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Scritto da redazione il 27 agosto 2010

Lassù, a 2000 anni luce, ci potrebbe essere qualcuno che ci osserva! E’ stato scoperto, grazie al lavoro di un gruppo di studiosi di diversi Stati del mondo, un nuovo sistema planetario dalle caratteristiche sorprendenti. E’ stata la sonda Keplero ad immortalarlo durante l’esplorazione dello spazio, e ha rivelato un sistema composto da una stella, [...]

 

Posts Tagged ‘Linux’

Kubuntu Netbook Remix su Eee Pc

Posted By Jack Lagona on febbraio 13th, 2010

Da un paio di giorni stavo cercando di far funzionare la connessione wi-fi di un collega con la scheda di rete wireless dell’Eee Pc di Asus con Kubuntu Netbook Remix installato ex-novo al posto di Xp. Fin quando girava Windows il problema non sussisteva e il wireless andava a meraviglia, ma dato che il mio collega è come me – odia inconsciamente tutto quello che ha le stigmate di Redmond – ha cercato di installare Ubuntu 9.10 eliminando del tutto quella ciofeca¹ di Windows eXPerience: più facile a dirsi che a farsi.

L’estate scorsa anche mio fratello ha messo sul netbook di Asus la vecchia versione di Ubuntu, la 9.04, e non ha avuto problemi particolari – a parte installare il Network Manager che inspiegabilmente non c’era, quindi pensavo – o meglio speravo – che di grossi intoppi non ce ne fossero. Naturalmente pensavo male. Koala si installa bene ma non si riavvia alla fine della procedura d’installazione quando pone la domanda di rito “Riavvia ora, o continua a usare il Cd Live”, e quindi, dopo tre tentativi, abbiamo optato per la versione “mini” della stessa distro: Kubuntu Netbook Remix. Il mancato riavvio mi sono successivamente accorto che dipendeva dal mio cd usurato, quindi mi toccherà offrire la colazione al collega.

Scaricarla prima e installarla dopo ci ha fatto perdere un altro giorno, il secondo, ma senza perderci troppo d’animo partiamo anche questa volta per l’installazione, si spera, definitiva. Miracolo dei miracoli l’installazione dura meno di 15 minuti senza però i pacchetti lingua perché, anche questa volta, non legge la scheda di rete, dunque il problema è tutt’altro che risolto. Intanto finiamo la procedura e riavviando si materializza la mini Kubuntu sul netbook che manco ci speravamo ormai, ma tant’è… Adesso viene la parte più difficile: cercare di far leggere la scheda wireless alla distro. Con mio sommo stupore mi accorgo che legge regolarmente la scheda ethernet, per cui gli aggiornamenti di rito in teoria potrebbero anche effettuarsi, ma date le esperienze passate mi blocco un attimino e cerco prima di risolvere i problemi attuali. Googlando in giro mi accorgo che il problema fondamentalmente sta nel kernel della versione 9.10, quindi converrebbe ritornare alla 9.04 e da lì upgradare alla 9.10 DOPO aver configurato e settato tutti i parametri del network manager (del quale hanno cambiato il nome per chissà quale ansia da prestazione), e per non farci mancare nulla anche l’infrastruttura audio, passata nel frattempo da Alsa a Pulse in questa versione, non legge nulla quindi il problema invece che rientrare è addirittura raddoppiato. Poco male, sapevo già dei possibili errori audio dato che la maggior parte delle applicazioni non sono state aggiornate e usano ancora Alsa di default, per cui mi è bastato comandare di usare Pulse da “Sistema–>Configurazione audio” e spuntare “Pulse audio” come infrastruttura base, quindi scaricare alcuni pacchetti necessari. Da terminale:

sudo apt-get install libasound2-plugins "pulseaudio-*" paman padevchooser paprefs pavucontrol pavumeter

appena finisce l’installazione create il file .conf con

sudo vi /etc/asound.conf

e inserite la stringa

pcm.pulse {
    type pulse
}
ctl.pulse {
    type pulse
}
pcm.!default {
    type pulse
}
ctl.!default {
    type pulse
}

Riavviato il pc, tutto funziona a meraviglia solo che i volumi sono azzerati e non c’è nessunissima possibilità di settarli perché, a differenza di Alsa, Pulse non usa una GUI che permette graficamente di modificarne i parametri. La soluzione è avviare il mixer audio di Alsa in quanto l’unico che ci toglierà dai casini. Da terminale date

alsamixergui

dove potrete modificare i volumi delle applicazioni che usano Alsa a vostro piacimento, ma dato il plugin installato sopra praticamente tutto gira assieme in un unica modalità.

E adesso veniamo alla rete senza fili. Devo dire la verità: non sono riuscito a modificare i parametri di rete senza ritornare alla versione precedente di Kubuntu. Difatti gli amici di Canonical hanno fatto in modo di aggiornare il kernel SENZA aggiungere la scheda wireless dell’Eee Pc, quindi per usare il wi-fi del netbook si è costretti a dover installare una vecchia versione della distro, pena l’inutilità del wi-fi a scapito della portabilità. Geniale!

Come è noto è praticamente impossibile tornare ad una versione precedente da riga di comando (in realtà si può, ma è molto meglio installare la distro da principio perché avrete continuamente problemi), per cui, al quarto giorno, siamo ritornati alla versione 9.04 del remix di Kubuntu, e aggiornando nuovamente i parametri di cui sopra, finalmente il mio collega ha una Kubuntu Netbook Remix funzionante e – mio avviso – che gestisce male un po’ tutto. A questo punto ci è rimasto solo di fare l’upgrade alla 9.10 e reinstallare i driver della scheda wireless cercandoli in rete, dopo – pare – che tutto giri a meraviglia. Certo, di Firefox in questo momento ce ne’ due, un’icona che lancia l’applicazione e l’altra che lo reinstalla all’infinito senza che si possa eliminarla nemmeno dalla scrivania perché elimina anche l’altra, però devo dire che per il momento ho fatto un buon lavoro (pardon: abbiamo fatto) e anche se preferisco di gran lunga una Ubuntu normale alla remix, il gioco di certo vale la candela. Anche perché, come si dice, chi s’accontenta gode, e il mio collega in questo momento sta godendo come una scimmia.

E’ stata una settimana all’insegna della ricerca in rete di soluzioni ottimali per far funzionare a dovere un sistema operativo che sulla carta è user friendly, ma l’esperienza maturata mi ha insegnato che con Linux tutto è possibile, e come dice Eugenio: “per il resto sembra ragionevolmente stabile e la procedura di installazione e configurazione è piuttosto semplice in confronto, per esempio, a cercare di suonare il pianoforte con i testicoli”. L’Open Source, alla fine, è tutto racchiuso in questa frase.

Au revoir mes amis!

¹Sotto Eee Pc

Chrome Os: a chi serve?

Posted By Jack Lagona on novembre 23rd, 2009

Google ha presentato giorni fa il suo sistema operativo nato per rivoluzionare il mondo dei pc e far le scarpe a Windows e, per quel che vale, a Mac OsX e Linux. Google Chrome Os non è un sistema operativo come gli altri, anzi, non è affatto un sistema operativo. Vi spiego il perché.

Già dal nome stesso si intuisce che basa le sue performance sul (meraviglioso) browser Chrome, per cui, già dal nome, non si tende a riconoscerlo immediatamente come un sistema operativo ma come un programma di navigazione, quello di Google appunto. Naturalmente questo non significa nulla. Però chi ha visto la preview di settimana scorsa si è reso immediatamente conto – e se non lo avete fatto ve lo dico io – che l’os Google è basato su Debian Linux, ma non ha nessuna possibilità di comportarsi come uno dei tanti software di cui siamo quotidianamente fruitori. Tutto è basato sul web, dai programmi di scrittura come DocumentsSpreadsheet, ai programmi personali quali Calendar piuttosto che Gmail, tutti sono indispensabilmente accessori da e per il web: se non si ha una connessione internet non funziona nulla, nemmeno il login si riesce ad avviare.

Fregatura? Beh no, o almeno non proprio. L’anno scorso Mozilla lanciò in pompa magna l’applicativo Prism, e tutti immancabilmente ci siamo stropicciati gli occhi per l’enorme evoluzione dei sistemi online a scapito dell’offline. Stessa cosa succede adesso con Chrome Os: è un applicativo gigante che farà diventare il vostro pc un enorme server affidato alle benevole mani di Google. Infatti sui sistemi Chrome non è possibile salvare file all’interno del pc perché non è stato studiato per farlo; non è possibile usare i programmi che solitamente usate sulle vostre macchine perché non sarà possibile installare nulla; non sarà necessario avere delle super-macchine perché è predisposto per girare anche su macchine datate. Non avrà bisogno di storage interno perché tutto verrà affidato all’online nei server di BigG. Quindi chi ha vecchi pc da buttare ma vorrebbe riciclarli per uso diverso dal solito, con Google Chrome verrà completamente soddisfatto. Ma anche no, se si tiene un filino alla privacy.

Chiudo. Matteo Campofiorito ha compilato quel che gira adesso di Chrome Os su Ubuntu Karmic facendone un’immagine virtuale da provare. Io non ho avuto ancora il tempo di vedere se e come funziona, per cui se qualche bravo guaglione ci mette un po’ di buona volontà e prova questa soluzione verrà lautamente ricompensato con baci Perugina e torrone bianco di Condorelli. Fateci sapere mi raccomando.

E’ arrivato il Koala!

Posted By Jack Lagona on novembre 1st, 2009

Ubuntu 9.10 Karmic KoalaVenerdì scorso è stata finalmente rilasciata l’attesa nuova release di Ubuntu 9.10, denominata stavolta Karmic Koala.

Le novità sono parecchie rispetto alla precedente versione, prima fra tutte il nuovo kernel 2.6.31 e il Desktop Environment Gnome arrivato alla versione 2.28, mentre tra le rivoluzioni in uso già dalla 9.04, fa capolino il filesystem ext4 stavolta direttamente di default e non opzionale come prima.

Tra le altre novità si aggiunge anche il nuovo sistema di download per i software della comunità chiamato “Ubuntu Software Center“; la sicurezza è naturalmente il punto di forza di Ubuntu, difatti è stato migliorato ulteriormente il sistema per la gestione dei permessi Policy Kit, che aggiunge, alla già quasi perfetta sicurezza implicita in Linux, un grado maggiore per gestire la distribuzione sotto l’aspetto permissivo.
Fondamentalmente le novità rilevanti finiscono con l’ausilio di Ubuntu One: un servizio online che permette il backup e la sincronizzazione di file attraverso tanti computer collegati in rete.

Il rilascio di Karmic Koala a pochissimi giorni da Windows Seven, determina un notevole dispiegamento di forze da parte di Mark Shuttleworth e della sua Canonical. Windows Seven, a differenza di Vista, ha facilitato l’implementazione sui netbook – i mini notebook di cui oggi sono pieni tutti i centri commerciali -, però verrà installata solamente la “Starter Edition” per via dei costi eccessivi, quindi con limitazioni non indifferenti. Chi vorrà fare l’upgrade ad una versione superiore, sarà costretto a pagare una differenza che si rivelerà poco paritaria al rapporto costo/prodotto. Oggi un anno di supporto ufficiale per Ubuntu costa circa 38 euro, mentre l’upgrade da Starter a Premium per Seven costa cira il doppio.
Inoltre Ubuntu Netbook Remix (il nome della versione per netbook basata su Moblin) è testato su oltre 25 macchine, mentre Seven ha ancora diverse difficoltà di girare sulle più vendute.

La vera lotta sarà sempre più verso l’online. In un’intervista a The Register, Mark Shuttleworth ha chiaramente detto che si potrà competere con Windows ad armi pari. Se per il settore desktop l’utente ha la possibilità di riversare sul web i propri file tramite Ubuntu One, per il settore server  e cloud la scelta cade naturalmente su Amazon e il servizio EC2.

La strategia di Canonical è quella di rendere la distribuzione quanto più competitiva possibile sul più ampio raggio d’azione, si combatte su tutti i fronti: dal desktop al server, dal cloud alle applicazioni mobili. Anche perché, da come dice Mark Shuttleworth «Ubuntu come piattaforma, e questo significa che dobbiamo essere pronti a combattere diverse battaglie allo stesso tempo». Tutto chiaro no?

Per finire eccovi i link: la pagina del download principale con la possibilità di scegliere la versione a 32 bit, a 64 bit e l’alternate, la Netbook Remix, e quella dei torrent. In questa pagina invece potete documentarvi e scaricarvi le versioni derivate: Kubuntu, Edubuntu, Xubuntu, Ubuntu Studio, Mythbuntu e la Server Edition.

Buon download e ricordate che la migliore soluzione per scaricare Ubuntu è usare i torrent. Sempre!

Howto: installiamo KDE 4.3 su Ubuntu

Posted By Jack Lagona on agosto 8th, 2009

kde_logoPer gli afecionados di KDE, questa settimana è uscita la nuova release 4.3 che apporta migliorie tecniche e grafiche al Desktop Envirenment Open Source. Questa nuova versione permette l’integrazione con tecnologie finora non riuscite, come ad esempio al PolicyKit, al Network Manager e al servizio di geolocalizzazione. Tra le novità si nota l’interfaccia KRunner rinnovata, una system tray più flessibile all’uso e sono stati aggiunti alcuni importanti plasmoidi tra cui l’openDesktop.org – il primo desktop “sociale” -, mentre lo stesso Plasma ha finalmente abbattuto le barriere con le scorciatoie da tastiera.

Tutto questo ben di dio però non è ancora supportato da (K)Ubuntu 9.04 Jaunty Jackalope, perché, come solito fare in casa Canonical, gli aggiornamenti importanti sul DE e sui software in Repository verranno aggiornati solamente al rilascio di Karmik Koala di ottobre. Però è possibile aggiornare la vostra Ubuntu-box sin da subito, e noi vi spieghiamo come fare.

Come sempre bisogna smanettare cinque minuti col terminale e installare alcune dipendenze che non abbiamo e aggiornare il sources.list sui repo di KDE. La cosa però è abbastanza semplice, per cui mano al terminale e digitate assieme a me i seguenti comandi.

Per prima cosa dobbiamo aggiungere i repo ufficiali per eseguire i lavori che ci apprestiamo a fare. Aggiungete al vostro sources.list (sudo gedit /etc/apt/sources.list) le due righe sotto

deb http://ppa.launchpad.net/kubuntu-ppa/backports/ubuntu jaunty main
deb http://ppa.launchpad.net/kubuntu-ppa/staging/ubuntu jaunty main

dopo aver salvato e usciti, da terminale inseriamo le chiavi GPG che serviranno ad ufficializzare il repo appena aggiunto

sudo apt-key adv –keyserver keyserver.ubuntu.com –recv-keys 8AC93F7A

e aggiorniamo tutto con

sudo apt-get update && sudo apt-get dist-upgrade

A questo punto il gioco è fatto, non resta che provare il nuovo KDE 4.3 all’opera installandolo sulla nostra Ubuntu con il comando

sudo apt-get install kubuntu-desktop

Sotto potete vedere un video di KDE 4.3 all’opera. Buon divertimento!

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=kmMdm9liMn4&feature=player_embedded[/youtube]

Il mondo visto da Google Chrome OS

Posted By Jack Lagona on luglio 9th, 2009

http://www.citynewsonline.org/2009/07/09/il-mondo-visto-da-google-chrome-os/

All’inizio fu Android: sistema aperto ma per soluzioni mobili. Sviluppatori e webdesigner si sono catapultati sull’aggeggino delle meraviglie dei maghi di Mountain View facendolo diventare il sistema per mobilità open source più diffuso nei telefonini di tutto il mondo. Non contenti si sono buttati sul browser che tutto riesce a fare e con pochissime risorse. Lo hanno chiamato Chrome, ed è stato scaricato oltre 30 milioni di volte in meno di sei mesi. Un miracolo, se fosse economia.

Adesso vogliono volare in alto in quella zona della California. Martedì scorso Sundar Pichai, uno dei tanti vice presidenti di Google – nomine che piacciono tanto agli americani, che continuo a non capirne il motivo -  ha scritto un bel post auto celebrativo annunciando che a breve (si parla entro la fine dell’anno) le precoci menti di Mountain View partoriranno nientepopodimeno che il primo sistema operativo basato su Google Chrome. Il titolo è molto originale, vien quasi da sperare che non abbiano pagato nessuno per inventarlo: Google Chrome OS.

Partirà dapprima per i netbook, difatti sembra ci siano già accordi con Acer e Asus, e a fine 2010 si dovrebbero vedere i primi sistemi anche per architetture x86 e ARM. Nel frattempo Google ha già preso accordi per potenziare la struttura dell’OS mantenendolo Open Source e aperto agli sviluppatori – come Chrome e Android – per quanto riguarda la parte di codice da elaborare rigorosamente sotto Linux Windows e Mac, mentre per la vendita si sta iniziando a cercare di commercializzare sin dall’anno prossimo i primi netbook con il nuovo sistema operativo già installato. Sarà come ovvio basato sul web, e, da quel che si legge dal post di Pichai, molto leggero e veloce – prerogativa principale per i prodotti Made in Google – dove la parte del leone la farà Chrome: pare che tutto ruoti attorno all’universo web visto dal browser di BigG, e che la struttura del sistema avrà delle finestre apribili come se fossero delle pagine web, per cui lo stesso Chrome si trasformerebbe in un unico e gigantesco desktop virtuale.

È ancora presto per fare le prime considerazioni sul nuovo prodotto Google, ma dalle prime recensioni in rete ne sono tutti rimasti folgorati (l’entusiasmo si era già sopito appena erano state diramate ad hoc le prime indiscrezioni) quindi la speranza dell’ennesimo salto in avanti avrà l’impronta, ormai onnipresente, del re del web. A ottobre le prime visioni nei migliori Pc. Anche nei vostri s’intende ;)

Firefox 3.5 su Ubuntu

Posted By Jack Lagona on luglio 6th, 2009

http://www.citynewsonline.org/2009/07/06/firefox-35-su-ubuntu/

firefox-logoSettimana scorsa è uscito la nuova versione di Firefox, il browser web Open Sourse dei Mozilla Lab. Come installarlo su Windows è molto semplice, ma per fare l’upgrade su Ubuntu la cosa non è così facile come si potrebbe supporre, ma noi siamo qui anche per questo.

Il problema nel fare l’upgrade ad una versione successiva di un software non supportato dalla comunità di Ubuntu, non è tanto nell’installazione, ma bensì sull’aggiornamento automatico ogni volta che ne viene rilasciato una versione più nuova. Per cui per supportare tale possibilità, dobbiamo innanzitutto modificare alcuni parametri alla nostra distro. Il trucco sta tutto sommato nell’aggiornare la lista dei nostri Repository.

Per aggiornare Firefox dalla versione 3.0.x alla 3.5 appena rilasciata, innanzitutto dobbiamo inserire nel nostro sources.list i repo ufficiali di Mozilla, aprite il terminale e digitate:

sudo gedit /etc/apt/sources.list

date la password e inserite a fine lista le due righe qui sotto

deb http://ppa.launchpad.net/ubuntu-mozilla-daily/ppa/ubuntu jaunty main
deb-src http://ppa.launchpad.net/ubuntu-mozilla-daily/ppa/ubuntu jaunty main

salvate e chiudete, dopo aggiungete da terminale anche le chiavi GPG per non avere ulteriori problemi

gpg –keyserver keyserver.ubuntu.com –recv EF4186FE247510BE;
gpg –export –armor EF4186FE247510BE | sudo apt-key add -

e date un update prima di installare Firefox 3.5

sudo apt-get update
sudo apt-get install firefox-3.5 firefox-3.5-gnome-support latex-xft-fonts>

In questo momento avete installato la versione inglese del programma, ma a noi serve quella in italiano, quindi dobbiamo importare i file della lingua nella nostra directory dove abbiamo Firefox. Per farlo abbiamo due possibilità: la prima è di andarvi a scaricare gli oltre 9Mb dal sito ufficiale di Mozilla, estrapolare i due file della lingua (circa 100Kb) e inserirli all’interno della directory “/usr/lib/firefox-3.5.1/chrome”, oppure scaricarvi direttamente i file  e aggiungerli come semplici estensioni. A voi la scelta.

In realtà ci sarebbe anche una terza via. A volte capita che la directory dove viene installato il browser, non si chiami /firefox-3.5.1/, ma cambi le ultime lettere diventando /firefox-3.5.1pre/. A questo punto l’estensione non riesce a trovarvi la cartella e vi potrebbe dare un errore, quindi la soluzione sarebbe di scarcarvi il pacchetto italiano da qui, e poi inserirlo a mano su /usr/lib/firefox-3.5.1pre/chrome. Non cambia assolutamente nulla, è che ogni tanto fanno le bizze.

Dopo aver scaricato e installato Firefox 3.5, non ci resta che “comandare” da terminale alla vecchia icona di aprire la nuova versione:

sudo rm /usr/bin/firefox
sudo ln -s /usr/bin/firefox-3.5 /usr/bin/firefox

Finito questo, avete una nuovissima versione aggiornata di Firefox 3.5.1, e senza più il problema di aggiornarla ogni volta se ne presenta l’occasione.

Alla prossima ;)

[Via Matteo]

Internet Key su Ubuntu

Posted By Jack Lagona on giugno 25th, 2009

http://www.citynewsonline.org/2009/06/25/internet-key-su-ubuntu/

Logo UbuntuOggi il miglior sistema di portabilità per una connessione internet mobile, è la chiavetta HSDPA dei vari gestori italiani che offrono questa soluzione (Tim, Vodafone, Wind e 3). Qualsiasi chiavetta voi comprate è già predisposta a funzionare sotto Windows, ma non è facile una configurazione funzionale sotto Linux. Perlomeno non è semplice come con l’OS Microsoft. Oggi vi spieghiamo come far funzionare una qualsiasi chiavetta UMTS sotto Linux Ubuntu.

Partendo dal presupposto che tutti i gestori diano in dotazione la chiavetta HSDPA Huawei E169, vedremo che alla fine le configurazioni e le istruzioni di installazione sono praticamente tutte uguali – a parte il nome del dominio del provider e la password che cambierà per ognuno dei gestori.

La prima cosa da fare è inserire la chiavetta nella prima porta Usb libera del vostro Pc, successivamente vedere se nel Network Manager di Ubuntu (immagine) è stato letto il supporto. Se è successo questo abbiamo risolto già metà del lavoro.
Cliccando col destro sull’icona delle connessioni, apriremo il programma di connessione di rete che ci fornirà, e ci chiederà, i dati per registrare la nostra linea mobile su Ubuntu. La schermata che vi apparirà è questa

network_manager

Clicca per ingrandire

dove sceglierete “Banda larga mobile”. Andate su “Aggiungi” e diamo i parametri per la nostra connessione: specifichiamo l’operatore (Tim, Wind, Vodafone o Tre) inseriamo il nome della nostra connessione e diamo applica. Ritornate sulla pagina delle connessioni di rete dove evidenzierete l’operatore che avete scelto e cliccate su “Modifica”. Trovate già il numero di telefono (*99#) che è uguale per tutti, inserite l’APN – ibox.tim.it per Tim, datacard.tre.it per 3, internet.wind per Wind e web.omnitel.it per Vodafone – mettete la password che trovate nella confezione, come potete vedere nell’immagine, e avrete finito.

modifica

Clicca per ingrandire

Cliccate sul Network Manager e troverete il nome dell’operatore appena aggiunto, cliccateci e sarete pronti per la libera circolazione in rete.

Per Vodafone il sistema potrebbe risultare leggermente diverso. L’operatore inglese è stato il primo provider a rilasciare i driver per le proprie chiavette anche per Linux. Quindi, se col Network Manager avete dei problemi, scaricatevi i driver per la Huawei da qui, salvateli nella vostra /home, aprite il terminale alla fine del download e date il comando

sudo chmod w+r /home/nome_utente/vodafone-mobile-connect-card-driver-for-linux-2.0.beta3-ALL-i386-installer

per i permessi facendo attenzione di cambiare la dicitura nome_utente con il vostro nome nella distro. A questo punto andiamo ad installare i driver veri e propri. Sempre da terminale diamo

/home/nome_utente/vodafone-mobile-connect-card-driver-for-linux-2.0.beta3-ALL-i386-installer.run

e aspettiamo che finisca il procedimento di installazione. A questo punto abbiamo due possibilità: la prima di far partire la procedura di impostazione cliccando sul file in home, la seconda dando il comando da terminale

vodafone-mobile-connect-card-driver-for-linux-2.0.beta3-ALL-i386-installer.run

In entrambi i casi partirà il processo di configurazione della chiavetta col solo provider Vodafone, ma con i dati principali già impostati e con la sola password mancante. Mettetela e siete pronti ad usare la vostra chiavetta su Ubuntu.

In questi giorni anche Tim ha rilasciato i sorgenti per i driver dell’Internet Key. Scaricatevi il file zippato, scompattate la cartella sulla /home rinominandola a vostro piacere con l’unica raccomandazione di mettere un nome facile (ad esempio “tim“). Aprite il terminale e date il comando

sudo chmod a+w+r /home/nome_utente/nome_cartella

per dare i permessi di esecuzione del file d’installazione. Adesso entrate dentro la cartella con

cd nome_cartella e lanciate il comando

/.install

partirà la procedura d’installazione che vi chiederà di riavviare il Pc. Fatelo naturalmente digitando “Y“.

A questo punto avete installato i driver per Tim, adesso vi serve un programma per la gestione delle connessioni: nel nostro caso uno dei più semplici è Gnome PPP. Da terminale date

sudo apt-get install gnome-ppp

aspettate che scarichi e installi il software completo di dipendenze, e cercatelo in Applicazioni–>Internet (ha la forma di un telefono a tasti rosso), inserite la vostra chiavetta, aprite Gnome-PPP e vi comparirà la schermata che vedete sotto

gnome-ppp

cliccando su “Configura” vi si apre la finestra del “Setup”. A questo punto cliccate su “Rileva” per vedere se legge la vostra chiavetta, lasciate i parametri della prima pagina come stanno e spostatevi su”Networlking” per inserire l’APN ” ibox.tim.it” su “Nome dominio”. Su “Opzioni” decidete voi cosa spuntare, e potete anche chiudere il programma. Ritornate alla pagina iniziale e cliccate su “Connetti”. A questo punto dovreste esservi connessi al vostro provider Tim

In linea di massima il software Gnome PPP funziona con tutte le connessioni da chiavetta HSDPA, per cui – almeno in teoria – potreste usarlo per tutti i provider. Dal canto mio ho provato tutte le chiavette col Network Manager e non ho avuto MAI problemi di connessione(anche con Vodafone che dicono voglia solo i driver originali) : a volte per qualcuna ci poteva volere più tempo nel collegarsi, ma ha sempre fatto ottimamente il suo lavoro. Quindi, provate la soluzione NM, eventualmente dovreste avere continui e ripetuti problemi usate le altre soluzioni.

Al massimo, se provandole tutte non siete riusciti a farla funzionare, potreste usare una mia vecchia guida che avevo scritto qualche tempo fa. Comunque fatemi sapere come va e cosa avete fatto per risolvere, perché se la comunità coopera, si possono aiutare anche altri con gli stessi nostri problemi. Non deludetemi ;)

Linux: lavori in corso #2

Posted By Jack Lagona on giugno 23rd, 2009

http://www.citynewsonline.org/2009/06/23/linux-lavori-in-corso-2/

linuxNella prima parte di questa, spero, utile guida – che potrebbe essere usata anche come una sorta di FAQ per i più e i meno esperti – abbiamo parlato delle installazioni dei software da supporti ottici (Cd e Dvd) e da file con estensione .TGZ, .DEB e .RPM, come compilare il kernel e partizionare l’hard disk, come dare i permessi ai file e come disinstallare GNU/Linux ecc.

Oggi invece vi spiego gli altri principali comandi per svolgere i più svariati lavori sulla nostra distro Linux: per geek o per newbies, per misantropi o egocentrici dello smanettamento. Tutto rigorosamente da shell: quel terminale tanto disprezzato, o solamente poco usato per via delle GUI ormai in pianta stabile anche sul pinguino, che aòmeno per un giorno saranno l’asso nella manica di chi il pinguino lo vuole usare seriamente e senza mezze misure.

Ti riconosci in quello che ho detto? Allora seguici.

Come fare per ottenere i privilegi di root senza riavviare la sessione

Durante l’installazione del sistema, generalmente viene creato anche un utente comune ed è consigliabile utilizzare il sistema sempre effettuando il login con questo utente. Quando è necessario effettuare operazioni che richiedono i privilegi di root, basta avviare la shell ed eseguire il comando su (switch user) o sudo (super user do) seguito dalla password di amministratore. Per caricare la shell con l’ambiente root completo basta aggiungere a su il simbolo -. Alcuni sistemi prevedono un solo utente con privilegi più estesi, ma per accedere alla shell di root vera e propria, è necessario utilizzare il comando sudo -s e inserire la password dello stesso utente comune con cui si effettuato il login.

Come si arresta un processo o un’applicazione bloccata?

Quando un’applicazione non ne vuole proprio sapere di sbloccarsi, l’unico rimedio è “ucciderla” o “killarla”. Sono disponibili strumenti sia grafici (Xkill) sia a riga di comando come kill. Il primo è utile per arrestare programmi grafici, basta avviarlo dal menù o da shell e cliccare con il mouse sull’applicazione da arrestare. Per arrestare un’applicazione bloccata o un processo dalla shell, per prima cosa è necessario visualizzare i processi attivi con il comando

ps -ax

dopodiché basta individuare il PID associato all’applicazione bloccata ed eseguire

kill -9 pid_dell'applicazione

l’opzione -9 indica il segnale SIGKILL. Per ottenere l’elenco dei possibili segnali da inviare basta eseguire kill -l. In casi particolari può essere utile il comando fuser, per individuare e arrestare il processo o l’applicazione che blocca una risorsa, ad esempio il lettore CD:

fuser -v /dev/cdrom (individua il processo che occupa il lettore)

fuser -k /dev/cdrom (invia un segnale di kill al processo e lo termina liberando la risorsa)

Il programma killall invia un segnale a tutti i processi che eseguono i comandi specificati. I segnali possono essere indicati per nome o per numero. Ad esempio per arrestare tutti i processi avviati da Apache si può usare il comando

killall httpd

È possibile arrestare o riavviare il sistema direttamente dalla riga di comando

Per arrestare il sistema dalla shell bisogna usare il comando

shutdown -h now

o in alternativa

init 0

Per riavviare il sistema il comando è

shutdown -r now

o anche i questo caso il comando init

init 6

Il comando serve a cambiare il runlevel o livello di esecuzione del sistema, ce ne sono sei e lo 0 indica l’arresto e il 6 il riavvio. Generalmente per l’utilizzo normale del PC vengono utilizzati i runlevel 3 e 4. Per scoprirlo da root basta utilizzare il comando runlevel senza argomenti.

Come caricare i moduli del kernel

Per prima cosa è necessario verificare la disponibilità del modulo. Supponendo che vogliamo caricare il modulo per la gestione delle penne USB , usb-storage, possiamo verificarne la presenza utilizzando il comando (da root)

modprobe -l | grep usb

se è presente nell’elenco fornito dal comando, possiamo caricarlo con

modprobe usb-storage

o il nome del modulo che vogliamo caricare. Per ottenere l’elenco dei moduli caricati basta eseguire il comando lsmod

È possibile caricare i moduli automaticamente all’avvio del sistema

Se ad esempio si intende caricare il modulo IrDA per il supporto delle periferiche a infrarossi (appunto, IrDA) ad ogni avvio del sistema invece eseguire ogni volta:

modprobe irda

è necessario inserire la riga /sbin/modprobe irda

all’interno del file /etc/rc.d/rc.local (su o sudo gedit /etc/rc.d/rc.local) o nei file corrispondenti a seconda della distribuzione utilizzata.

Quando è necessario deframmentare l’hard disk in GNU/Linux

I programmi ci sono ma non sono quasi mai necessari e addirittura se ne sconsiglia l’uso. Normalmente la frammentazione di un file system Ext2, quello nativo di Linux, si stabilizza tra il 4% e il 5%, e questo valore non viene mai superato. Mentre Ext3 arriva poco oltre questa soglia, ma il discorso è univoco. Ext4 è appena diventato standard per alcune distro, ma non l’ho ancora usato e quindi non so ragguiagliarvi in merito alla mia esperienza.

Visualizzare lo spazio disponibile su disco

Oltre a numerosi programmi grafici integrati nei desktop KDE e Gnome è disponibile il tool df, eseguibile dalla shell anche senza passare opzioni aggiuntive. Fornisce la dimensione di tutti i file system montati e mostra la quantità di spazio libero e utilizzato. Utilizzando l’opzione -h, lo spazio residuo verrà visualizzato in maniera più chiara (G per Gbyte, M per Mbyte). L’opzione -T mostra anche il tipo di file system utilizzato.

Verificare se ci sono settori danneggiati sul disco

Di questo compito si occupa il comando fsck e le sue numerose varianti, a seconda del file system utilizzato dalla partizione da controllare. Per controllare una partizione con file system Ext3 bisogna eseguire

fsck.ext3 -c /dev/hdaX

dove hda indica il disco e X il numero della partizione. Per visualizzare i comandi disponibili per gli altri tipi di file system basta digitare fsck e premere i tasto di tabulazione.

Visualizzare la versione del kernel in uso

Basta eseguire dalla console il comando

uname -r

Come fare per verificare le risorse occupate dai processi in esecuzione

Avviate una shell ed eseguite il comando top senza argomenti. Questo tool fornisce informazioni in tempo reale sull’utilizzo delle risorse di sistema da parte di un programma. Per la CPU e la RAM il valore è espresso in percentuale. Inoltre, sono fornite informazioni sul proprietario del processo, da quanto tempo è in esecuzione, priorità di esecuzione, ecc., oltre ovviamente al nome del processo stesso.

Come masterizzare le ISO presenti nei DVD

Per gli utenti che utilizzano Windows e Nero come software di masterizzazione, è sufficiente avviare il programma Nero Burning Rom, chiudere il wizard che parte all’avvio e selezionare la voce del menù principale Masterizzatore, Scrivi immagine… Dopodiché basta cercare, mediante la finestra di dialogo che appare, l’immagine ISO della distribuzione GNU/Linux che si vuole utilizzare presente all’interno del DVD. Per gli utenti GNU/Linux che utilizzano K3b basta selezionare dal menù Strumenti la voce Scrivi immagine CD…, oppure Scrivi immagine ISO DVD… Dopodiché dalla finestra di dialogo bisogna utilizzare il campo Immagine da scrivere per indicare l’ISO da masterizzare.

Come fare ad ottenere informazioni sull’hardware del PC

In assenza di tool grafici è sempre possibile ricorrere ai comandi shell. Se l’obiettivo è raccogliere, in un colpo solo, più informazioni possibili sulle periferiche installate il comando necessario è lshw. L’output ottenuto è abbastanza prolisso, quindi, per facilitarne la lettura è opportuno “accoppiarlo” al comando more con una pipe (“|”) nel modo seguente: lshw | more. Così facendo è possibile visualizzare gradualmente i dati ottenuti premendo Invio. Nel caso in cui l’obiettivo è ottenere informazioni sulle periferiche PCI (scheda audio, video, scheda di rete, controller USB, ecc.) il comando diventa lspci. Esiste anche un tool specifico per verificare la presenza di eventuali periferiche collegate alle porte USB il cui comando per eseguirlo è proprio lsusb. Nel caso dei computer portatili è anche possibile ottenere informazioni su eventuali schede PCMCIA connesse utilizzando il comando lspcmcia. Per ottenere informazioni dettagliate su hard disk, lettori CD/DVD e masterizzatori bisogna usare il comando hdparm con l’opzione -i. Supponiamo, ad esempio, di voler “analizzare” il lettore DVD identificato dal file di dispositivo /dev/hdd, in questo caso il comando diventa hdparm -i /dev/hdd. Non dimentichiamo poi il comando dmesg (diagnostic message) che visualizza i messaggi inviati dal kernel contenenti dati importanti relativi all’hardware. Infine, ricordiamo l’inesauribile fonte di informazioni offerta dal file system virtuale /proc. Per poter leggere il suo contenuto basta utilizzare il tool cat. Ad esempio per le periferiche PCI il comando è cat /proc/bus/pci/devices. Se, invece, desiderate ottenere informazioni in tempo reale quando collegate una periferica rimovibile al PC è possibile usare il comando tail -f /var/log/messages, eseguendolo prima di connettere il dispositivo al PC.

Conosciamo la versione di XOrg utilizzata

Il comando per conoscere quale versione del sistema grafico (X Window System) stiamo utilizzando è molto semplice. È sufficiente eseguire X -version

Avviamo e arrestiamo i processi in esecuzione

Anche in questo caso, è probabile che la distribuzione utilizzata disponga di tool grafici, ad esempio KSyvInit, per gestire l’esecuzione dei programmi, in caso contrario è possibile intervenire dalla shell. Nella maggior parte dei casi, per queste particolari applicazioni, come quelle server (posta, web, FTP, Samba, MySQL, ecc.), è disponibile il relativo script di avvio nella directory /etc/init.d. Ad esempio per gestire l’esecuzione del server di database MySQL è possibile eseguire il comando /etc/init.d/mysql seguito da una delle seguenti opzioni, start, stop, restart, reload, force-reload, status, a seconda di quello che si vuole fare. Ad esempio, /etc/init.d/mysql restart. Il comando precedente serve per riavviare il server MySQL.

Applicare le patch al kernel

Una patch (letteralmente “pezza”), detta anche file di modifiche o semplicemente aggiornamento, è un frammento di codice che, inserito all’interno del kernel Linux, ma anche di un qualsiasi altro programma, consente di aggiungere ad esso nuove funzionalità o correggere eventuali difetti, eliminando allo stesso tempo la necessità di dover reinstallare una nuova versione del software. Nel caso del kernel Linux, ad esempio, evita di dover scaricare e installare nuovamente l’intero sorgente, generalmente di grosse dimensioni. Per quanto riguarda le patch specifiche per il kernel Linux, in genere sono disponibili sotto forma di file compressi con estensione .bz2 o .gz. Per applicarne una al kernel, bisogna innanzitutto copiarla all’interno della directory /usr/src, dopodiché è necessario spostarsi nella stessa cartella mediante il comando cd /usr/src ed eseguire i comandi seguenti a seconda del formato utilizzato:

bzip2 -dc nome_file.bz2 | patch -p1

gzip -dc nomefile.gz | patch -p0

Oltre a questo sistema, è possibile utilizzare lo script patch-kernel presente nella directory /usr/src/linux/scripts. In questo caso è necessario copiare le patch nella directory /usr/src, spostarsi in /usr/src/linux/scripts con cd /usr/src/linux/scripts ed eseguire il comando ./patch-kernel È importante ricordare che in presenza di più kernel è necessario spostarsi ed eseguire tale comando nella directory corrispondente a quello che si intende patchare. Ad esempio, per il kernel 2.6.28, potrebbe essere qualcosa di simile a /usr/src/linux-2.6.28/scripts. Inoltre, dopo aver applicato la o le patch, prima di poterle sfruttare, è sempre necessario ricompilare il kernel.

Cambiamo il nome della macchina

Il nome assegnato al sistema durante la fase di installazione, meglio conosciuto come “hostname”, serve per identificare il nostro PC (detto anche host o end system). Se non diversamente indicato il nome predefinito diventa, in genere, “localhost”. In tutte le distribuzioni GNU/Linux, tale informazione è conservata all’interno di /etc/hostname; è proprio in questo file che viene indicato il nome della macchina. È chiaro che per cambiare l’hostname è sufficiente modificare la stringa presente nel file /etc/hostname. In alternativa è possibile utilizzare il comando “hostname” che, se eseguito senza argomenti mostra a video il nome della macchina, se seguito da un’altra stringa lo modifica utilizzando il contenuto di quest’ultima al suo posto. Ad esempio: hostname jackpc

La directory /tmp. È possibile cancellarla?

Molti programmi in esecuzione durante il normale utilizzo del PC usano la directory /tmp per archiviare al suo interno alcuni file, spesso temporanei, necessari alla loro esecuzione. In alcuni casi, il contenuto di tale directory può raggiungere dimensioni spropositate (per verificarlo basta eseguire du -h /tmp, con permessi da root se volte proprio tutto), quindi, sarebbe una buona idea ripulirla, ma è possibile farlo solo prima che qualsiasi programma possa scrivere qualcosa al suo interno. Detto ciò, risulta evidente che il momento più opportuno è proprio durante la fase di avvio del sistema. Per farlo è sufficiente creare un semplice script da inserire nella directory contente i servizi da avviare ovvero /etc/init.d. Alcune distribuzioni eseguono in automatico tale procedura, in caso contrario lo script da inserire è composto nel modo seguente:

#!/bin/bash

rm -Rf /tmp/*

Permessi predefiniti per file e directory

Per poter assegnare permessi predefiniti ai file e alle directory bisogna utilizzare il comando umask, conosciuto anche come maschera dei permessi. Attenzione, tramite questo tool non è possibile modificare i permessi di file già esistenti, ma consente “solo” di stabilire a priori quali saranno i diritti di accesso applicati di default ai file, ma anche alle directory, nel momento in cui vengono creati ma non vengono specificati i permessi. In pratica i permessi indicati con umask non verranno applicati ai nuovi file. Per conoscere il valore corrente della maschera è sufficiente eseguire il comando umask e premere Invio. In genere, il risultato che si ottiene è 0022, il che significa che il permesso di scrittura, indicato proprio dal numero 2 verrà tolto sia agli altri utenti sia al gruppo. Per ottenere un output più leggibile è possibile utilizzare l’opzione -S (umask -S). In questo caso il risultato sarà quello seguente:

u=rwx,g=rx,o=rx

Come vedete l’utente proprietario del file, identificato dalla “u”, dispone di tutti i permessi “r” read (lettura), “w” write (scrittura) e “x” che sta per “execution” o esecuzione. Mentre al gruppo “g” (group) e agli altri utenti “o” (other) il permesso di scrittura (“w”) non è concesso, proprio come stabilito da umask. Questo significa che al momento della creazione di un qualsiasi file o directory, se non espressamente specificato, verranno applicati tali permessi. Per modificare il valore della maschera dei permessi basta eseguire umask seguito dalla nuova direttiva, ad esempio:

umask 0077

In questo caso (limite), su tutti i nuovi file e directory, verranno tolti tutti i permessi (7), cioè lettura, scrittura, ed esecuzione per il gruppo e gli altri utenti. Ricordiamo che in base al sistema di gestione dei permessi il numero 4 indica l’accesso in lettura, il 2 quello in scrittura e l’1 quello di esecuzione. Ecco spiegato il valore 7, cioè 4+2+1. È chiaro che il 4 corrisponde alla r, il 2 alla w e l’1 alla x. Sono solo due metodi diversi di rappresentare i permessi, ma il risultato è uguale.

Configurare la rotella del mouse

In genere non è più necessario configurare manualmente questo aspetto. Ma se per qualche motivo la nostra distribuzione non riuscisse a farlo automaticamente è necessario intervenire direttamente sul file di configurazione del sistema grafico X (Gnome: su o sudo gedit /etc/X11/xorg.conf). Per prima cosa bisogna individuare la sezione relativa al mouse, Section “InputDevice”, dopodiché bisogna indicare al server grafico che il mouse in questione ha 5 pulsanti: 3 per la pressione, 4 per la rotella su’ e 5 per la rotella giù. Segue un esempio di configurazione corretta:

Section "InputDevice"

Identifier “Configured Mouse”

Driver “mouse”

Option “CorePointer”

Option “Device” “/dev/input/mice”

Option “Protocol” “ImPS/2″

Option “ZAxisMapping” “4 5″

Option “Emulate3Buttons” “off”

EndSection

L’operazione va eseguita come utente root, dopodiché, per applicare le modifiche è necessario riavviare il sistema grafico.

Come visualizzare gli accessi al sistema

È semplicissimo, basta consultare i log di accesso alla macchina. Per farlo bisogna eseguire last senza argomenti aggiuntivi. Questo comando mostra l’elenco degli ultimi accessi al sistema.

Come spostare un file dalla riga di comando

Spostare un file utilizzando la shell equivale al Taglia/Incolla in modalità grafica. Il comando per eseguire questo tipo di operazione è mv. La sua sintassi è molto semplice:

mv file_sorgente file_destinazione

Supponendo che il file test.txt si trovi nella home directory dell’utente Linux, per spostarlo nella sottodirectory temp è necessario eseguire quanto segue:

mv /home/linux/test.txt /home/linux/temp

Lo stesso comando può anche essere utilizzato per rinominare un file o una directory. La sintassi i questo caso è quella seguente:

mv nome_file nuovo_file

Nel caso del file test.txt, per rinominarlo in nuovo_test.txt, bisogna eseguire

mv test.txt nuovo_test.txt

È importante ricordare che il comando mv, durante le operazioni di spostamento, se trova un file con lo stesso nome si limita a sovrascriverlo senza chiedere conferma. Esiste comunque un modo per evitare questo comportamento. In pratica, è sufficiente utilizzare l’opzione -i nel modo seguente:

mv -i /home/linux/test.txt /home/linux/temp

Se nella directory temp è presente un altro file con nome test.txt, mv chiederà conferma prima di sovrascriverlo. Per confermare basta scrivere y – al contrario scrivere n – e premere Invio. Per ottenere ulteriori informazioni potete utilizzare il comando man mv.

Comandare da shell come controllare l’utilizzo della RAM

Per verificare l’utilizzo della memoria RAM da console è disponibile il comando free. Questo tool mostra sia la quantità complessiva di memoria fisica e di swap libera e usata nel sistema, sia la shared memory e i buffer usati dal kernel. Se eseguito senza opzioni (flag), free visualizza i dati ricavati in Kbyte, altrimenti è possibile scegliere l’unita di misura: Il flag free -b mostra la quantità di memoria in byte, free -k (impostato di default) in Kbyte e flag -m in Mbyte.

Localizziamo la posizione di un programma

Tra i comandi predefiniti di GNU/Linux è disponibile il tool which, il quale prende come argomento il nome di un programma e mostra a video la sua posizione all’interno delle directory del file system; in pratica il percorso completo, meglio noto come pathname. Which fa questo utilizzando la variabile d’ambiente $PATH (echo $PATH per visualizzare il suo valore). Ecco un esempio di utilizzo di which:

which bash

Il risultato del comando precedente è /bin/bash, che indica la posizione dell’eseguibile della shell Bash.

Come configurare la scheda di rete dalla shell

Configurare la scheda di rete graficamente forse è più facile ma certamente non più pratico e veloce che farlo dalla shell. Per prima cosa bisogna loggarsi come root con su o sudo -s e subito dopo eseguire il comando ifconfig per verificare quali sono le interfacce di rete disponibili. In genere le schede di rete vengono identificate da eth0, eth1, eth2 e così via a seconda di quante periferiche sono installate nel PC. Supponiamo di dover configurare la scheda eth0 per la connessione ad una rete locale che usa gli indirizzi IP 192.168.0.1/24, maschera di rete (netmask) 255.255.255.0 e gateway 192.168.0.1. In questo caso, per collegare un PC alla rete, assegnandogli l’IP 192.168.0.3, bisogna eseguire quanto segue:

ifconfig eth0 192.168.0.3 netmask 255.255.255.0

route add default gateway 192.168.0.1

A questo punto, è ancora necessario indicare gli indirizzi dei server DNS prima di poter accedere a Internet. Per farlo, bisogna modificare il file /etc/resolv.conf inserendo la parola nameserver seguita dall’IP del DNS, tante volte quanti sono quelli che vogliamo aggiungere. Ad esempio per aggiungere due DNS il comando è quello seguente:

nameserver 87.167.220.2

nameserver 87.167.110.2

Ovviamente, per modificare tale file dalla shell è possibile usare, da root, gli editor nano o vi:

vi /etc/resolv.conf

nano -w /etc/resolv.conf

Oppure il comando echo in questo modo:

echo " nameserver 87.167.220.2" > /etc/resolv.conf

echo ” nameserver 87.167.110.2″ >> /etc/resolv.conf

Il comando echo serve per scrivere la stringa di testo (in condizioni normali la stamperebbe semplicemente a video) e il simbolo > serve per indirizzare il suo output nel file di destinazione, questa volta /etc/resolv.conf, sovrascrivendone il contenuto. Anche il simbolo >>, serve per redirige l’output di echo su tale file file ma, al contrario del primo lo inserisce alla fine, senza sovrascrivere il contenuto originale.

Arrestare o riavviare il PC più rapidamente

Nei sistemi GNU/Linux e Unix più in generale, l’arresto e il riavvio della macchina sono gestiti mediante l’uso del comando shutdown. Questo permette di eseguire l’intera procedura in modo sicuro, immediatamente o dopo un certo ritardo espresso in secondi. In pratica, shutdown non fa altro che comunicare al processo principale init (man init) di cambiare runlevel (livello di esecuzione). Più precisamente il runlevel 0 è usato per arrestare il sistema (halt), mentre il 6 per il riavvio, noto anche come reboot. Così facendo si ottiene un arresto/riavvio pulito, in quanto i processi in esecuzione ricevono un sorta di avviso, che permette loro di salvare le operazioni in corso. Come accade per molti altri comandi, anche il funzionamento di shutdown può essere influenzato mediante l’uso di opportuni switch (opzioni). In particolare, il comando shutdown -n arresta la macchina in modo più veloce, ma lo fa senza servirsi di init, quindi, si tratta di un metodo decisamente più pericoloso e per questo sconsigliato nelle stesse pagine di manuale del comando shutdown (man shutdown). Utilizzando, invece, shutdown -f, si ottiene un reboot veloce (fast) della macchina. In quest’ultimo caso non esistono particolari controindicazioni.

Montare automaticamente i dischi all’avvio

Montare un disco, una partizione o qualsiasi altro supporto di memorizzazione, significa renderne accessibile il contenuto all’interno di una determinata directory, detta anche punto di mount o punto di innesto. Questa operazione può essere svolta sia manualmente, mediante l’uso del comando mount (man mount), sia automaticamente all’avvio del computer. In quest’ultimo caso, il sistema si serve delle indicazioni presenti nel file di configurazione /etc/fstab. Tale file è costituito da diverse righe, ognuna delle quali è divisa in campi che indicano il dispositivo da montare, dove deve essere agganciato al file system principale (punto di mount), il tipo di file system (VFAT, Ext2, ISO9660, NTFS, EXT3, ecc.), più altre opzioni, tra le quali c’è anche auto. Quando su una riga è presente questa voce, significa che il dispositivo corrispondente verrà montato automaticamente all’avvio del sistema, senza bisogno di eseguire altri comandi. Al contrario, tutti i dispositivi che non devono essere montati presentano l’opzione noauto (tipicamente CD, DVD e Floppy). Abbiamo detto che per montare un dispositivo manualmente è necessario il comando mount. Se questo è presente in /etc/fstab, per farlo è sufficiente eseguire mount dispositivo oppure mount punto_di_montaggio. Ad esempio, per montare la prima partizione del secondo hard disk, in genere /dev/hdc1, nella directory /mnt/disco2, il comando precedente diventa mount /dev/hdc1 oppure mount /mnt/disco2. Nel caso in cui, in /etc/fstab non è presente una voce relativa al dispositivo da montare, bisogna indicare il tipo di file system (ad esempio ext3), il dispositivo e il punto di mount, come nell’esempio seguente:

mount -t ext3 /dev/hdc1 /mnt/disco2

Per smontare un dispositivo e liberare nuovamente le risorse occupate bisogna, invece, utilizzare il comando umount. Proseguendo con l’esempio precedente, dovremo eseguire umount /dev/hdc1 oppure umount /mnt/disco2. Infine, per conoscere quali sono i dispositivi attualmente montati basta utilizzare il comando mount senza argomenti o visualizzare il contenuto del file /etc/mtab con cat /etc/mtab.

Leggere l’output di un comando troppo lungo

Quando capita di eseguire un comando che fornisce un risultato troppo lungo per essere visualizzato all’interno di una sola schermata, questo viene fatto scorrere velocemente fino alla fine, impedendoci di consultare le parti che ci interessano. Pensiamo ad esempio alla visualizzazione dei messaggi del kernel tramite dmesg, o ancora, all’esecuzione del comando ls all’interno di una directory stracolma di file. L’unico modo per risolvere il problema è reindirizzare l’output su more o less utilizzando una pipe (simbolo |):

dmesg | less

dmesg | more

Le funzionalità dei due programmi sono simili, infatti, entrambi consentono di scorrere il testo poco alla volta utilizzando appositi pulsanti della tastiera. La differenza fondamentale è che, mentre “more” permette di farlo solo in avanti premendo Invio, con “less” è possibile utilizzare i tasti freccia e di pagina per scorrere il testo avanti e indietro, un rigo o una pagina alla volta.

I comandi per creare un file vuoto

I sistemi Unix, comprese tutte le distribuzioni GNU/Linux, includono di default il comando touch. Quest’ultimo serve a creare un file vuoto. In pratica, è sufficiente eseguire dalla shell il comando seguente:

touch nome_file

Successivamente è possibile aprire il file appena creato con un qualsiasi editor e scrivere al suo interno. Nel momento in cui, invece, oltre a creare il file si decidesse di iniziare a scriverne subito il contenuto, il comando da eseguire è:

cat > nome_file

Così facendo, non solo si crea il file, ma è anche possibile scrivere il suo contenuto fino a quando non si preme la combinazione di tasti Ctrl+D.

Il sistema più rapido per cercare un file

I moderni motori di ricerca per il desktop o Desktop Search Engine come Google Desktop Linux, Tracker o Recoll, non sono gli unici programmi in grado di cercare rapidamente un file all’interno del file system. GNU/Linux, infatti, dispone di alcuni tool predefiniti per effettuare questo tipo di operazioni anche dalla riga di comando. Uno di questi è find. Ad esempio, supponiamo di voler cercare il file test.txt all’interno della directory root (/). In questo caso, il comando find va usato nel modo seguente:

find / -name text.txt -print

Ovviamente è possibile sostituire la directory root con qualsiasi altra per indicare un punto specifico del file system dove eseguire la ricerca. Un altro comando ancora più semplice da utilizzare è locate:

locate test.txt

Quest’ultimo è molto più veloce di find, ma prima di usarlo bisogna aggiornare il suo archivio eseguendo, da utente root, il comando updatedb. Tale comando non va eseguito ogni volta che si usa locate, ma solo quando si vuole effettuare una nuova indicizzazione del contenuto del disco. Questa, in genere, è necessaria solo quando si effettua qualche cambiamento nel file system. Ad esempio, creazione di file e directory, installazioni di nuovi programmi, ecc. Insomma, si modifica il contenuto del disco aggiungendo nuovi file.

Perché bisogna inserire ./ prima del nome per eseguire alcuni programmi

Ogni volta che si esegue un comando dalla shell, a meno che non si indichi il percorso completo dove questo è posizionato all’interno del file system, il sistema effettua una veloce ricerca per individuarlo. Tale ricerca prende in considerazione tutte le directory contenute nella variabile di ambiente PATH (per visualizzarne il contenuto basta eseguire il comando echo $PATH). È ovvio che, nel momento in cui l’eseguibile non è presente in nessuna delle directory contenute in PATH, il comando non può essere avviato. In questo caso, per eseguire il programma i metodi sono due. Il primo, come abbiamo detto, consiste nell’indicare il percorso completo, ad esempio per eseguire il programma prova, presente, ad esempio, nella nostra home, il comando diventa /home/nome_utente/prova. Il secondo metodo consiste nell’accedere alla directory che contiene il programma (in questo caso cd /home/nome_utente) ed eseguirlo con ./prova. In pratica, in quest’ultimo caso, non essendo il programma contenuto nei percorsi contenuti nella variabile PATH, è stato necessario indicare che si trova nella directory corrente, cioè quella in cui ci troviamo. Infatti, il . (punto) serve per indicare al sistema di cercare l’eseguibile nella directory corrente, il simbolo / completa il percorso. È comunque possibile evitare di inserire ogni volta i caratteri ./, indicando la direcory corrente nella variabile PATH:

PATH=.:/usr/local/sbin:/usr/local/bin:/usr/sbin:/usr/bin:/sbin:/bin:/usr/X11R6/bin

export PATH

In questo modo abbiamo aggiunto anche la directory corrente tra i percorsi degli eseguibili, quindi possiamo avviare qualsiasi programma, da qualunque posizione senza inserire ./ prima del nome, ma solo se questo è presente nella directory in cui ci troviamo.

Come installare un nuovo modulo senza ricompilare tutto il kernel

Tutte le distribuzioni GNU/Linux installano di default alcuni kernel “precompilati”, che possiamo definire generici, allo scopo di garantire la massima compatibilità con le configurazioni hardware più diffuse. Ovviamente, tali kernel vengono installati con un numero limitato di componenti (driver hardware o altro), alcuni dei quali compilati staticamente, cioè inseriti direttamente nel kernel, quindi sempre disponibili, mentre altri compilati dinamicamente, cioè sotto forma di moduli, da caricare manualmente all’occorrenza. Questo sistema consente di ottenere, almeno in teoria, kernel più leggeri, senza troppe parti in eccesso. Purtroppo, però, quando si tratta di componenti hardware particolari o del supporto per protocolli poco utilizzati, tali moduli possono non essere presenti, quindi, prima di poterli utilizzare è necessario compilarli e installarli separatamente. A questo punto le strategie sono due: inserirli direttamente nel kernel o installarli come moduli separati. Nel primo caso, ovviamente, bisogna ricompilare nuovamente l’intero kernel, nel secondo è necessario solo eseguire i comandi previsti per la compilazione dei moduli, procedendo nel modo seguente.
Per prima cosa, se non presenti, bisogna installare i sorgenti del kernel in uso. Per scoprire la versione esatta basta eseguire il comando uname -r. I sorgenti possono essere installati utilizzando i pacchetti precompilati per la propria distribuzione, oppure il file dei sorgenti. In quest’ultimo caso, è necessario scaricare il relativo pacchetto dal sito www.kernel.org e scompattarlo in /usr/src/linux, per comodità supponiamo /usr/src/linux-source-2.6.28. A questo punto, entriamo nella nuova directory (cd /usr/src/linux-source-2.6.28) ed eseguiamo il comando make xconfig per effettuare la nuova configurazione. Per evitare di escludere i moduli utili già in uso e ritrovarci solo con quelli nuovi, ottenendo un sistema non utilizzabile, utilizziamo una configurazione funzionante. Basta accedere al menu File/Load e caricare il file di configurazione presente in /boot: in genere si tratta di un file del tipo config-2.6.XX.X-generic o qualcosa di simile. Dopo averlo caricato, sempre dall’interfaccia grafica individuiamo i componenti da compilare come moduli (indicati dal simbolo a forma di punto) e salviamo il nuovo file da File/Save. A questo punto, possiamo compilarli e installarli:

make modules

make modules_install

depmod -a

Infine, possiamo caricarli nel sistema con modprobe nome_modulo.

Installiamo i programmi di tipo .bin, .sh, .package e .run

Il software disponibile per GNU/Linux è distribuito in formati differenti, ognuno dei quali necessita di un’installazione particolare. Oltre a quelli più diffusi, sorgenti, .deb, .rmp, .tgz e alcuni specifici per distribuzioni minori, spesso i programmi vengono forniti sotto forma di pacchetti .run o .bin. In questo caso si tratta di software precompilati, con integrate staticamente (cioè già presenti nel pacchetto stesso) le librerie di cui necessitano. In questi casi, non è necessario alcuna compilazione, tanto meno utilizzare i gestori di pacchetti come Yum, Adept, Synaptic o altro, è sufficiente eseguirli direttamente dalla shell o in alcuni casi tramite un semplice doppio clic sul file. La parte restante della procedura, in genere, avviene mediante procedure guidate grafiche o testuali. Supponiamo di disporre del file software.bin o software.run (la procedura è identica in entrambi i casi). Per prima cosa, anche se non sempre, bisogna rendere il file eseguibile:

chmod u+x software.run

A questo punto è sufficiente avviare l’installazione con il comando ./software.run e seguire le istruzioni mostrate a video. Lo stesso discorso vale per alcuni pacchetti .sh e il nuovo formato .package. In quest’ultimo caso, la procedura si differenzia solo per il fatto che, una volta avviata l’installazione, lo script verifica il contenuto del pacchetto e la presenza nel sistema di alcuni software indispensabili (le cosiddette dipendenze) prima di procedere con l’installazione del programma. In caso contrario, scarica da Internet e installa automaticamente tutti quelli mancanti (è solo necessario essere connessi alla rete). Oltre a questi formati esistono altri sistemi di distribuzione del software, sempre tramite pacchetti precompilati. Ad esempio, software come Opera, Firefox, Thunderbird, SeaMonkey e molti altri, sono disponibili sotto forma di archivi compressi contenenti il software già compilato. Basta scompattarli ed eseguire un file, nel caso di Thunderbird, si tratta dello script thunderbird: in alcuni casi non è neppure necessaria una vera e propria installazione.

A cosa serve il file di dispositivo /dev/null

Il file di dispositivo /dev/null se aperto in lettura corrisponde ad un file vuoto, mentre in scrittura può essere paragonato ad una sorta di buco senza fondo. In pratica tutto quello che viene inviato al suo interno è perduto per sempre. Qual è allora la sua utilità. Questa caratteristica particolare lo render molto utile all’interno di alcuni script, nei quali non è necessario che i comandi eseguiti producano output da inviare agli utenti. Eseguendo, ad esempio, il comando seguente

ls /bin > /dev/null

non otterremo nulla come risultato, perché il risultato è stato rediretto (simbolo >) /dev/null e quindi perso. Attenzione: in questo caso non si perdono i file ma solo l’output del comando. È possibile verificare il contenuto vuoto del file utilizzando il comando seguente:

cat /dev/null

Come non verrà mostrato nulla a schermo.

Il Master Boot Record

Il Master Boot Record (MBR), in italiano settore di avvio, è costituito dai primi 512 byte (mezzo Kbyte) dell’hard disk. È all’interno di questo fondamentale settore del disco che vengono conservati tutti i comandi e le informazioni necessarie al PC per poter avviare il sistema operativo. In pratica, il software di avvio (meglio noto come firmware) contenuto nella ROM del BIOS carica ed esegue il contenuto del Master Boot Record che a sua volta dispone del necessario per caricare il sistema operativo. All’interno dell’ MBR, infatti, è presente la tabella delle partizioni, utilizzata dal sistema per conoscere la struttura del disco (indispensabile per caricare ed avviare il settore di avvio della partizione segnata come attiva) e il boot loader (per GNU/Linux LiLo o Grub) che si occupa, successivamente, di caricare il kernel del sistema operativo.

E con l’MBR abbiamo concluso questo piccolo corso intensivo sui comandi da riga per usare al meglio – o perlomeno senza farci troppo male :P – il nostro animaletto antartico preferito. Come sempre sono ben accetti ulteriori consigli su comandi che ho tralasciato vuoi per lungaggine, vuoi per semplicità, oppure – come molto più probabile – per la mia memoria che ormai, ahimè, non è più quella di un tempo. Quindi se ne conoscete altri oppure volete solo segnalarci quelli che abbiamo dimenticato, non vi resta che scriverli nei commenti che in men che non si dica li aggiungeremo a questa guida che è perennemente in fase “Beta” – come quelli bravi – da aggiornare continuamente. Vi aspetto!

Personalizziamo Ubuntu con Tweak

Posted By Jack Lagona on giugno 20th, 2009

http://www.citynewsonline.org/2009/06/20/personalizziamo-ubuntu-con-tweak/

Quante volte vi è capitato di voler settare alcuni parametri sulla vostra Ubuntu, e dovete aprire la pagina delle impostazioni per ogni software che vorrete settare. Quante volte volete installarvi qualche programma particolare, ma non trovandolo nei Repository della distro dovete fare affidamento ad internet proprio come si usa fare con Windows. Quante volte vi siete chiesti “ma perché Synaptic è così povero di software?” sapendo già a priori che i Repo di Ubuntu contengono circa 20mila pacchetti software… ma non quello che state cercando. Quante volte vi siete chiesti “ma un tool semplice e completo per far tutto in unica finestra?”. Quante e quante volte…

Adesso è il momento di dire “Basta, voglio Ubuntu Tweak!”

Tweak informazioni

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Ubuntu Tweak è un semplice ma interessantissimo tool di configurazione, che vi permette di impostare i parametri di Gnome e della vostra Ubuntu Box partendo direttamente da ciò che vi è più congeniale, ovvero la schermata di un software lineare ed esaustivo.
Nella prefazione vi chiedevo quanti impicci potrebbe togliervi un unico programma che vi offra così tanti servizi. La risposta sembrerebbe scontata, ma in realtà non lo è più di tanto perché, cari lettori che ancora non usate il pinguino, sotto Linux nulla è impossibile e nulla è difficile: basta un minimo impegno e tanta voglia di riuscire. Quindi vi spiego l’installazione di un software che vi permetterà di giovarvi di uno dei migliori tool di impostazione presente nel grandissimo panorama Ubuntu.

Esistono due modi per installare Ubuntu Tweak: il primo è quello di passare dal sito del cinesino che lo ha creato – si fa chiamare TualatriX – e scaricarvi il pacchetto in DEB del software, oppure leggere attentamente le mie istruzioni avendo gli stessi identici risultati della spiegazione di Tualatrix perché è la stessa procedura spiegata sul sito.
Prima cosa aprite un terminale e digitate la chiave GPG di Ubuntu Tweak che vi servirà per avere gli aggiornamenti direttamente tramite gli update (non avrete mica intenzione di scaricarvi dal sito l’aggiornamento e installarlo ogni volta vero?):

sudo apt-key adv --recv-keys --keyserver keyserver.ubuntu.com FE85409EEAB40ECCB65740816AF0E1940624A220

Adesso aprite il vostro file con la lista dei sorgenti che trovate su /etc/apt/sources.list dando sempre da terminale

sudo gedit /etc/apt/sources.list

inserite la password di root e nel file di testo che si apre inserite in fondo alla pagina*

deb http://ppa.launchpad.net/tualatrix/ubuntu jaunty main
deb-src http://ppa.launchpad.net/tualatrix/ubuntu jaunty main

quindi salvate e chiudete. Ricordatevi di non chiudere il terminale perché vi serve ancora.

Da terminale adesso installiamo Ubuntu Tweak non prima di aver aggiornato i pacchetti, compreso quello appena inserito nei Repo:

sudo apt-get update per aggiornare e sudo apt-get install ubuntu-tweak per installare il software. Diamo un bel

sudo apt-get dist-upgrade per aggiornare la distro ai nuovi pacchetti e abbiamo finito con l’installazione. Adesso passiamo al settaggio vero e proprio.

Aprite Ubuntu Tweak da “Applicazioni–>Strumenti di sistema“, la prima schermata è quella di benvenuto.

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Sulla destra trovate le varie impostazioni che potete cambiare/rimuovere. Su “Applicazioni” avrete la possibilità, dalla finestra Aggiungi/Rimuovi, di installare/disinstallare un numero impressionante di programmi che spesso non sono nemmeno nei Repo ufficiali di Ubuntu (da spuntare e cliccare su “Applicain fondo a destra)

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Nella casella “Sorgenti di terze parti” potrete inserire i Repo che figurano senza muovere un dito fuori da Tweak: vi basterà dare la spunta al sorgente che vi interessa – comprese le versioni beta, se volete – e cliccare su “Aggiorna” in basso a destra.

Nella finestra “Scrivania” si aprono quattro caselle: Icone, Finestre, Compiz Fusion e Gnome. Icone vi incica se rinominare e mettere sulla vostra scrivania le icone della vostra /home, del vostro Computer e del Cestino.  Su “Finestre” avrete la possibilità di abilitare alcuni effetti delle finestre attive e inattive come le trasparenze, attivare Metacity e regolare i movimenti del mouse e dei suoi pulsanti.
Su “Compiz Fusion” vi permetterà, se non lo avete già fatto, di installare il gesrtore di configurazione degli effetti in 3D presenti ormai di default su Ubuntu dalla versione 7.10 in poi, mentre da “Gnome” avrete la possibilità di impostare i comandi personali per settare il Desktop Environment di Ubuntu.

Dalla finestra “Personale” avete la possibilità di cambiare le destinazioni dei vostri file che si salvano in automatico nelle cartelle predefinite (le foto in Immagini, i file di testo su Documenti e via dicendo), stesso discorso vale per i Modelli, gli Script e le scorciatoie di tastiera.
Su “Sistema” possiamo cambiare le modalità di apertura dei file a nostra assoluta discrezione, oppure dare comandi e disposizioni diverse a Nautilus, o ancora decidere come cambiare le impostazioni dell’alimentazione del nostro notebook, e per ultimo su “Sicurezza” possiamo rimuovere alcune funzioni agli utenti “Ospiti” – cioè quelli con account non da anmministratore – evitando di agire sulla macchina onde creare scompensi all’hardware e ai software presenti nel sistema (possiamo non permettere di salvare i file sul nostro disco fisso oppure di non poter stampare senza la nostra autorizzazione).

A questo punto la mia guida sarebbe finita, per cui mi aspetto i vostri commenti, e sul software e su eventuali problemi in fase di installazione. Non vi fate attendere troppo, mi raccomando ;)

* in caso di versione diverse da Jaunty, basterà che cambiate le due voci “jaunty” con il nome della vostra distro: intrepid per 8.10, gutsy per 8.04 e così via.

Installiamo OpenOffice 3.1 su Ubuntu

Posted By Jack Lagona on giugno 18th, 2009

http://www.citynewsonline.org/2009/06/18/installiamo-openoffice-31-su-ubuntu/

OpenOffice 3.0Uno dei software già installati su quasi tutte le distro Linux, è la suite OpenOffice.org. Una buona parte di distribuzioni vengono aggiornate, come sappiamo, ogni semestre, e quindi anche la suite OpenOffice è aggiornata alla data di rilascio del sistema operativo. A differenza di Windows che se vogliamo installare una nuova versione di qualsiasi software dobbiamo prelevarlo dal sito del produttore – o nel migliore dei casi da siti che hanno un download recente -, su Linux esistono dei canali particolari chiamati “Repository”, a cui attingere in caso di installazione ex-novo o per l’aggiornamento di un software precedentemente installato. Oggi vi mostro come aggiornare la vostra suite OpenOffice facendo l’update dai Repo e installandola di sana pianta quando non sono accessibili i Repo della piattaforma produttiva.

L’esempio che vi dettaglio oggi è basato sulla distro Ubuntu perché in linea di massima è la più diffusa. Partiamo con gli aggiornamenti dai Repository. Intanto è indispensabile attivare tutti i canali Repo: Universe, Multiverse e Restricted. Andate su Sistema, cliccate su Amministrazione e quindi su Sorgenti software. Vi appare la schermata qui sotto

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dove vi basterà spuntare gli elementi che vi accennavo e cliccare su Chiudi. Il sistema vi chiederà di aggiornare: fatelo!

A questo punto abbiamo due possibilità da scegliere: installare SOLO la suite senza modificare i Repo – ma è una lavoro che dovreste fare ogni qual volta esce una nuova versione di OpenOffice -, oppure aggiungere i Repo di OpenOffice in modo tale che ad ogni nuova uscita avrete sempre l’ultima versione – anche le versioni beta, se volete. Io vi mostro come fare con entrambe, deciderete voi quale delle due utilizzare.

Installazione ex-novo. Scaricate la suite dalla pagina dei download di OpenOffice Italia, in versione DEB (troverete anche la versione RPM per OpenSUSE e Fedora). Salvatela all’interno della vostra “home“, e scompattate il file zippato, sempre all’interno della vostra home, appena finito il download facendo attenzione che le spunte siano date come da immagine. A questo punto avrete due versioni di OpenOffice disponibili: una quella installata (la versione attuale su Ubuntu 9.04 è la 3.01) e l’altra è la nuova versione 3.1 – occhio a non far confusione con i numeri ;)

Attenzione alle spunte

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A questo punto serve eliminare il vecchio pacchetto di OOo perché potrebbe creare un conflitto di versioni: andate su Synaptic (Sistema–>Amministrazione–>Gestore pacchetti Synaptic) e digitate, nella barretta in alto, la parola “openoffice“. Tutto ciò che compare con la dicitura openoffice va cancellato (cliccateci sopra e vi appariranno due versioni di elimina da spuntare: sceglietene una). Appena avrete spuntato tutte gli “openoffice” che trovate, cliccate su “Applica” – posto in alto – e partirà il procedimento di cancellazione. L’ultimo passaggio riguarda la cancellazione dei file nascosti. Ritornate sulla vostra “home“, digitate CTRL+H e vi apparirà, tra le altre nascoste, una cartella denominata .openoffice: cancellatela e avrete rimosso tutta la vecchia suite che avevate sul vostro computer. Se siete dei fanatici della riga di comando, vi basterà dare “sudo apt-get remove openoffice*” avendo lo stesso risultato di Synaptic.
Finito questo passaggio siamo pronti per installare la nuova versione di OpenOffice.org.

Prima di tutto dobbiamo installare il software Java Runtime Environment (JRE) – sempre se non non lo avete già installato in precedenza – anche se non è indispensabile per il corretto funzionamento della suite, ma vi potrà servire anche per altri software: aprite il terminale e digitate sudo apt-get install sun-java6-jre. Aspettate che scarichi e inizi ad installare il JRE, e quando vi chiederà di accettare i termini d’uso usate il tasto tab per passare su “OK” e date invio. Fate lo stesso per accettare l’installazione dando invio a “SI“. A questo punto manca pochissimo per la fine dell’installazione e siamo già pronti per OpenOffice.

La versione di OpenOffice che abbiamo spacchettato è denominata “OOO310_m11_native_packed-3_it.9399“, per cui diamo il comando da terminale “sudo dpkg -i OOO310_m11_native_packed-3_it.9399/DEBS/*.deb”, ma potrebbe cambiare con l’aggiornamento della versioni (ad esempio dalla 3.1 alla 3.1x e così via) quindi eventualmente cambiate la parte in grassetto con quella che avete scaricato. Aspettate che il sistema installi tutti i pacchetti e ci ritroveremo la nuova OpenOffice 3.0 sulla nostra Ubuntu box. Ma non basta!
Infatti ci ritroviamo ancora le icone della vecchia versione. Per impostare le nuove icone, ritorniamo nella nostra home ed entriamo nella cartella di OOo che abbiamo spacchettato in precedenza: troviamo tre cartelle e un file di configurazione. La prima cartella si chiama “DEBS”, cliccateci sopra e troverete qualcosa come 50 file installabili (con estensione .deb), ed una sola cartella chiamata “desktop-integration“. Cliccate su quest’ultima e cliccate sull’unico file che trovate – “openoffice.org3.1-debian-menus_3.1-9393_all”, o simile  – che vi installerà tutte le icone definitive in base alla versione che avete appena installato. Complimenti, avete installato OpenOffice 3.0 sulla vostra distribuzione Ubuntu.
Per la conferma andate su Applicazioni–>Ufficio e vi troverete questa schermata

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All’inizio vi dicevo che è possibile anche aggiornare la versione in dotazione alla vostra distro direttamente dai Repo ufficiali di OpenOffice, quindi adesso vi spiego come fare.

Aggiornamento dai Repository. Diamo per scontato che tutti abbiamo l’ultima versione di Ubuntu, ovvero Jaunty Jackalope 9.04, quindi il Repo da inserire sul nostro sources list è valido per questa versione – anche se vi dirò l’indirizzo per le versioni precedenti.

Aprite il terminale e digitate sudo gedit /etc/apt/sources.list, date la password da amministratore e aggiungete alla fine del file di testo che vi si apre le righe qui sotto*:

deb http://ppa.launchpad.net/openoffice-pkgs/ppa/ubuntu jaunty main
deb-src http://ppa.launchpad.net/openoffice-pkgs/ppa/ubuntu jaunty main

salvate e chiudete. Ritornate al terminale e e aggiungete la chiave GPG

sudo apt-key adv –recv-keys –keyserver keyserver.ubuntu.com B0BE17C2A0C914F086B7B8327D2C7A23BF810CD5

adesso date un sudo apt-get update per scaricare e installare gli aggiornamenti dei pacchetti software. A questo punto date un sudo apt-get upgrade tanto per essere sicuri che tutti i pacchetti sono stati scaricati, aggiornati e installati. Aprendo Applicazioni–>Ufficio dovreste trovarvi la nuova versione di OpenOffice. Se non è riuscita questa procedura provate a rifarla oppure usate il primo metodo: io ho usato per i miei due pc entrambi i metodi e non ho avuto problemi. Fidarsi è bene, non fidarsi…

Alla prossima!

*per le versioni passate di Ubuntu, vi basta sostituire i “Jaunty” di “deb http://ppa.launchpad.net/openoffice-pkgs/ppa/ubuntu jaunty main *** deb-src http://ppa.launchpad.net/openoffice-pkgs/ppa/ubuntu jaunty main” con il nome della vostra versione – hardy o intrepid – lasciando così com’è la chiave GPG.