Lassù, a 2000 anni luce, ci potrebbe essere qualcuno che ci osserva! E’ stato scoperto, grazie al lavoro di un gruppo di studiosi di diversi Stati del mondo, un nuovo sistema planetario dalle caratteristiche sorprendenti. E’ stata la sonda Keplero ad immortalarlo durante l’esplorazione dello spazio, e ha rivelato un sistema composto da una stella, [...]
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L’internet a banda stretta
Il viceministro allo Sviluppo economico con delega alle Comunicazioni Paolo Romani, aveva detto giorni fa che sarebbero stati stanziati 800 milioni di euro per portare la banda larga a 20 Mbps al 96 per cento della popolazione e a 2 Mbps al restante 4 per cento entro il 2012, così da ridurre il digital divide italiano. Il progetto era inizialmente quello di stanziare 1,47 miliardi per potenziare la già precaria rete internet nel nostro paese.
In paesi come Germania e Francia, i Governi hanno varato piani di sviluppo per portare la banda larga a 50 e 100 Mbps entro la prima metà del prossimo decennio; la Francia ha addirittura stanziato 10 miliardi di euro per portare, entro il 2012, la banda larghissima (quella oltre i 50 Megabit) a 4 milioni di abitazioni, mentre in Germania la cancelliera Angela Merkel ha promesso la stessa banda francese al 75 per cento della popolazione entro il 2014. Si pensa al futuro.
In Italia la Rete Internet è non soltanto sottosviluppata e scarsamente produttiva, ma il Governo in carica crede sia poco remunerativa economicamente e poco occupazionale in termini prettamente numerici.
I 1470 milioni erogati per la banda larga nazionale, provengono da fondi europei, da fondi stanziati dal precedente Governo e dai fondi del Cipe (Il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica), per cui sarebbero soldi già in cassa a cui serve solamente il via libera degli organi competenti – il Cipe, appunto. L’Europa e il Governo passato avevano stanziato 647 milioni di euro che si andavano ad aggiungere agli 800 che il Cipe doveva deliberare in questi giorni, ma Gianni Letta – sottosegretario alla Presidenza del Consiglio – ha dichiarato che “i soldi per la banda larga li daremo quando usciremo dalla crisi”. Chiariamo subito che i soldi non sono stati dirottati verso altre opere, ma solamente “bloccati” fin quando non si uscirà dalla crisi che investe l’intera economia mondiale. Pertanto la banda larga può benissimo aspettare.
Una recente stima della Comunità Europea prevede che il potenziamento delle infrastrutture internet nel Vecchio Continente porterà oltre un milione di posti di lavoro fino al 2015, e una crescita dell’economia europea di 850 miliardi di euro. Letta aggiunge che la banda larga per il Governo è un fattore prioritario, anche se non sembra…
In questo momento il Governo ha 400 milioni, tra fondi Infratel, rurali dalla Comunità Europea e derivanti da protocolli con le Regioni, e si stanno facendo bandi e creando infrastrutture. Manca un dato però: mancano ancora 210 milioni ai 1470 stanziati, i quali si recupereranno facendo un bando europeo dopo che si sbloccheranno gli 800 milioni dal Cipe. Dopo, appunto.
In Italia la banda larga è solo un utopia. Capisco che la crisi ha sovvertito tutti i progetti futuri, ma la gestione della crisi va affrontata soprattutto investendo in nuovi percorsi innovativi, in progetti che permettono di guardare al futuro e in infrastrutture che tendono all’ammodernamento più che al consolidamento di quelli presenti. Se i concetti di superamento della crisi vanno solamente nella salvaguardia di quello che già abbiamo, l’Italia – sesto paese al mondo – finirà per sopperire malamente alla crescita economica globale, con grave risentimento verso la politica produttiva di cui non siamo stati in grado di far fronte in questi anni.
Second Life: che fine ha fatto?
Che fine ha fatto Second Life? Il mondo virtuale in cui crearsi una vita parallela e interagire con gli altri avatar sembra ormai in decadenza, ma non è questa una tendenza generalizzata a tutti gli Stati in cui il fenomeno si è diffuso negli anni precedenti.
Secondo Biancaluce Robbiani, abbastanza nota all’interno di Second Life per essere stata nominata esperta certificata dalla società che gestisce il network, questa inversione di tendenza che pare aver colpito l’applicazione negli ultimi tempi non deriva da un vero calo di interesse da parte degli utenti, piuttosto dal fatto che in Italia gli internauti non sono ancora abbastanza pronti ad una rivoluzione di questo tipo.
L’abbassamento dell’interesse, che secondo Biancaluce è stato causato anche da una cattiva informazione da parte dei media che hanno parlato spesso evidenziando solamente aspetti negativi del mondo virtuale, è infatti riscontrabile solo nel nostro Paese. Gli Stati esteri continuano invece ad utilizzare la piattaforma per scopi interessanti e molto utili.
Stupisce infatti la presenza di università, aziende e centri culturali che operano su Second Life, una realtà che in Italia (anche per la scarsa attenzione del governo verso questa piattaforma, secondo Luca Spoldi, ex docente della facoltà di ingegneria all’università di Napoli) fatica a guadagnare interesse.
Italia.it torna online

Dopo le numerose polemiche di cui il famoso portale del turismo italiano era stato oggetto in passato, il sito è tornato online da poco tempo. In realtà il portale era atteso già sul Web per il 16 luglio, ma dal ministero hanno fatto sapere che il ritardo di qualche giorno è stato dovuto per ultimare le verifiche, per evitare disfunzioni del servizio.
Ad annunciare il ritorno di Itallia.it sono stati a Palazzo Chigi Silvio Berlusconi, il ministro Brunetta e il ministro Brambilla, che ha affermato che l’iniziativa darà un impulso importante all’economia del settore turistico nel nostro Paese.
Il portale con un logo del tutto rinnovato dovrebbe servire a sviluppare l’abitudine di organizzare le vacanze direttamente online, infatti offre la possibilità di prenotare alberghi e biglietti e incentiva il turismo, proponendo 100 tour virtuali nei luoghi più splendidi del nostro Paese.
Per l’estate è stata messa a punto una versione iniziale, che in autunno sarà sostituita da una versione definitiva. Il tutto realizzato in collaborazione con l’Aci e con un costo complessivo di 5 milioni di eruro, che questa volta si spera che siano stati spesi veramente bene. Il ministro Brambilla garantisce che il portale si proporrà agli utenti come un portale emozionale, ossia basato su emozioni e motivazioni per promuovere il turismo.
Magic Italy: il nuovo logo per la promozione turistica
Il nuovo logo che rappresenterà il nostro Paese e che sarà il punto d’inizio della costruzione del nuovo portale-vetrina dell’Italia avrà semplicemente la scritta “Italia“, attraversata da un’onda tricolore.
Lo sfondo è nero, a testimonianza dell’eleganza e del particolare design che ci contraddistingue da sempre e fa del Made in Italy un marchio riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo.
Almeno sono queste le intenzioni del ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla che ha presentato, assieme al Presidente del Consiglio il nuovo progetto per il rilancio del nostro Paese e del turismo nelle nostre località.
“Magic Italy” sarà lo slogan che accompagnerà la campagna promozionale all’estero, uno slogan che lo stesso Berlusconi aveva precedentemente confessato di aver pensato personalmente.
Il nuovo portale per il turismo italiano, trascinato dalle polemiche per il vecchio sito e per il nuovo logo (che comunque sulla rete non piace a tutti) sarà secondo le previsioni disponibile a partire da luglio ed aprirà immediatamente dopo una prima fase di “rodaggio”.
Tecnologia e ambiente: due facce per la stessa medaglia

Quando parliamo di tecnologia la prima cosa che ci viene in mente sono i chip, i microprocessori, l’hardware o il software. A nessuno viene quasi mai in mente di pensare all’ecologia, all’ecosistema o al risparmio energetico. Tutti pensiamo, a primo acchito, alle trasformazioni che la tecnologia ci permette di creare – o quantomeno usare – nel nostro vivere quotidiano. La tecnologia è ormai diventata parte integrante della nostra vita: le comunicazioni tra colleghi amici e parenti avvengono prevalentemente tramite e-mail o messaggeria istantanea, sms o videotelefono. Se dobbiamo scrivere un appunto usiamo l’agenda del telefonino, se dobbiamo creare una presentazione per lavoro usiamo l’insostituibile Powerpoint (e le altre versioni più o meno conosciute), se dobbiamo pubblicare un post sul nostro blog, chiaramente, usiamo il pc o lo smartphone. Tutto questo è naturalmente “Tecnologia”. Ma non lo è solo in questi casi. Quando la tecnologia sposa l’ambiente, parla soprattutto italiano.
La maggior parte dei rifiuti che noi creiamo viene smaltita nel riciclaggio, decomposta se biodegradabile, riutilizzata come la borsa della spesa in silicone o in plastica per i rifiuti. Non tutto però è riciclabile. Ad Arese, piccolo paesino alle porte di Milano, una volta si producevano le Alfa Romeo. In alcuni stabilimenti dell’Alfa, Diego Giancristofaro nel 2005 crea una piccola sturtup che si chiama Greenfluff. Il “Fluff” è quella parte non riciclabile delle automobili – circa il 30% – che finisce dritta dritta nelle discariche ma che, essendo ricche di metallo, gomma, vetro, fibre tessili e carta, è altamente inquinante. Giancristofaro ha creato un’azienda tutta automatizzata e robotizzata per trattare, condizionare e riciclare oltre 120mila tonnellate di fluff l’anno. Tutto il processo avviene a freddo e senza combustione o agenti chimici. Il processo è talmente pulito e conveniente, che Giancristofaro – potendo smaltire solo una piccola parte delle 750mila tonnellate di fluff che si producono in Italia – sta per aprire un secondo stabilimento a Foggia. La tecnologia ha fatto il primo passo per l’ambiente.
David Fisher è un architetto israeliano che vive e lavora in Italia dal 1968. Trasferitosi da Tel Aviv a Firenze per finire gli studi e sposare un’italiana, Fisher oggi è il massimo interprete del design dinamico. Lui stesso racconta come un giorno si trovava a Miami e si era reso conto che gli appartamenti nei grattacieli avevano un costo diverso in base al panorama che offrivano. Un altro giorno invece, a casa di amici a Manhattan, gli si fa notare che quello era l’unico appartamento da essere esposto sia sull’East River che sull’Hudson. «Bisogna realizzare un edificio che dia a tutti la possibilità di avere panorami a 360 gradi». E fu così che nacque il primo approccio alle “Rotating Tower“: grattacieli modulari dove ogni piano è composto da moduli assemblati ad un pilone centrale completamente autonomi l’uno dall’altro. E che ruotano a 360 gradi indipendenti l’uno dall’altro.
La struttura principale è, come detto, il pilone centrale. A questo si inseriranno i vari moduli girevoli che ospiteranno gli appartamenti e le villette per un totale di 80 piani, quindi 80 moduli, su un altezza di 420 metri. Ma il vero punto forte del progetto non è solo la dinamicità degli ambienti, ma la base costruttiva e del funzionamento. La separazione dei piani avverrà con dei cavi in fibra di carbonio che soddisferà le esigenze energetiche dell’intero stabile. All’interno del pilone centrale verranno inserite 80 turbine eoliche che produrranno 1200 MWh di energia l’anno, pensate per azionarsi con una velocità minima di 10Km/h, verranno rivestite con materiale fono assorbente e isolanti insonorizzanti per ridurre al minimo – quasi zero – la rumorosità delle pale eoliche. L’intera struttura avrà pertanto 80 tetti, e in ognuno saranno installate delle cellule fotovoltaiche per garantire energia pulita al grattacielo. La climatizzazione verrà alimentata dal “Solar Cooling“: ovvero dei convettori solari che riscaldano l’acqua – tramite dei pannelli termodinamici anziché ad energia elettrica – ricorrendo al raffreddamento solare (solar cooling) e permetteranno di climatizzare gli ambienti ottenendo gli stessi benefici della climatizzazione classica, ma con un impatto energetico molto più basso. Inoltre, tutti gli impianti elettrici dell’edificio saranno predisposti per ridurre al minimo il consumo elettrico: gli ambienti comuni (ad esempio i corridoi dello stesso piano) avranno un collegamento sensoriale con la luce esterna, in modo tale che si accenderanno in base alla luce che arriverà dalle finestre; e ancora, in ogni appartamento sarà possibile regolare elettronicamente la chiusura delle tapparelle facendo in modo che l’irradiazione del sole non arrivi direttamente all’interno nelle ore di massima esposizione. In questo caso si ridurranno anche i consumi derivati dall’aria condizionata.
La tecnologia è veramente il punto forte delle Rotating Tower: l’accesso agli appartamenti avverrà solamente tramite il riconoscimento dell’iride, la rotazione di ogni singolo modulo potrà essere effettuata solo con il comando vocale. Non esiste un garage: ogni auto verrà portata direttamente al piano tramite dei montacarichi azionati anch’essi dal riconoscimento dell’iride. Il sistema antincendio userà la stessa acqua potabile che serve gli appartamenti, e, quest’ultima, verrà filtrata con dei sistemi tecnologici all’avanguardia, e questo permetterà di abbattere i costi di manutenzione perché, non avendo due sezioni separate, il controllo e il ricircolo sarà continuo.
Ma tutto questo non è fantascienza. Alla fine del 2010, a Dubai, verrà inaugurato il primo grattacielo rotante della storia, e presto ce ne saranno altri a Mosca, New York, Pechino, Parigi, Monaco, Francoforte, Amburgo, Boston e Miami. Può darsi che ne verrà costruito uno a Milano per l’Expo del 2015, ma finora ci sono stati solo dei fugaci contatti con l’amministrazione meneghina. La cosa che ci rende orgogliosi, noi italiani, è che solamente il pilone centrale verrà costruito in loco, i moduli verranno costruiti ad Altamura, in Puglia, già completi di allacciamenti elettrici e idraulici, dotati di bagni, cucine, illuminazione e complementi d’arredo, per poi essere agganciati al pilone centrale direttamente sul posto. Risparmio sui tempi di circa il 30% e sui costi del 10%, inoltre la manodopera tecnica in cantiere è attorno al 22% del normale. Ultimo appunto per i costi: ogni piattaforma abitativa avrà una metratura che parte dai 124 mq fino a 1200 mq, con costi medi di 20mila euro a metro quadro. Ciò significa dai due ai venti milioni di euro ad appartamento/villetta. Per molti ma non per tutti. La tecnologia al servizio dell’architettura e dell’ecologia.
Al Salone del Gusto di Torino 2008, sono stati serviti 26mila coperti tutti con posate e piatti in plastica. Ma non era una plastica normale: era bioplastica Mater-Bi.
Il Mater-Bi è una plastica particolare ottenuta dall’amido di mais, da patate e/o da grano addizionato a polimeri sintetici, che hanno l’effetto di disintegrare e compostare tutto ciò che è stato creato da questo materiale quando viene cestinato. Col Mater-Bi si fanno piatti, pannolini, vaschette per alimenti, buste da shopper, per l’umido della differenziata e altri centinaia di possibili utilizzi. L’ideatore è ancora una volta italiano: la pluripremiata chimica Catia Bastioli della Novamont di Novara. La procedura di compostaggio del Mater-Bi avviene assieme agli avanzi del cibo di tutti i giorni, per cui, con questo procedimento, si risparmia circa 20 volte il contenuto inquinante di CO2 disperso nell’ambiente. Mica poco! La dottoressa Bastioli, dopo aver fatto mangiare gli ospiti del Salone del Gusto con le posate completamente assorbibili dall’ambiente, si sta cimentando con il pneumatico sostenibile: il Biopneumatico. Tramite complesse procedure tecnologiche, la Novamont sta per rilasciare il primo pneumatico a bassa resistenza al rotolamento. Questo grandioso progetto ecosostenibile, dovrebbe far risparmiare circa il 25% di carburante rispetto ad un treno di gomme standard. Il prototipo dovrebbe essere pronto a breve: vedremo se sarà all’altezza delle bioposate. Visti i precedenti giurerei di sì. La tecnologia al servizio della collettività e del benessere ecosostenibile.
La casa delle foglie, o con le foglie, è quello che hanno in mente alla Loccioni di Ancona. L’hanno chiamata Leaf House, la casa della foglia appunto. Qui si coniuga perfettamente la tecnologia e l’ambiente. Una mini città dove a farla da padrone è la modernità e la vivibilità: con centrali idroelettriche con salti di un metro che permettono di soddisfare il fabbisogno di 60 famiglie ma anche il recupero e il trattamento delle acque, una scuola con i pannelli solari sul tetto, mezzi di trasporto elettrici o a idrogeno, luoghi di lavoro ecocompatibili. Tutto controllato da sensori, da centraline e da indicatori che rilevano i consumi, l’energia solare prodotta e quella utilizzata, la bontà dell’aria e dell’acqua. Nel pieno rispetto dell’ambiente e del basso impatto nell’ecosistema. Il loro scopo è far capire ai politici che il verde non soltanto può sostenere benissimo l’economia, ma può creare anche tanti posti di lavoro. Obama insegna. L’ambiente tecnologico al servizio del cittadino e del suo bisogno giornaliero.
Parlando di energia si pensa subito al petrolio. Ma esistono in natura altri sistemi per produrre energia. La scelta del nostro Governo è caduta sul nucleare: scelta discutibile per certi versi, ottima e matura per altri. La scelta di un’energia diversa dal petrolio è senz’altro ricorrente e urgente, ma non significa per forza usare solo un tipo di energia alternativa – come potrebbe essere il nucleare. Ad Arezzo c’è una cooperativa che si chiama La Fabbrica del Sole, e non è la solita azienda che si occupa di energie alternative. Si occupa di idrogeno. L’idrogeno può anche essere usato come energia alterntiva questo è vero, ma inaugurare il primo idrogenodotto al mondo prodotto dal metano e dall’energia solare è una cosa unica. La Fabbrica del Sole per ora soddisfa solamente poche aziende orafe nell’aretino – anche perché è stato aperto solo un chilometro di idrogenodotto -, ma il centro ricerca HydroLAb sta mettendo a punto un progetto che pensa in grande e che – probabilmente – sarà il più grosso passo avanti verso l’indipendenza energetica: creare un insieme di edifici completamente autonomi che producano e utilizzano l’energia prodotta indipendentemente da qualsiasi rete energetica esterna. Pannelli solari, solar cooling e impianti fotovoltaici, permetteranno agli edifici costruiti dalla Fabbrica del Sole di eliminare il trasporto dell’energia elettrica in loco, l’impatto paesaggistico derivato da cavi e tralicci, e faranno risparmiare agli occupanti delle ingenti somme di denaro per comprare l’elettricità dall’esterno. L’energia se la creeranno da soli e a costo praticamente nullo: il sole è pur sempre gratis.
Quante volte ci è successo che si scarica il telefonino mentre lo usiamo: siamo costretti a prendere il caricabatterie, cercare una presa dove collegarlo e ricaricare il cellulare, spesso mentre siamo anche al telefono. E’ comodo avere sempre un caricabatterie a disposizione… peccato che esistano solo per i cellulari. O no?
Ricordatevi questi nomi per il prossimo futuro: Shai Agassi e Better Place. Agassi è un trentenne israeliano fondatore, durante gli anni boom delle dot.com, di una delle più importanti società di software israeliane. Venduta alla SAP l’azienda di famiglia (la SAP è la prima azienda di software aziendale al mondo), ne diventa responsabile dei prodotti. Alla prima riunione nella nuova società, Agassi fa un discorso assai strano: disse che l’azienda avrebbe dovuto cedere gratuitamente i suoi hardware e i suoi software, e avrebbe dovuto fare del proprio database un opensource. Facendosi pagare solo l’assistenza sarebbe riuscita a scalzare Oracle da leader del mercato. Tutti gli astanti si misero a ridere tranne uno: “E’ l’unico con idee sensate, qua dentro“. A parlare era stato Hasso Plattner, uno dei fondatori di SAP. Ma Shai aveva un’altra idea per la testa: l’emancipazione dal petrolio e dalla benzina per le auto.
Licenziatosi da SAP, nel 2005 Agassi fonda Project Better Place: un progetto dove non si vede più la forma antiquata dell’auto elettrica, ma della batteria per l’auto elettrica a noleggio. Il massimo problema nel costruire auto elettriche non è sul come farle, ma bensì sulla durata delle batterie. Agassi scuote il mondo dei fabbricanti facendo il discorso inverso: quando si vende un auto, la si vende senza benzina. Allora perché vendere una macchina elettrica con la batteria che non è altro che la benzina per le auto normali? Da questa idea innovativa, Agassi riesce a racimolare sovvenzioni su sovvenzioni per mettere in pratica la prima parte del suo progetto: il beta tester che diventa il Paese beta. Se per un nuovo software ci vogliono dei beta tester che usino e diano feedback all’azienda produttrice, per il progetto Better Place non bastano poche persone, ma serve un vero e proprio Stato: Israele è il primo passo. In una riunione a Tel Aviv con Shimon Perez presente, Shai Agassi spiega alla platea il suo sogno: mettere al posto delle pompe di benzina, delle pompe per ricaricare le batterie delle auto con il Better Place al suo interno. La gente invece di comprare auto a benzina, compra quelle elettriche con le batterie BP e, come fossero dei distributori di benzina normali, trova ad ogni angolo delle stazioni di servizio per ricaricare le batterie. Il costo di ogni pieno è circa la metà della benzina, e invece di comprare l’auto come avviene adesso, i produttori – o i concessionari – la danno con grossissimi sconti o addirittura gratuita sotto forma di noleggio o abbonamento con le ricariche. Si risparmierebbe circa il 20% di CO2 fino al 2020 aumentato di un ulteriore 40% nei successivi cinque anni se le auto elettriche prendono il sopravvento anche in quei Stati dove la benzina è ancora considerata un bene primario (Stati Uniti e Medioriente su tutti).
Oggi il progetto è ben avviato, tanto che tra i maggiori sovvenzionatori c’è anche Renault che ha già creato una versione apposita della Megane per Better Place che ha chiamato Fluence. E tra i primi Paesi a credere nel progetto vi sono la Danimarca, Israele, le isole Hawaii, l’Australia e la California, mentre ci sono stati contatti con Spagna, Francia (Sarkozy ha già stanziato 400mln di euro) e Portogallo. Quello che è tecnologico nelle auto Better Place è il software all’interno del computer di bordo di tutte le auto: Gps, WiFi, telefonia cellulare, monitora il livello energetico, funge da servizio assistenza e da assistente personale. Oggi questa macchina elettrica esiste e si chiama AutOS. E il Project è stato eliminato per far posto a Better Place. La tecnologia pulita ci porta anche a spasso. Ma stavolta non dice una parola in italiano.
Tecnologia e ambiente: due facce per la stessa medaglia
Quando parliamo di tecnologia la prima cosa che ci viene in mente sono i chip, i microprocessori, l’hardware o il software. A nessuno viene quasi mai in mente di pensare all’ecologia, all’ecosistema o al risparmio energetico. Tutti pensiamo, a primo acchito, alle trasformazioni che la tecnologia ci permette di creare – o quantomeno usare – nel nostro vivere quotidiano. La tecnologia è ormai diventata parte integrante della nostra vita: le comunicazioni tra colleghi amici e parenti avvengono prevalentemente tramite e-mail o messaggeria istantanea, sms o videotelefono. Se dobbiamo scrivere un appunto usiamo l’agenda del telefonino, se dobbiamo creare una presentazione per lavoro usiamo l’insostituibile Powerpoint (e le altre versioni più o meno conosciute), se dobbiamo pubblicare un post sul nostro blog, chiaramente, usiamo il pc o lo smartphone. Tutto questo è naturalmente “Tecnologia”. Ma non lo è solo in questi casi. Quando la tecnologia sposa l’ambiente, parla soprattutto italiano.
La maggior parte dei rifiuti che noi creiamo viene smaltita nel riciclaggio, decomposta se biodegradabile, riutilizzata come la borsa della spesa in silicone o in plastica per i rifiuti. Non tutto però è riciclabile. Ad Arese, piccolo paesino alle porte di Milano, una volta si producevano le Alfa Romeo. In alcuni stabilimenti dell’Alfa, Diego Giancristofaro nel 2005 crea una piccola sturtup che si chiama Greenfluff. Il “Fluff” è quella parte non riciclabile delle automobili – circa il 30% – che finisce dritta dritta nelle discariche ma che, essendo ricche di metallo, gomma, vetro, fibre tessili e carta, è altamente inquinante. Giancristofaro ha creato un’azienda tutta automatizzata e robotizzata per trattare, condizionare e riciclare oltre 120mila tonnellate di fluff l’anno. Tutto il processo avviene a freddo e senza combustione o agenti chimici. Il processo è talmente pulito e conveniente, che Giancristofaro – potendo smaltire solo una piccola parte delle 750mila tonnellate di fluff che si producono in Italia – sta per aprire un secondo stabilimento a Foggia. La tecnologia ha fatto il primo passo per l’ambiente.
David Fisher è un architetto israeliano che vive e lavora in Italia dal 1968. Trasferitosi da Tel Aviv a Firenze per finire gli studi e sposare un’italiana, Fisher oggi è il massimo interprete del design dinamico. Lui stesso racconta come un giorno si trovava a Miami e si era reso conto che gli appartamenti nei grattacieli avevano un costo diverso in base al panorama che offrivano. Un altro giorno invece, a casa di amici a Manhattan, gli si fa notare che quello era l’unico appartamento da essere esposto sia sull’East River che sull’Hudson. «Bisogna realizzare un edificio che dia a tutti la possibilità di avere panorami a 360 gradi». E fu così che nacque il primo approccio alle “Rotating Tower“: grattacieli modulari dove ogni piano è composto da moduli assemblati ad un pilone centrale completamente autonomi l’uno dall’altro. E che ruotano a 360 gradi indipendenti l’uno dall’altro.
La struttura principale è, come detto, il pilone centrale. A questo si inseriranno i vari moduli girevoli che ospiteranno gli appartamenti e le villette per un totale di 80 piani, quindi 80 moduli, su un altezza di 420 metri. Ma il vero punto forte del progetto non è solo la dinamicità degli ambienti, ma la base costruttiva e del funzionamento. La separazione dei piani avverrà con dei cavi in fibra di carbonio che soddisferà le esigenze energetiche dell’intero stabile. All’interno del pilone centrale verranno inserite 80 turbine eoliche che produrranno 1200 MWh di energia l’anno, pensate per azionarsi con una velocità minima di 10Km/h, verranno rivestite con materiale fono assorbente e isolanti insonorizzanti per ridurre al minimo – quasi zero – la rumorosità delle pale eoliche. L’intera struttura avrà pertanto 80 tetti, e in ognuno saranno installate delle cellule fotovoltaiche per garantire energia pulita al grattacielo. La climatizzazione verrà alimentata dal “Solar Cooling“: ovvero dei convettori solari che riscaldano l’acqua – tramite dei pannelli termodinamici anziché ad energia elettrica – ricorrendo al raffreddamento solare (solar cooling) e permetteranno di climatizzare gli ambienti ottenendo gli stessi benefici della climatizzazione classica, ma con un impatto energetico molto più basso. Inoltre, tutti gli impianti elettrici dell’edificio saranno predisposti per ridurre al minimo il consumo elettrico: gli ambienti comuni (ad esempio i corridoi dello stesso piano) avranno un collegamento sensoriale con la luce esterna, in modo tale che si accenderanno in base alla luce che arriverà dalle finestre; e ancora, in ogni appartamento sarà possibile regolare elettronicamente la chiusura delle tapparelle facendo in modo che l’irradiazione del sole non arrivi direttamente all’interno nelle ore di massima esposizione. In questo caso si ridurranno anche i consumi derivati dall’aria condizionata.
La tecnologia è veramente il punto forte delle Rotating Tower: l’accesso agli appartamenti avverrà solamente tramite il riconoscimento dell’iride, la rotazione di ogni singolo modulo potrà essere effettuata solo con il comando vocale. Non esiste un garage: ogni auto verrà portata direttamente al piano tramite dei montacarichi azionati anch’essi dal riconoscimento dell’iride. Il sistema antincendio userà la stessa acqua potabile che serve gli appartamenti, e, quest’ultima, verrà filtrata con dei sistemi tecnologici all’avanguardia, e questo permetterà di abbattere i costi di manutenzione perché, non avendo due sezioni separate, il controllo e il ricircolo sarà continuo.
Ma tutto questo non è fantascienza. Alla fine del 2010, a Dubai, verrà inaugurato il primo grattacielo rotante della storia, e presto ce ne saranno altri a Mosca, New York, Pechino, Parigi, Monaco, Francoforte, Amburgo, Boston e Miami. Può darsi che ne verrà costruito uno a Milano per l’Expo del 2015, ma finora ci sono stati solo dei fugaci contatti con l’amministrazione meneghina. La cosa che ci rende orgogliosi, noi italiani, è che solamente il pilone centrale verrà costruito in loco, i moduli verranno costruiti ad Altamura, in Puglia, già completi di allacciamenti elettrici e idraulici, dotati di bagni, cucine, illuminazione e complementi d’arredo, per poi essere agganciati al pilone centrale direttamente sul posto. Risparmio sui tempi di circa il 30% e sui costi del 10%, inoltre la manodopera tecnica in cantiere è attorno al 22% del normale. Ultimo appunto per i costi: ogni piattaforma abitativa avrà una metratura che parte dai 124 mq fino a 1200 mq, con costi medi di 20mila euro a metro quadro. Ciò significa dai due ai venti milioni di euro ad appartamento/villetta. Per molti ma non per tutti. La tecnologia al servizio dell’architettura e dell’ecologia.
Al Salone del Gusto di Torino 2008, sono stati serviti 26mila coperti tutti con posate e piatti in plastica. Ma non era una plastica normale: era bioplastica Mater-Bi.
Il Mater-Bi è una plastica particolare ottenuta dall’amido di mais, da patate e/o da grano addizionato a polimeri sintetici, che hanno l’effetto di disintegrare e compostare tutto ciò che è stato creato da questo materiale quando viene cestinato. Col Mater-Bi si fanno piatti, pannolini, vaschette per alimenti, buste da shopper, per l’umido della differenziata e altri centinaia di possibili utilizzi. L’ideatore è ancora una volta italiano: la pluripremiata chimica Catia Bastioli della Novamont di Novara. La procedura di compostaggio del Mater-Bi avviene assieme agli avanzi del cibo di tutti i giorni, per cui, con questo procedimento, si risparmia circa 20 volte il contenuto inquinante di CO2 disperso nell’ambiente. Mica poco! La dottoressa Bastioli, dopo aver fatto mangiare gli ospiti del Salone del Gusto con le posate completamente assorbibili dall’ambiente, si sta cimentando con il pneumatico sostenibile: il Biopneumatico. Tramite complesse procedure tecnologiche, la Novamont sta per rilasciare il primo pneumatico a bassa resistenza al rotolamento. Questo grandioso progetto ecosostenibile, dovrebbe far risparmiare circa il 25% di carburante rispetto ad un treno di gomme standard. Il prototipo dovrebbe essere pronto a breve: vedremo se sarà all’altezza delle bioposate. Visti i precedenti giurerei di sì. La tecnologia al servizio della collettività e del benessere ecosostenibile.
La casa delle foglie, o con le foglie, è quello che hanno in mente alla Loccioni di Ancona. L’hanno chiamata Leaf House, la casa della foglia appunto. Qui si coniuga perfettamente la tecnologia e l’ambiente. Una mini città dove a farla da padrone è la modernità e la vivibilità: con centrali idroelettriche con salti di un metro che permettono di soddisfare il fabbisogno di 60 famiglie ma anche il recupero e il trattamento delle acque, una scuola con i pannelli solari sul tetto, mezzi di trasporto elettrici o a idrogeno, luoghi di lavoro ecocompatibili. Tutto controllato da sensori, da centraline e da indicatori che rilevano i consumi, l’energia solare prodotta e quella utilizzata, la bontà dell’aria e dell’acqua. Nel pieno rispetto dell’ambiente e del basso impatto nell’ecosistema. Il loro scopo è far capire ai politici che il verde non soltanto può sostenere benissimo l’economia, ma può creare anche tanti posti di lavoro. Obama insegna. L’ambiente tecnologico al servizio del cittadino e del suo bisogno giornaliero.
Parlando di energia si pensa subito al petrolio. Ma esistono in natura altri sistemi per produrre energia. La scelta del nostro Governo è caduta sul nucleare: scelta discutibile per certi versi, ottima e matura per altri. La scelta di un’energia diversa dal petrolio è senz’altro ricorrente e urgente, ma non significa per forza usare solo un tipo di energia alternativa – come potrebbe essere il nucleare. Ad Arezzo c’è una cooperativa che si chiama La Fabbrica del Sole, e non è la solita azienda che si occupa di energie alternative. Si occupa di idrogeno. L’idrogeno può anche essere usato come energia alterntiva questo è vero, ma inaugurare il primo idrogenodotto al mondo prodotto dal metano e dall’energia solare è una cosa unica. La Fabbrica del Sole per ora soddisfa solamente poche aziende orafe nell’aretino – anche perché è stato aperto solo un chilometro di idrogenodotto -, ma il centro ricerca HydroLAb sta mettendo a punto un progetto che pensa in grande e che – probabilmente – sarà il più grosso passo avanti verso l’indipendenza energetica: creare un insieme di edifici completamente autonomi che producano e utilizzano l’energia prodotta indipendentemente da qualsiasi rete energetica esterna. Pannelli solari, solar cooling e impianti fotovoltaici, permetteranno agli edifici costruiti dalla Fabbrica del Sole di eliminare il trasporto dell’energia elettrica in loco, l’impatto paesaggistico derivato da cavi e tralicci, e faranno risparmiare agli occupanti delle ingenti somme di denaro per comprare l’elettricità dall’esterno. L’energia se la creeranno da soli e a costo praticamente nullo: il sole è pur sempre gratis.
Quante volte ci è successo che si scarica il telefonino mentre lo usiamo: siamo costretti a prendere il caricabatterie, cercare una presa dove collegarlo e ricaricare il cellulare, spesso mentre siamo anche al telefono. E’ comodo avere sempre un caricabatterie a disposizione… peccato che esistano solo per i cellulari. O no?
Ricordatevi questi nomi per il prossimo futuro: Shai Agassi e Better Place. Agassi è un trentenne israeliano fondatore, durante gli anni boom delle dot.com, di una delle più importanti società di software israeliane. Venduta alla SAP l’azienda di famiglia (la SAP è la prima azienda di software aziendale al mondo), ne diventa responsabile dei prodotti. Alla prima riunione nella nuova società, Agassi fa un discorso assai strano: disse che l’azienda avrebbe dovuto cedere gratuitamente i suoi hardware e i suoi software, e avrebbe dovuto fare del proprio database un opensource. Facendosi pagare solo l’assistenza sarebbe riuscita a scalzare Oracle da leader del mercato. Tutti gli astanti si misero a ridere tranne uno: “E’ l’unico con idee sensate, qua dentro“. A parlare era stato Hasso Plattner, uno dei fondatori di SAP. Ma Shai aveva un’altra idea per la testa: l’emancipazione dal petrolio e dalla benzina per le auto.
Licenziatosi da SAP, nel 2005 Agassi fonda Project Better Place: un progetto dove non si vede più la forma antiquata dell’auto elettrica, ma della batteria per l’auto elettrica a noleggio. Il massimo problema nel costruire auto elettriche non è sul come farle, ma bensì sulla durata delle batterie. Agassi scuote il mondo dei fabbricanti facendo il discorso inverso: quando si vende un auto, la si vende senza benzina. Allora perché vendere una macchina elettrica con la batteria che non è altro che la benzina per le auto normali? Da questa idea innovativa, Agassi riesce a racimolare sovvenzioni su sovvenzioni per mettere in pratica la prima parte del suo progetto: il beta tester che diventa il Paese beta. Se per un nuovo software ci vogliono dei beta tester che usino e diano feedback all’azienda produttrice, per il progetto Better Place non bastano poche persone, ma serve un vero e proprio Stato: Israele è il primo passo. In una riunione a Tel Aviv con Shimon Perez presente, Shai Agassi spiega alla platea il suo sogno: mettere al posto delle pompe di benzina, delle pompe per ricaricare le batterie delle auto con il Better Place al suo interno. La gente invece di comprare auto a benzina, compra quelle elettriche con le batterie BP e, come fossero dei distributori di benzina normali, trova ad ogni angolo delle stazioni di servizio per ricaricare le batterie. Il costo di ogni pieno è circa la metà della benzina, e invece di comprare l’auto come avviene adesso, i produttori – o i concessionari – la danno con grossissimi sconti o addirittura gratuita sotto forma di noleggio o abbonamento con le ricariche. Si risparmierebbe circa il 20% di CO2 fino al 2020 aumentato di un ulteriore 40% nei successivi cinque anni se le auto elettriche prendono il sopravvento anche in quei Stati dove la benzina è ancora considerata un bene primario (Stati Uniti e Medioriente su tutti).
Oggi il progetto è ben avviato, tanto che tra i maggiori sovvenzionatori c’è anche Renault che ha già creato una versione apposita della Megane per Better Place che ha chiamato Fluence. E tra i primi Paesi a credere nel progetto vi sono la Danimarca, Israele, le isole Hawaii, l’Australia e la California, mentre ci sono stati contatti con Spagna, Francia (Sarkozy ha già stanziato 400mln di euro) e Portogallo. Quello che è tecnologico nelle auto Better Place è il software all’interno del computer di bordo di tutte le auto: Gps, WiFi, telefonia cellulare, monitora il livello energetico, funge da servizio assistenza e da assistente personale. Oggi questa macchina elettrica esiste e si chiama AutOS. E il Project è stato eliminato per far posto a Better Place. La tecnologia pulita ci porta anche a spasso. Ma stavolta non dice una parola in italiano.
Italia.info, la reincarnazione di Italia.it
Sta tornando, è ancora nell’ombra, ma fa parlare spesso di sé. Si tratta della versione 2.0 di Italia.it, adesso cambiato per l’occasione in Italia.info, forse per far dimenticare le spiacevoli vicende che hanno visto come protagonista un portale che tutto sembrava tranne che l’orgoglio del nostro turismo.
Il portale The Million Portal Bay riporta oggi le parole, non ancora ufficializzate, di chi dovrebbe occuparsi del progetto, Michela Vittoria Brambilla, che fanno sperare in una prossima definizione del nuovo progetto, il quale sarà poi messo in pratica in modo pratico nei prossimi mesi.
Ecco le parole della Brambilla:
«E vi dico subito che per la definizione e poi per la messa in rete di questo portale non intendo certo perdere tempo anche perchè fino ad ora… e va beh, non certo per responsabilità di questo governo, se ne è perso fin troppo. Quindi posso anticiparvi che si tratterà sicuramente di un portale di seconda generazione, cioè dotato di tutti quei requisiti tecnologici che oggi sono certamente indispensabili per canalizzare via web un sistema di marketing che risponda alle esigenze di un mercato che in questi ultimi anni è cresciuto addirittura in misura esponenziale. Ora è chiaro colleghi che appena il piano esecutivo del portale sarà definito e questo è una questione ovviamente di pochi mesi, io sarò ben lieta di venire ad illustrarvelo in tutti i suoi dettagli. [...] Ho detto che di qui a pochi mesi saremo in grado di ultimare quello che è un progetto di realizzazione di questo portale, ovviamente avendolo in capo da qualche giorno, e quindi che quando il progetto esecutivo sarà pronto, sarò a vostra disposizione per venire ad illustrarvelo. Poi da qui i tempi che trascorreranno dal momento in cui il progetto esecutivo sarà finito, ultimato e approvato da tutti alla messa online del portale sono tempi che… hanno… dei passaggi purtroppo temo non brevissimi. Voi sapete meglio di me quali sono i percorsi e quindi ovviamente non sarà possibile avere un portale online in pochi mesi. Questo credo che non sarà possibile. Avremo un progetto esecutivo in pochi mesi e su questo procederemo alla sua attuazione nel più breve tempo possibile».
La Gazzetta Ufficiale è online e gratis
Da ieri la Gazzetta Ufficiale è disponibile completamente online per una consultazione gratuita. La GURI, stampata periodicamente e distribuita in edicole ed enti pubblici, o attraverso le modalità di abbonamento, da questo mese sarà disponibile solo su internet e per i primi sessanta giorni dalla pubblicazione di ogni singolo fascicolo, la consultazione sarà libera a tutti.
Successivamente solo gli abbonati potranno leggere le pagine complete e gli altri, come succede da sempre, possono leggere i sommari indicizzati nelle pagine del sito ufficiale www.gazzettaufficiale.it.
L’avviso è stato dato attraverso le pagine della Gazzetta in edicola lo scorso 31 dicembre.
Eurostat: l’Italia è agli ultimi posti per utilizzo di internet
Nonostante il netto aumento della diffusione di nuove linee adsl nel territorio dell’Unione Europea di cui vi parlavamo qualche giorno fa, in Italia le cose non sono così positive. Basta pensare che secondo il rapporto Eurostat presentato ieri, riguardante l’utilizzo di internet da parte dei cittadini europei, vede il nostro Paese al terz’ultimo posto, con una percentuale del 42% di cittadini che utilizzano internet, seguito solamente da Romania, che ha il 30%, e Bulgaria (25%).
Se la passano molto meglio i nostri cugini Olandesi (al primo posto con l’86%), che si piazzano in un’alta posizione anche nella classifica delle nuove linee internet attivate nell’ultimo anno. Al secondo posto ci sono gli Svedesi e i Norvegesi, a pari merito con una percentuale dell’84%. Poi ci sono i Danesi (82%), gli abitanti del Lussemburgo (80%), i Tedeschi (75%) e gli Inglesi (71%).
L’Italia si trova quindi in una posizione per niente rosea, al di sotto della media europea, dimostrando ancora una volta di aver bisogno di nuovi stimoli per una diffusione dell’internet utile, di una maggiore informazione rivolta ai privati e agli enti pubblici e soprattutto di maggiori investimenti a favore di una forma comunicativa ormai indispensabile, l’internet che ci permette di lavorare, di studiare, e anche di divertirci.
Via i filtri, non li vogliamo
Dall’Italia si alza la voce degli ISP italiani che non vogliono saperne di censurare alcunché, nonostante siano accusati da diverse associazioni, come la SIAE e FIMI, di stare a guardare mentre fiumi di materiale protetto passano sotto i loro occhi.
L’associazione AIIP ha presentato un esposto al tribunale del riesame di Milano per un recente caso di oscuramento che riguarda due siti esteri che vendono sigarette in violazione dei monopoli di stato. Il caso aveva causato un certo scalpore in quanto sembrava un altro campo dell’inibizione italiana sul web, già in atto per siti a carattere pedo e scommesse.
Il gip aveva imposto il blocco sui siti K2Smokes e RebelSmokes con un provvedimento con il quale imponeva ai provider di boccare il traffico degli utenti italiani verso le pagine indicate. Provvedimento abbastanza inefficace, considerato che nella maggior parte dei casi è sufficiente usare DNS alternativi (Fool DNS e Open DNS), ma che comunque, secondo AIIP, rappresenta un pericolo, anzi un doppio pericolo considerato che in qualche maniera “tradisce” le funzioni di un provider e crea un pericoloso precedente in tema di censura sequestro preventivo.
La questione, sempre secondo l’associazione, è la modalità con cui è stato imposto il blocco. Il gip, anziché rivolgersi agli indagati, cioè la vera parte in causa, si è rivolto direttamente ai provider affinché pensassero loro a filtrare ciò doveva essere filtrato. Il tutto “si traduce, in pratica, in una vera e propria interruzione delle comunicazioni via internet attraverso una ispezione preventiva della navigazione di tutti i cittadini italiani”. Nonostante ritengano il provvedimento “inaccettabile e contrario alla normativa comunitaria e italiana che gli operatori di accesso italiani siano destinatari di provvedimenti relativi a fatti che non li riguardano, poiché interamente posti in essere da soggetti esteri” hanno comunque provveduto ad effettuare le operazioni richieste, in massima collaborazione con le forze dell’ordine.
Il ricorso a tutto ciò è arrivato solo dopo il caso The Pirate Bay, che probabilmente è visto come un precedente, nel quale si è sentenziato che il sequestro preventivo tramite oscuramento è illegale. In quanto di oscuramento non si tratta, ma bensì di vero e proprio filtraggio per via dell’indisponibilità del bene e del fatto che il filtraggio stesso non rende indisponibile il bene a tutti, ma solo ad una ben specifica nazione. In sostanza un vero attentato alle libertà civili. AIIP “denuncia la pericolosa deriva culturale che porta a trasformare gli operatori di accesso in sceriffi della rete e sottolinea ancora una volta che il problema del controllo dei contenuti troverá una soluzione solamente il giorno in cui si comprenderá che le uniche azioni efficaci sono quelle mirate direttamente agli estremi: chi immette i contenuti, e chi ne fruisce”.
Un caso estramamente complesso, su cui Daniele Minotti, avvocato nel caso di The Pirate Bay, ha detto la sua sul caso, prospettando che tutti i singoli utenti possano richiedere di togliere il filtro e quindi riottenere il pieno accesso alla rete. L’avvocato si ferma anche a riflettere sulla questione per intero, in particolare sull’oscuramento, facendo presente un vero e proprio buco nella legislazione italiana, buco che dovrà essere riempito dalla sentenza del gip.



