anche il grande fratello costa
L’incubo della data retention aleggia in Gran Bretagna, ma la recente crisi potrebbe rinviare il tutto a data da destinarsi. Molti provider, infatti, si stanno lamentando dei costi che dovranno sostenere per questa intercettazione di massa. Costi che però non vogliono sostenere.
Questa situazione si sta verificando, come già accennato, al di là della Manica, dove è in via di applicazione la direttiva europea sulla data retention. L’home office ha già stabilito in 12 mesi il periodo ideale di conservazione dei dati, ma in queste ore si stanno rivedendo nuova mente i dettagli per un particolare non valutato correttamente: i costi.
Quest’aspetto non viene, infatti, stabilito nella direttiva, che lascia ai paesi membri piena autonomia nella gestione delle spese, senza specificare alcunchè, lasciando la “patata bollente” della copertura dei costi e garantire quindi la fattibilità economica del progetto. Queste spese al momento hanno raggiunto le 875mila sterline per il solo operatore O2 per le spese di collaborazione, 19 milioni in 4 anni per assicurare la copertura finanzaria a tutti gli ISP del paese.
Gli incentivi, però, si fermano qui, non è prevista alcuna forma di rimborso per una funzione che non è propria degli ISP ed è imposta per legge. The Register lo rivela grazie a delle dichiarazioni di un partecipante al Government and Industry Forum on Technology and Law Enforcement, dove si sarebbe deciso il futuro inglese della diretta sulla data retention. A questa conferenza sarebbe emerso un paradosso rilevante, cioè che converrebbe rimborsare dei costi i maggiori provider piuttosto che aiutare i più piccoli ad adottare le misure per il tracciamento.
In sostanza lo stato potrebbe essere costretto a non sostenere la spesa e il mondo dei provider si spaccherebbe in due, i più grandi che tracciano e i più piccoli impossibilitati a farlo. Questo potrebbe succedere senza che i soggetti economicamente deboli possano subire sanzioni. Difatti non è prevista, almeno per il momento, alcuna sanzione per gli ISP che non si adegueranno al provvedimento.

