Articoli con tag pirateria

Pirate Bay: un nuovo business a pagamento

Con l’acquisizione di Pirate Bay da parte di Global Gaming Factory è stato inaugurata una nuova stagione consistente in un modello di business del tutto innovativo che dei pirati conserva il nome e propone dei servizi a pagamento.

Un cambio di strategia, che certo farà parlare di sé e sul quale sono puntati gli occhi da diverse parti, per vedere se realmente il nuovo modello proposto funzionerà o se si tratterà di un rinnovamento di fondo destinato ad esaurirsi poco dopo la sua nascita. Wayne Rosso ha spiegato che il nuovo progetto consisterà nella possibilità per gli utenti di contribuire al network e allo stesso tempo di pagare di meno per scaricare i contenuti.

In sostanza più gli utenti contribuiranno al network meno pagheranno per il download. Gli internauti che utilizzeranno il servizio potranno arrivare anche a non spendere nulla a seconda del contributo dato. Nella baia dei pirati ormai appartenente al passato tutto era a costo zero, col nuovo servizio invece si dovrà pagare una sorta di tassa mensile per accedere.

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Bocciata la Dottrina Sarkozy

C’è una nuova svolta sulle leggi che vorrebbero regolare e combattere la pirateria informatica. La dottrina Sarkozy viene nuovamente bocciata, perché incostituzionale. Non si può limitare la libertà di espressione ai cittadini disconnettendoli da internet solo perché scaricano illegalmente.

Internet è un servizio pubblico e tale deve rimanere, secondo il Consiglio Costituzionale francese, il quale ha deciso di mettere un freno a questa legge. “La libertà di comunicazione e di espressione, enunciata dall’art. 11 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, fin dal 1789 è oggetto di una costante giurisprudenza protettrice da parte del Consiglio Costituzionale”.

E’ questo il principio secondo il quale tutto è stato fermato. Non è ancora però stato deciso se si potrà rilevare, in presenza di fatti di questo genere, l’indirizzo IP del pc con il quale vengono effettuati i download.

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Antipirateria o censura?

Doveva esserci un’intesa tra le parti quando il Governo aveva parlato di una riforma contro la pirateria audiovisiva online, invece sembra che il neonato “Comitato tecnico governativo contro la pirateria digitale e multimediale” abbia fatto tutto da solo. Altroconsumo, nota associazione dei consumatori, ha pubblicato allarmata una prima bozza del provvedimento tutelare che riporterebbe l’Italia, non solo indietro quasi al medioevo, ma la porrebbe come la Nazione che invece di prendere spunto dagli errori degli altri, gli errori li commette e li tramuta in legge.

Ma andiamo per ordine. Dicevamo che Altroconsumo ha pubblicato la bozza di un provvedimento del Comitato che darebbe carta bianca al Governo per tutelare il diritto d’autore. Fin qui nulla di male, il Comitato è nato appositamente per questo motivo, in un certo senso, ma il dramma è dietro l’angolo: “Il provvedimento appare arcaico, protezionista e contrario agli interessi dei consumatori e dell’innovazione del mercato digitale”, ribattono dall’Associazione dei consumatori. Ma cosa dice il provvedimento? Ne spiega i particolari Guido Scorza, avvocato ed esperto di Internet: “Per prima cosa, si dà una delega in bianco al governo, per attuare nuove misura a difesa del diritto d’autore. Imponendo responsabilità, in caso di violazione, a utenti e a “prestatori di servizi della società dell’informazione”. Ma chi sono questi “prestatori di servizi”? “Nella proposta si parla anche di provider internet, che però per il diritto comunitario, recepito in Italia, non possono essere responsabili di quanto fatto dai propri utenti. Pensiamo allora che la proposta voglia attribuire responsabilità, ora non certe sul piano giuridico, a soggetti come YouTube e a fornitori di hosting”. E questo cosa comporta? “Si mira ad introdurre un controllo di tipo censorio sulla circolazione, nelle piattaforme di diffusione dei contenuti digitali, di contenuti contrari a norme imperative, all’ordine pubblico, al buon costume”.

Concludendo, quindi, questa legge introdurrebbe un qualcosa simile alla censura (come nei film) che, se attuata, varcherebbe la soglia critica della “Dottrina Sarkozy“. Anche se la Comunità Europea l’ha già bocciata in passato, non vuol dire che ogni singolo Stato non possa emanare una direttiva contro la pirateria in modo assolutamente autonomo.

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Censura cinese all’opera?

Alcuni giorni fa dalle parti dell’Estremo Oriente molti netizen hanno avuto a che fare con un singolare problema. Una serie di domini risultava irraggiungibile e l’eventuale tentativo di accedere ai siti, ad esempio attraverso un link, rimandava a Baidu, il motore di ricerca più usato in Cina. Il fenomeno è durato poco più di due giorni, ma tanto è bastato per domandarsi se il regime cinese fosse di nuovo all’opera per indirizzare i cittadini verso i contenuti consentiti.

I siti coinvolti nel blocco sono tutti legati al mondo del file sharing, forse non a caso considerando le enormi pressioni delle lobby occidentali affinché il governo di Pechino mettesse un freno alla pirateria dilagante. Pressioni che si sono concretizzate nella chiusura di una serie di siti e di altri che sono stati soggetti ad un semplice richiamo. Mossa che però non sembra aver scaturito gli effetti sperati ed è forse alla base di questo ennessimo tentativo di censura.

In sostanza chi avesse voluto aprire Mininova.org per ricercare del materiale protetto da copyright o anche del semplice software libero, si sarebbe trovato davanti la pagina di Baidu. Questa mossa del redirect non è una novità nel panorama cinese, ma questa volta a differenza di siti scomodi, come Amnesty International, l’obiettivo erano i motori che indicizzivano link per scaricare materiale tramite p2p, convolgendo IsoHunt, emule.org.cn e VeyCD, produttore di una mod di emule estremamente diffusa in Cina. Nell’elenco manca The Pirate Bay, questo perché per il sito svedese la censura opera ormai da tempo immemore.

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La privacy è un crimine

In Francia la “Dottrina Sarkozy” è passata al Senato. Manca solamente l’approvazione dell’Assemblea Nazionale e il decreto anti-pirateria diventerà legge.

Con 297 voti favorevoli e soli 15 contrari, la legge anti-pirateria voluta dal presidente Sarkozy è passata anche al Senato francese. Anche se radicalmente modificata e perfezionata, la Mission Olivennes, promossa lo scorso anno dal Ministro per la Cultura transalpino Christine Albanel in accordo con i maggiori operatori del settore (major, isp, governo), molto probabilmente verrà approvata anche dall’Assemblea Nazionale e quindi entrerà in vigore la pratica “due avvisi e sei fuori” o come viene definita da quelle parti la cosiddetta three strikes policy: cioè se beccati a scaricare materiale coperto da diritti, l’ente preposto al controllo avvertirà il “pirata” fino a due volte, a seguito della recidività dell’individuo, verrà staccata la connessione al provider internet.

Andando nello specifico, la legge si dichiara pedagogica. Infatti nelle intenzioni dei legislatori, si nota l’offerta alla “seconda possibilità” per chi si pente del reato commesso; invece per chi decide di continuare nell’attività illecita, la pena – o meglio – il provvedimento aumenterà in base alla gravità del reato. La legge prevede che ai colpevoli verrà recapitata una mail dal proprio provider con l’avviso di sospendere ogni attività illecita. Alla seconda infrazione verrà recapitata una lettera cartacea con lo stesso avvertimento precedente, mentre se beccato per la terza volta verrà automaticamente bloccata la connessione internet al massimo per un anno. Ed è proprio quest’ultima fase la più sostanziale modifica alla stesura precedente.

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Tra pirateria e modernità

Se noi fruitori della rete discutiamo di pirateria, sappiamo esattamente di cosa stiamo parlando senza che nessuno ci dica cosa sia giusto o sbagliato: è solo un problema di informazione. Ma quando invece sono i produttori di contenuti a parlare di pirateria, ebbene, spesso fanno confusione tra pirateria nel contesto legale, e pirateria nel contesto culturale.

In questi giorni a Roma si tiene il Festival del Film. Sfruttando l’occasione del festival, molte associazione e società che si occupano di gestire il diritto d’autore, tra cui FIMI, SIAE, Univideo, ANEC, AGIS e molte altre, si sono dati appuntamento assieme ad alcuni tecnici di diritti e legalità (Stefano Quintarelli, Leonardo Chiariglione, Pierluigi Del Pino di Microsoft, Juan Carlos De Martin di NEXA (grazie Stefano), Elio Molteni di AIPSI e Gigi Tagliapietra di CLUSIT) per parlare di diritto d’autore e pirateria.
Lo scopo principale dell’incontro doveva essere capire cosa si cela tra il vecchio modo di distribuzione dei contenuti e la nuova forma tramite il formato digitale. Purtroppo la forma intrinseca degli eventi in programma, ha fatto sì che i primi non si sono relazionati con i secondi, ma ognuno ne ha discusso per conto proprio in due giornate contesti separati. Ciò significa che i problemi di sempre continueranno a proliferare indisturbati.

Fin quando i distributori – SIAE e FIMI in testa – penseranno a filtrare la rete o controllare e addirittura bloccare i dati scambiati tra utenti, e crederanno che «la pirateria è una faccia dell’inciviltà culturale. Chi imbratta i monumenti, chi distrugge le suppellettili delle scuole o chi corre in macchina ubriaco, questi sono i membri della comunità incivile che si dà alla pirateria» lo sbocco per una discussione costruttiva sarà sempre in salita, ma se invece si convincessero che la colpa del poco guadagno delle major (perché alla fine di questo si tratta) non è della pirateria, ma del mancato ammodernamento che sta alla base – ovvero delle “teste non-pensanti” – allora, forse, si potrebbe pensare ad un nuovo e più diligente strumento di lotta alla pirateria, che non è sicuramente il modello Sarkozy, ma uno strumento che capisca come la rete non sia il classico negozio dischi aperto in orari d’ufficio, ma un sistema multidirezionale dove i contenuti viaggiano senza freni verso il fruitore finale. Strumenti come MySpace Music, Hulu e soprattutto lo shopper online di Apple, iTunes, hanno dato vita ad una forma diversa di business, incentrata sì sull’apertura agli utenti, ma allo stesso tempo controllata da aziende forti e capaci di gestire in maniera “moderna” la libera circolazione dei contenuti, pagando il giusto compenso all’autore e non impedendo all’utente la libera scelta di cosa ascoltare, quando comprare e come acquistare.

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Sotterrata la dottrina Sarkozy

Sarkozy non si è arreso, ha chiesto alla commissione europea di annullare il recente voto con cui il parlamento aveva affossato la sua dottrina, ma non è servito nulla, la commissione non ha accettato la richiesta confermando i motivi per cui tale corrente di pensiero non può trovare spazio, almeno in Europa. Corrente di pensiero che, lo ricordiamo, imponeva il distacco dalla rete degli utenti che si rendevano colpevoli di pirateria per tre volte di seguito.

Nei giorni scorsi il presidente francese aveva inviato una lettera alla commissione affinché cancellasse la votazione del 24 settembre che aveva eliminato dal pacchetto Telecom la normativa anti pirati e affossato la superauthority. Nella stessa votazione si era affermato un principio importantissimo, cioè che non è accettabile trasferire garanzie e diritti che sono di competenza di autorità giudiziarie a quelle amministrative. Per la precisione l’emendamento recita: “Nessuna restrizione può essere imposta sui diritti e le libertà fondamentali degli utenti finali senza una decisione specifica dell’autorità giudiziaria”.

Proprio un’organizzazione amministrativa, composta in maggioranza dai detentori dei diritti, avrebbe avuto il potere di decidere sulla sorte della connessione ad internet degli utenti, in base alle prove fornite dai provider che, come cagnolini ubbidienti, avrebbero dovuto applicare i loro dettami. Il no del parlamento europeo mette in difficoltà Sarkozy anche in casa e per questo ha chiesto che ci fosse un ripensamento dell’unione perché, afferma Sarkozy, “quell’emendamento – riferendosi al voto dell’Europarlamento – tende ad escludere la possibilità per i paesi membri di adottare una strategia intelligente di dissuasione della pirateria”.

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Pirati o stufi di musicaccia?

Adesso, nel momento in cui scrivo (sono le 23.00 del 14 dicembre 2007) sto ascoltando un CD che ho fatto con delle musiche di Natale (ho gli originali e non ho superato alcuna protezione dato che il CD era del 1990 e prima).

Un po’ ridicolo, comunque tra le tante ho “White Christmas” cantata da Dean Martin. La versione più conosciuta è quella cantata da Bing Crosby, ma preferisco così, Dean aveva una voce decisamente più dolce del bravo Crosby e quindi più adatta alla canzone.

Lasciando perdere le opinioni personali sicuramente non condivise da molti, ascoltando questo brano mi è venuto in mente come , dal 1942, ricompare nelle classifiche dei CD più venduti ogni anno a Natale.
Venduti, avete letto bene.

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Sconfitta la pirateria

Una bella casa, macchine veloci, viaggi in paesi esotici, buon vino. Poi, improvvisamente, la crisi. I clienti smettono di comprare, gli incassi evaporano, le spese lievitano fino a costringerti a gettare la spugna. Dipendenti licenziati, addio lusso e bella vita: si torna a lavorare in fabbrica e a bere vino in cartone. E’ una storia piena zeppa di stereotipi, quella di Tony. Ricalca le tristi vicende di chi alla fine degli anni ’90 si è tuffato nella bolla della New Economy per poi ritrovarsi annegato o di qualsiasi piccolo imprenditore preso a sberle dal destino e costretto a chiudere la propria impresa. Con una piccola differenza di natura legale. Il ramo scelto da Tony era la pirateria informatica: software, applicazioni, videogiochi, tutto
rigorosamente contraffatto. Un business d’oro, ucciso dal peer-to-peer.

Ricordo ancora il sabato e la domenica al mercato delle pulci”, racconta Tony. “Arrivavamo con sessanta casse nel furgone, tutte piene di dischi masterizzati, e appena le scaricavamo la gente iniziava a farsi avanti. In trenta minuti il 90% della merce era venduta. Nel giro di tre ore avevamo finito tutto e tornavamo a casa pieni di soldi”. Quanti soldi? Parecchi. Nel periodo migliore il profitto raggiungeva le 1000 sterline alla settimana. Al cambio attuale sarebbero circa 5800 euro al mese. E si parla di qualche anno fa, gli euro non esistevano neanche. Spinto da tali guadagni, nel 2001 Tony decise di fare il salto di qualità: aprire una vera e propria fabbrica di dischi pirata, con tre dipendenti al suo servizio e una serie di masterizzatori a sfornare copie 7 giorni su 7, 24 ore su 24.
L’età dell’oro era però destinata a finire. E a farlo molto
in fretta. Dopo i primi segnali di rallentamento, nel 2004 gli affari crollarono vertiginosamente. Bisognava vendere sempre più dischi e chiedere sempre meno soldi in cambio. Il business non reggeva più. Nel 2005, la fabbrica clandestina venne chiusa, i dipendenti salutati. Per qualche mese, il pirata continuò a masterizzare nel suo appartamento, con l’aiuto della moglie e della sorella.
Quindi gettò la spugna. E oggi si ritrova come operaio in una fabbrica di scatole, con la moglie che lo aiuta a pagare le bollette lavorando come pettinatrice.

Potete leggere la storia di Tony in versione originale e con qualche dettaglio in più sul sito
TorrentFreak. A renderla interessante è lo svelamento dell’arcano: perché la
sua attività è fallita? Perché i clienti hanno smesso di comprare i suoi dischi? “E’ stato il P2P, il filesharing, o comunque lo si voglia chiamare”, risponde Tony. “Quando chiedevo a un cliente perché non comprasse più niente, in nove casi su dieci mi rispondeva citando BitTorrent o Limewire. Se si considera anche la diffusione dei masterizzatori domestici e della banda larga, diventa evidente perché ho dovuto mollare e cercarmi un lavoro da qualche altra parte”.
Sapevamo che le case discografiche e i produttori di contenuti vedono nel filesharing il loro nemico numero uno. Adesso scopriamo qualcosa di più anche sui rapporti tra la pirateria tradizionale e la condivisione di file su Internet. Una materia su cui non si è mai indagato troppo a fondo e della quale si è sentito parlare solo in termini di connivenze malcelatamente denunciate dai produttori in base al seguente sillogismo: il P2P è pirateria, la pirateria si basa su organizzazioni criminali, il P2P si basa su
organizzazioni criminali.
La storia di Tony dimostra una realtà ben diversa. Non può essere presa come simbolo universale (nei commenti dei lettori di TorrentFreak, c’è anche chi ne mette in dubbio la veridicità), ma ci aiuta a comprendere come le due “piraterie” viaggino in realtà su binari assolutamente separati e addirittura concorrenziali. Lo scambio di opere protette su Internet raramente si basa su meccanismi di lucro o coinvolge movimenti di denaro. Sui network P2P circolano ogni giorno milioni di file ma non c’è traccia di sterline, dollari o euro. E’ un sistema che coinvolge milioni di utenti in tutto il mondo e che non guarda in faccia a nessuno: non ai legittimi proprietari dei contenuti, neppure ai pirati del mondo fisico.
Ciò non vuol dire che le vie della contraffazione non possano essere adattate alle nuove tecnologie. Mentre Tony sperperava i suoi guadagni in macchine veloci, c’é chi ha pensato a un aggiornamento della propria attività. Sempre lasciando stare le grandi organizzazioni criminali e rimanendo in tema di piccoli-imprenditori-della-pirateria, basti citare il caso dell’uomo denunciato nel weekend dalla Guardia di Finanza di Trieste, per un sofisticato sistema di smercio di Dvd contraffatti che coinvolgeva anche il Web (ne parla
Punto Informatico).
Tuttavia, sembra abbastanza evidente come il P2P e la
condivisione di file in Rete siano tutt’altro che preziose alleate della pirateria tradizionale. Anzi, se il filesharing è in grado di provocare parecchi malumori alle major discografiche e di Hollywood, è probabile che il suo effetto nei confronti del mercato dei dischi contraffatti sia ancora più dirompente. D’altronde, la forza della pirateria è sempre stata il prezzo dei suoi prodotti,
notevolmente ridotto e competitivo rispetto a quello degli originali. E in quanto a prezzi il P2P non ha davvero rivali. E’ uno dei mille paradossi di Internet: a lungo andare il filesharing potrebbe addirittura uccidere la vecchia pirateria. Per i produttori di contenuti sarebbe un trionfo o una vittoria di Pirro?

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