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Una sconfitta totale

Oggi in Europa si può dire che a vincere sono stati in pochi, più che altro si può parlare di sconfitte. Nel più totale silenzio dei media, se si esclude le testate del settore informatico, in Europa si è votato il pacchetto Telecom.
Il pacchetto Telecom, come dal nome, conteneva svariate norme sulle telecomunicazioni, e proprio oggi in parlamento europeo si è tenuta la consultazione per approvarlo o rigettarlo.
Questo pacchetto ha avuto un percorso quanto mai travagliato, fermo in parlamento da circa metà 2007, aveva già subito varie letture e votazioni, sia nelle commissioni sia nel parlamento stesso. L’ultima votazione in parlamento europeo, sostenuta dalla commissione, è stata rigettata dal consiglio d’Europa, che è venuto in contro alle esigenze del presidente francese Sarkozy.
Oggi c’è stata una nuova votazione, votazione che sembrava fosse compromessa da una mossa alquanto vigliacca, ovvero imporre un ordine del giorno che condizionava pesantemente due emendamenti molto importanti: il 166 e il 138. Nella pratica si imponeva di rigettare un intero blocco di disposizioni prima di poter discutere di queste norme, una vera e propria imposizione dall’alto, contraria a qualsiasi principio democratico. Ben difficilmente un intera disposizione sarebbe stata rigettata al solo scopo di poter discutere di un singolo aspetto.
Cosa trattavano i due emendamenti, qui il testo, che non piacevano a determinati soggetti, tanto da costringerli a violare i principi della democrazia? Argomenti scottanti, ovvero net neutrality e divieto di disconnessioni forzate in stile Sarkozy.
Per la precisione l’emendamento 138 sanciva l’impossibilità per un organo amministrativo di disconnettere in modo forzoso un cittadino dalla rete internet, in quanto avrebbe comportato una sostanziale restrizione nella libertà di accesso alla cultura, all’informazione e alla libertà di espressione, vale a dire ciò che è tutelato dalla carta dei diritti dell’unione europea. Questi temi sono molto delicati, tant’è che anche la costituzione italiana, all’art 13 sancisce che “Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge”. Nella pratica si tratta di formalizzare che un accesso ad internet è un diritto del cittadino europeo, come lo è già il telefono e la posta.
L’emendamento 166, invece, imponeva la net-neutrality, ovvero quel concetto per cui ogni singolo bit dev’essere trattato nella stessa maniera. Questa norma sanciva che le eventuali restrizioni all’accesso di contenuti, applicazioni e servizi fossero vietate, salvo casi eccezionali che non dovevano inibire o limitare lo sviluppo della società e/o i diritti dei cittadini.
Due emendamenti molto importanti per la rete e le libertà civili, ma che ovviamente non rendono felici molti soggetti, major in prima fila che vedono di cattivo occhio un provvedimento, il 138, che elimina una possibile, per quanto lesiva dei diritti dei cittadini, contromisura contro la pirateria. Altri soggetti contrari, per il 166, i provider stessi che della net-neutrality non vogliono sentir parlare molto, anzi sarebbe un grosso vantaggio, dato che senza impostazioni di legge possono creare, per esempio, due tipi di abbonamento, uno senza filtri e uno con, ovviamente a costi ben diversi o peggio ancora rallentare applicazioni come Skype per monopolizzare il mercato VoIP o bloccarlo.
Alla fine non è andata bene per nessuno. L’ordine del giorno per l’emendamento 166 non è cambiato, portando all’approvazione del rapporto Harbour, che sostituisce l’emendamento 166 con una versione molto più vaga, che prevede solo che il consumatore sia informato sulle pratiche di filtering. C’è da dire che nonostante non sia una legge perfetta, sancisce quantomeno il diritto del consumatore ad essere informato.
Per quanto riguarda l’emendamento 138, invece, l’ordine di voto è stato invertito, grazie a vari interventi dei parlamentari stessi. Decisivo è stato quello della parlamentare dei verdi Rebecca Harms, che ha permesso la votazione dell’emendamento stesso senza condizionamenti. Approvazione schiacciante su 635 presenti ben 407 hanno votato a favore e solo 57 hanno votato contro, gli altri astenuti. Se non fosse passato questo emendamento, sarebbe stato approvato uno più blando, che permetteva la dottrina Sarkozy, ma che sanciva il diritto di un utente disconnesso di fare ricorso ad un tribunale giudiziario, decisamente meno garantista.
Ciononostante quelli che possono tirare un sospiro di sollievo sono solo i contrari al 166, perché l’intero pacchetto sarà sottoposto ad una terza lettura. Lettura che per il rapporto Harbour sarà poco più una formalità, ma che potrebbe essere una nuova prova per l’emendamento 138, nonostante l’approvazione quasi unanime del parlamento.
La guerra, insomma, non è vinta e si profila una nuova battaglia per sancire il diritto di ognuno ad avere una connessione ad internet a banda larga senza correre il rischio di vedersela sottrarre da interessi di pochi privati.
Net Neutrality on Google
Si parla così spesso e così male di Net Neutrality che a volte ci scordiamo cosa sia. Secondo Google la “network neutrality è il principio per cui gli utenti di internet dovrebbero avere il controllo su cosa possono vedere e quali applicazioni vogliono usare su internet”. Allora perché sta cercando di differenziare le connessioni creando – assieme ad alcuni fornitori Internet – una corsia preferenziale per i suoi contenuti?
Il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo dove indica col nome di “OpenEdge” l’operazione che sta portando avanti Google con alcuni provider. Questo comporta in teoria due cose: che la Net Neutrality che dice BigG è mera fantasia, e dove si fa business l’ideologia è tutta fuffa. La cosa che colpisce più di tutto non è tanto la via diversificata della connettività a pagamento ultra-veloce, ma quanto la possibilità di farla Google diventando a sua volta l’ennesimo monopolista della rete. Anzi, a questo punto diverrebbe il Re assoluto del Web.
Se fosse vera un’operazione del genere - e non lo è, a quanto dice Google – si amplierebbero i poteri di Mountain View: acquisterebbe quel potere intrinseco di unico motore di ricerca su quella linea, filtrando i contenuti della concorrenza a scapito della visibilità; avendo Doubleclick e AdPlaner nel paniere, porterebbe il mercato dell’advertising online ad un unica possibile posizione dominante, stessa identica cosa varrebbe per il mercato del Payperclick; un’autostrada virtuale come quella che si prospetterebbe, porterebbe a morte certa quei piccoli siti che per mancanza di fondi – o per scelta personale e/o ideologica – non ne farebbero parte; di tutte le tre cose messe assieme diverrebbe in un sol colpo giudice, giuria e carnefice, perché diventa a sua completa e totale discrezione chi avrà il permesso di passare (a pagamento) e chi invece resta al valico.
Qualcuno invece pensa che non esista nessuna violazione della Net Neutrality: Doc Searls – scrittore, giornalista e co-autore di The Cluetrain Manifesto -, in un articolo di oggi, scrive che si tratta in realtà di “edge caching“, in pratica di una pulizia profonda della cache, anche se a pagamento. Esattamente ciò che che ha scritto Richard Whitt nel Google Public Policy Blog linkato sopra. Secondo Searls il WSJ starebbe svolgendo una sua personale battaglia contro Google, scrivendo cose che in realtà sono false, come scrive anche Whitt, ma, essendo la neutralità della rete un argomento altamente politico, il WSJ si ci butta a capofitto. Ma questo non significa che Google stia operando nel male, anzi – continua Searls – non si può certo paragonare l’edge caching con la net neutrality: mentre la prima è un’operazione che fanno praticamente tutte le aziende del settore cercando di trarre profitto dalla velocità “a richiesta”, la seconda esprime esattamente una legge che nessuno potrà mai disubbidire (fino ad oggi): la rete è di tutti e nessuno è esclusivista di connettività.
Certo che quando si parla di Google i dubbi sono tanti, io – oggi – propendo per l’edge caching, però un pensierino alle parole di Kumar e Rhoads inizierò a farlo appena si sapranno notizie più approfondite in merito.
[Via OpenWorld]

