Lassù, a 2000 anni luce, ci potrebbe essere qualcuno che ci osserva! E’ stato scoperto, grazie al lavoro di un gruppo di studiosi di diversi Stati del mondo, un nuovo sistema planetario dalle caratteristiche sorprendenti. E’ stata la sonda Keplero ad immortalarlo durante l’esplorazione dello spazio, e ha rivelato un sistema composto da una stella, [...]
Posts Tagged ‘tecnologia’
Vi fidate della scienza? Ditelo in un sondaggio
Vi fidate degli scienziati? Credete che il progresso scientifico e tecnologico possa migliorare la nostra vita? Oppure pensate che la scienza e la volontà di affidarsi agli studiosi possano causare diversi problemi alla nostra società? Qual è il vostro pensiero sugli organismi geneticamente modificati, sulle nanotecnologie, sui cambiamenti climatici, sulle cellule staminali?
Se volete dare la vostra opinione al riguardo, Scientific American e Nature, due importantissime pubblicazioni scientifiche, hanno realizzato un’indagine aperta a tutti, che potete trovare in questo sito, in quattordici diverse lingue. L’opionione di tutti è importante, non solo quella degli interessati alle tematiche scientifiche. Più si è, maggiore sarà la varietà delle risposte e la rappresentatività delle persone che vivono su questo pianeta. Non si vince nulla, non c’è un premio da sorteggiare, però si può delineare un quadro fondamentale per comprendere meglio cosa ne pensiamo della scienza.
Saya: il robot insegnante
Si chiama Saya ed è una maestra. Oggi ha tenuto una lezione ai suoi ragazzi in classe. Niente di strano se non fosse che Saya è un robot progettato e costruito per insegnare.
Ha fatto una lezione ai bambini di una scuola elementare di Tokyo dopo essere stato utilizzato come receptionist in diverse aziende del Giappone. Un progetto ambizioso che comunque, secondo il suo creatore, il professor Hiroshi Kobayashi, non dovrebbe servire a sostituire la tradizionale metodologia di insegnamento, ma a dimostrare che la tecnologia ha dei lati molto positivi.
“Non stiamo cercando di fare qualcosa che sostituisca gli insegnanti, piuttosto abbiamo costruito questo robot con l’obiettivo di utilizzare le nuove tecnologie per parlare ai bambini di tecnologia. Nelle campagne e in alcune piccole scuole ci sono bambini che non hanno l’opportunità di entrare in contatto con le nuove tecnologie, inoltre in quelle zone sono pochi gli insegnanti in grado di tenere lezioni su questa materia. Per questo speriamo di riuscire a sviluppare il robot in modo che possa essere controllato da lontano per insegnare in queste classi”.
La rete risponde: Nel nome della libertà
La Rete è una forma d’arte: a volte inadatta, a volte inespressa, a volte capace di generare contenuti tutt’altro che logici. Ma è sempre una forma eterogenea di trasformazioni usuali e capaci, di condivisione di dati e contenuti di varie fonti sociali e intellettuali. Quando qualcuno, nel nome della Legge e della regolamentazione governativa, si fa avanti per intraprendere azioni da portare l’Internet moderna al passo del medioevo, si presta ad un giogo non suo, ma di altri fattori che ne vogliono imbrigliare le redini verso un contesto censorio, territoriale e dittatoriale.
È notizia ormai datata il decreto legge del Senatore D’Alia sul modo, più o meno lecito, di offuscare i siti web che istigano alla criminalità: nata per far fronte ad alcune sciocchezze apparse su Facebook (gruppi su Riina e Provenzano), spesso per creare rumore che per effettive proposte legittime e mafiose, la proposta del Senatore dell’Udc è stata approvata in un pacchetto di leggi sulla sicurezza e non, come si potrebbe immaginare e come in realtà dovrebbe essere, in una serie di leggi sulla regolarità dei contenuti su Internet.
La seconda proposta per imbavagliare la Rete è il ddl dell’Onorevole Carlucci sulla pedofilia online: un emendamento, detto dalla sua emendante, nato per combattere la pedo-pornografia in Rete, ma che – in pratica – contiene delle proposte di tutt’altro genere. Scritta da Davide Rossi presidente di Univideo, la proposta dell’Onorevole Carlucci è un vero e proprio disegno di legge contro la pirateria online e contro l’anonimato in rete. (continua…)
Tecnologia e ambiente: due facce per la stessa medaglia

Quando parliamo di tecnologia la prima cosa che ci viene in mente sono i chip, i microprocessori, l’hardware o il software. A nessuno viene quasi mai in mente di pensare all’ecologia, all’ecosistema o al risparmio energetico. Tutti pensiamo, a primo acchito, alle trasformazioni che la tecnologia ci permette di creare – o quantomeno usare – nel nostro vivere quotidiano. La tecnologia è ormai diventata parte integrante della nostra vita: le comunicazioni tra colleghi amici e parenti avvengono prevalentemente tramite e-mail o messaggeria istantanea, sms o videotelefono. Se dobbiamo scrivere un appunto usiamo l’agenda del telefonino, se dobbiamo creare una presentazione per lavoro usiamo l’insostituibile Powerpoint (e le altre versioni più o meno conosciute), se dobbiamo pubblicare un post sul nostro blog, chiaramente, usiamo il pc o lo smartphone. Tutto questo è naturalmente “Tecnologia”. Ma non lo è solo in questi casi. Quando la tecnologia sposa l’ambiente, parla soprattutto italiano.
La maggior parte dei rifiuti che noi creiamo viene smaltita nel riciclaggio, decomposta se biodegradabile, riutilizzata come la borsa della spesa in silicone o in plastica per i rifiuti. Non tutto però è riciclabile. Ad Arese, piccolo paesino alle porte di Milano, una volta si producevano le Alfa Romeo. In alcuni stabilimenti dell’Alfa, Diego Giancristofaro nel 2005 crea una piccola sturtup che si chiama Greenfluff. Il “Fluff” è quella parte non riciclabile delle automobili – circa il 30% – che finisce dritta dritta nelle discariche ma che, essendo ricche di metallo, gomma, vetro, fibre tessili e carta, è altamente inquinante. Giancristofaro ha creato un’azienda tutta automatizzata e robotizzata per trattare, condizionare e riciclare oltre 120mila tonnellate di fluff l’anno. Tutto il processo avviene a freddo e senza combustione o agenti chimici. Il processo è talmente pulito e conveniente, che Giancristofaro – potendo smaltire solo una piccola parte delle 750mila tonnellate di fluff che si producono in Italia – sta per aprire un secondo stabilimento a Foggia. La tecnologia ha fatto il primo passo per l’ambiente.
David Fisher è un architetto israeliano che vive e lavora in Italia dal 1968. Trasferitosi da Tel Aviv a Firenze per finire gli studi e sposare un’italiana, Fisher oggi è il massimo interprete del design dinamico. Lui stesso racconta come un giorno si trovava a Miami e si era reso conto che gli appartamenti nei grattacieli avevano un costo diverso in base al panorama che offrivano. Un altro giorno invece, a casa di amici a Manhattan, gli si fa notare che quello era l’unico appartamento da essere esposto sia sull’East River che sull’Hudson. «Bisogna realizzare un edificio che dia a tutti la possibilità di avere panorami a 360 gradi». E fu così che nacque il primo approccio alle “Rotating Tower“: grattacieli modulari dove ogni piano è composto da moduli assemblati ad un pilone centrale completamente autonomi l’uno dall’altro. E che ruotano a 360 gradi indipendenti l’uno dall’altro.
La struttura principale è, come detto, il pilone centrale. A questo si inseriranno i vari moduli girevoli che ospiteranno gli appartamenti e le villette per un totale di 80 piani, quindi 80 moduli, su un altezza di 420 metri. Ma il vero punto forte del progetto non è solo la dinamicità degli ambienti, ma la base costruttiva e del funzionamento. La separazione dei piani avverrà con dei cavi in fibra di carbonio che soddisferà le esigenze energetiche dell’intero stabile. All’interno del pilone centrale verranno inserite 80 turbine eoliche che produrranno 1200 MWh di energia l’anno, pensate per azionarsi con una velocità minima di 10Km/h, verranno rivestite con materiale fono assorbente e isolanti insonorizzanti per ridurre al minimo – quasi zero – la rumorosità delle pale eoliche. L’intera struttura avrà pertanto 80 tetti, e in ognuno saranno installate delle cellule fotovoltaiche per garantire energia pulita al grattacielo. La climatizzazione verrà alimentata dal “Solar Cooling“: ovvero dei convettori solari che riscaldano l’acqua – tramite dei pannelli termodinamici anziché ad energia elettrica – ricorrendo al raffreddamento solare (solar cooling) e permetteranno di climatizzare gli ambienti ottenendo gli stessi benefici della climatizzazione classica, ma con un impatto energetico molto più basso. Inoltre, tutti gli impianti elettrici dell’edificio saranno predisposti per ridurre al minimo il consumo elettrico: gli ambienti comuni (ad esempio i corridoi dello stesso piano) avranno un collegamento sensoriale con la luce esterna, in modo tale che si accenderanno in base alla luce che arriverà dalle finestre; e ancora, in ogni appartamento sarà possibile regolare elettronicamente la chiusura delle tapparelle facendo in modo che l’irradiazione del sole non arrivi direttamente all’interno nelle ore di massima esposizione. In questo caso si ridurranno anche i consumi derivati dall’aria condizionata.
La tecnologia è veramente il punto forte delle Rotating Tower: l’accesso agli appartamenti avverrà solamente tramite il riconoscimento dell’iride, la rotazione di ogni singolo modulo potrà essere effettuata solo con il comando vocale. Non esiste un garage: ogni auto verrà portata direttamente al piano tramite dei montacarichi azionati anch’essi dal riconoscimento dell’iride. Il sistema antincendio userà la stessa acqua potabile che serve gli appartamenti, e, quest’ultima, verrà filtrata con dei sistemi tecnologici all’avanguardia, e questo permetterà di abbattere i costi di manutenzione perché, non avendo due sezioni separate, il controllo e il ricircolo sarà continuo.
Ma tutto questo non è fantascienza. Alla fine del 2010, a Dubai, verrà inaugurato il primo grattacielo rotante della storia, e presto ce ne saranno altri a Mosca, New York, Pechino, Parigi, Monaco, Francoforte, Amburgo, Boston e Miami. Può darsi che ne verrà costruito uno a Milano per l’Expo del 2015, ma finora ci sono stati solo dei fugaci contatti con l’amministrazione meneghina. La cosa che ci rende orgogliosi, noi italiani, è che solamente il pilone centrale verrà costruito in loco, i moduli verranno costruiti ad Altamura, in Puglia, già completi di allacciamenti elettrici e idraulici, dotati di bagni, cucine, illuminazione e complementi d’arredo, per poi essere agganciati al pilone centrale direttamente sul posto. Risparmio sui tempi di circa il 30% e sui costi del 10%, inoltre la manodopera tecnica in cantiere è attorno al 22% del normale. Ultimo appunto per i costi: ogni piattaforma abitativa avrà una metratura che parte dai 124 mq fino a 1200 mq, con costi medi di 20mila euro a metro quadro. Ciò significa dai due ai venti milioni di euro ad appartamento/villetta. Per molti ma non per tutti. La tecnologia al servizio dell’architettura e dell’ecologia.
Al Salone del Gusto di Torino 2008, sono stati serviti 26mila coperti tutti con posate e piatti in plastica. Ma non era una plastica normale: era bioplastica Mater-Bi.
Il Mater-Bi è una plastica particolare ottenuta dall’amido di mais, da patate e/o da grano addizionato a polimeri sintetici, che hanno l’effetto di disintegrare e compostare tutto ciò che è stato creato da questo materiale quando viene cestinato. Col Mater-Bi si fanno piatti, pannolini, vaschette per alimenti, buste da shopper, per l’umido della differenziata e altri centinaia di possibili utilizzi. L’ideatore è ancora una volta italiano: la pluripremiata chimica Catia Bastioli della Novamont di Novara. La procedura di compostaggio del Mater-Bi avviene assieme agli avanzi del cibo di tutti i giorni, per cui, con questo procedimento, si risparmia circa 20 volte il contenuto inquinante di CO2 disperso nell’ambiente. Mica poco! La dottoressa Bastioli, dopo aver fatto mangiare gli ospiti del Salone del Gusto con le posate completamente assorbibili dall’ambiente, si sta cimentando con il pneumatico sostenibile: il Biopneumatico. Tramite complesse procedure tecnologiche, la Novamont sta per rilasciare il primo pneumatico a bassa resistenza al rotolamento. Questo grandioso progetto ecosostenibile, dovrebbe far risparmiare circa il 25% di carburante rispetto ad un treno di gomme standard. Il prototipo dovrebbe essere pronto a breve: vedremo se sarà all’altezza delle bioposate. Visti i precedenti giurerei di sì. La tecnologia al servizio della collettività e del benessere ecosostenibile.
La casa delle foglie, o con le foglie, è quello che hanno in mente alla Loccioni di Ancona. L’hanno chiamata Leaf House, la casa della foglia appunto. Qui si coniuga perfettamente la tecnologia e l’ambiente. Una mini città dove a farla da padrone è la modernità e la vivibilità: con centrali idroelettriche con salti di un metro che permettono di soddisfare il fabbisogno di 60 famiglie ma anche il recupero e il trattamento delle acque, una scuola con i pannelli solari sul tetto, mezzi di trasporto elettrici o a idrogeno, luoghi di lavoro ecocompatibili. Tutto controllato da sensori, da centraline e da indicatori che rilevano i consumi, l’energia solare prodotta e quella utilizzata, la bontà dell’aria e dell’acqua. Nel pieno rispetto dell’ambiente e del basso impatto nell’ecosistema. Il loro scopo è far capire ai politici che il verde non soltanto può sostenere benissimo l’economia, ma può creare anche tanti posti di lavoro. Obama insegna. L’ambiente tecnologico al servizio del cittadino e del suo bisogno giornaliero.
Parlando di energia si pensa subito al petrolio. Ma esistono in natura altri sistemi per produrre energia. La scelta del nostro Governo è caduta sul nucleare: scelta discutibile per certi versi, ottima e matura per altri. La scelta di un’energia diversa dal petrolio è senz’altro ricorrente e urgente, ma non significa per forza usare solo un tipo di energia alternativa – come potrebbe essere il nucleare. Ad Arezzo c’è una cooperativa che si chiama La Fabbrica del Sole, e non è la solita azienda che si occupa di energie alternative. Si occupa di idrogeno. L’idrogeno può anche essere usato come energia alterntiva questo è vero, ma inaugurare il primo idrogenodotto al mondo prodotto dal metano e dall’energia solare è una cosa unica. La Fabbrica del Sole per ora soddisfa solamente poche aziende orafe nell’aretino – anche perché è stato aperto solo un chilometro di idrogenodotto -, ma il centro ricerca HydroLAb sta mettendo a punto un progetto che pensa in grande e che – probabilmente – sarà il più grosso passo avanti verso l’indipendenza energetica: creare un insieme di edifici completamente autonomi che producano e utilizzano l’energia prodotta indipendentemente da qualsiasi rete energetica esterna. Pannelli solari, solar cooling e impianti fotovoltaici, permetteranno agli edifici costruiti dalla Fabbrica del Sole di eliminare il trasporto dell’energia elettrica in loco, l’impatto paesaggistico derivato da cavi e tralicci, e faranno risparmiare agli occupanti delle ingenti somme di denaro per comprare l’elettricità dall’esterno. L’energia se la creeranno da soli e a costo praticamente nullo: il sole è pur sempre gratis.
Quante volte ci è successo che si scarica il telefonino mentre lo usiamo: siamo costretti a prendere il caricabatterie, cercare una presa dove collegarlo e ricaricare il cellulare, spesso mentre siamo anche al telefono. E’ comodo avere sempre un caricabatterie a disposizione… peccato che esistano solo per i cellulari. O no?
Ricordatevi questi nomi per il prossimo futuro: Shai Agassi e Better Place. Agassi è un trentenne israeliano fondatore, durante gli anni boom delle dot.com, di una delle più importanti società di software israeliane. Venduta alla SAP l’azienda di famiglia (la SAP è la prima azienda di software aziendale al mondo), ne diventa responsabile dei prodotti. Alla prima riunione nella nuova società, Agassi fa un discorso assai strano: disse che l’azienda avrebbe dovuto cedere gratuitamente i suoi hardware e i suoi software, e avrebbe dovuto fare del proprio database un opensource. Facendosi pagare solo l’assistenza sarebbe riuscita a scalzare Oracle da leader del mercato. Tutti gli astanti si misero a ridere tranne uno: “E’ l’unico con idee sensate, qua dentro“. A parlare era stato Hasso Plattner, uno dei fondatori di SAP. Ma Shai aveva un’altra idea per la testa: l’emancipazione dal petrolio e dalla benzina per le auto.
Licenziatosi da SAP, nel 2005 Agassi fonda Project Better Place: un progetto dove non si vede più la forma antiquata dell’auto elettrica, ma della batteria per l’auto elettrica a noleggio. Il massimo problema nel costruire auto elettriche non è sul come farle, ma bensì sulla durata delle batterie. Agassi scuote il mondo dei fabbricanti facendo il discorso inverso: quando si vende un auto, la si vende senza benzina. Allora perché vendere una macchina elettrica con la batteria che non è altro che la benzina per le auto normali? Da questa idea innovativa, Agassi riesce a racimolare sovvenzioni su sovvenzioni per mettere in pratica la prima parte del suo progetto: il beta tester che diventa il Paese beta. Se per un nuovo software ci vogliono dei beta tester che usino e diano feedback all’azienda produttrice, per il progetto Better Place non bastano poche persone, ma serve un vero e proprio Stato: Israele è il primo passo. In una riunione a Tel Aviv con Shimon Perez presente, Shai Agassi spiega alla platea il suo sogno: mettere al posto delle pompe di benzina, delle pompe per ricaricare le batterie delle auto con il Better Place al suo interno. La gente invece di comprare auto a benzina, compra quelle elettriche con le batterie BP e, come fossero dei distributori di benzina normali, trova ad ogni angolo delle stazioni di servizio per ricaricare le batterie. Il costo di ogni pieno è circa la metà della benzina, e invece di comprare l’auto come avviene adesso, i produttori – o i concessionari – la danno con grossissimi sconti o addirittura gratuita sotto forma di noleggio o abbonamento con le ricariche. Si risparmierebbe circa il 20% di CO2 fino al 2020 aumentato di un ulteriore 40% nei successivi cinque anni se le auto elettriche prendono il sopravvento anche in quei Stati dove la benzina è ancora considerata un bene primario (Stati Uniti e Medioriente su tutti).
Oggi il progetto è ben avviato, tanto che tra i maggiori sovvenzionatori c’è anche Renault che ha già creato una versione apposita della Megane per Better Place che ha chiamato Fluence. E tra i primi Paesi a credere nel progetto vi sono la Danimarca, Israele, le isole Hawaii, l’Australia e la California, mentre ci sono stati contatti con Spagna, Francia (Sarkozy ha già stanziato 400mln di euro) e Portogallo. Quello che è tecnologico nelle auto Better Place è il software all’interno del computer di bordo di tutte le auto: Gps, WiFi, telefonia cellulare, monitora il livello energetico, funge da servizio assistenza e da assistente personale. Oggi questa macchina elettrica esiste e si chiama AutOS. E il Project è stato eliminato per far posto a Better Place. La tecnologia pulita ci porta anche a spasso. Ma stavolta non dice una parola in italiano.
Tecnologia e ambiente: due facce per la stessa medaglia
Quando parliamo di tecnologia la prima cosa che ci viene in mente sono i chip, i microprocessori, l’hardware o il software. A nessuno viene quasi mai in mente di pensare all’ecologia, all’ecosistema o al risparmio energetico. Tutti pensiamo, a primo acchito, alle trasformazioni che la tecnologia ci permette di creare – o quantomeno usare – nel nostro vivere quotidiano. La tecnologia è ormai diventata parte integrante della nostra vita: le comunicazioni tra colleghi amici e parenti avvengono prevalentemente tramite e-mail o messaggeria istantanea, sms o videotelefono. Se dobbiamo scrivere un appunto usiamo l’agenda del telefonino, se dobbiamo creare una presentazione per lavoro usiamo l’insostituibile Powerpoint (e le altre versioni più o meno conosciute), se dobbiamo pubblicare un post sul nostro blog, chiaramente, usiamo il pc o lo smartphone. Tutto questo è naturalmente “Tecnologia”. Ma non lo è solo in questi casi. Quando la tecnologia sposa l’ambiente, parla soprattutto italiano.
La maggior parte dei rifiuti che noi creiamo viene smaltita nel riciclaggio, decomposta se biodegradabile, riutilizzata come la borsa della spesa in silicone o in plastica per i rifiuti. Non tutto però è riciclabile. Ad Arese, piccolo paesino alle porte di Milano, una volta si producevano le Alfa Romeo. In alcuni stabilimenti dell’Alfa, Diego Giancristofaro nel 2005 crea una piccola sturtup che si chiama Greenfluff. Il “Fluff” è quella parte non riciclabile delle automobili – circa il 30% – che finisce dritta dritta nelle discariche ma che, essendo ricche di metallo, gomma, vetro, fibre tessili e carta, è altamente inquinante. Giancristofaro ha creato un’azienda tutta automatizzata e robotizzata per trattare, condizionare e riciclare oltre 120mila tonnellate di fluff l’anno. Tutto il processo avviene a freddo e senza combustione o agenti chimici. Il processo è talmente pulito e conveniente, che Giancristofaro – potendo smaltire solo una piccola parte delle 750mila tonnellate di fluff che si producono in Italia – sta per aprire un secondo stabilimento a Foggia. La tecnologia ha fatto il primo passo per l’ambiente.
David Fisher è un architetto israeliano che vive e lavora in Italia dal 1968. Trasferitosi da Tel Aviv a Firenze per finire gli studi e sposare un’italiana, Fisher oggi è il massimo interprete del design dinamico. Lui stesso racconta come un giorno si trovava a Miami e si era reso conto che gli appartamenti nei grattacieli avevano un costo diverso in base al panorama che offrivano. Un altro giorno invece, a casa di amici a Manhattan, gli si fa notare che quello era l’unico appartamento da essere esposto sia sull’East River che sull’Hudson. «Bisogna realizzare un edificio che dia a tutti la possibilità di avere panorami a 360 gradi». E fu così che nacque il primo approccio alle “Rotating Tower“: grattacieli modulari dove ogni piano è composto da moduli assemblati ad un pilone centrale completamente autonomi l’uno dall’altro. E che ruotano a 360 gradi indipendenti l’uno dall’altro.
La struttura principale è, come detto, il pilone centrale. A questo si inseriranno i vari moduli girevoli che ospiteranno gli appartamenti e le villette per un totale di 80 piani, quindi 80 moduli, su un altezza di 420 metri. Ma il vero punto forte del progetto non è solo la dinamicità degli ambienti, ma la base costruttiva e del funzionamento. La separazione dei piani avverrà con dei cavi in fibra di carbonio che soddisferà le esigenze energetiche dell’intero stabile. All’interno del pilone centrale verranno inserite 80 turbine eoliche che produrranno 1200 MWh di energia l’anno, pensate per azionarsi con una velocità minima di 10Km/h, verranno rivestite con materiale fono assorbente e isolanti insonorizzanti per ridurre al minimo – quasi zero – la rumorosità delle pale eoliche. L’intera struttura avrà pertanto 80 tetti, e in ognuno saranno installate delle cellule fotovoltaiche per garantire energia pulita al grattacielo. La climatizzazione verrà alimentata dal “Solar Cooling“: ovvero dei convettori solari che riscaldano l’acqua – tramite dei pannelli termodinamici anziché ad energia elettrica – ricorrendo al raffreddamento solare (solar cooling) e permetteranno di climatizzare gli ambienti ottenendo gli stessi benefici della climatizzazione classica, ma con un impatto energetico molto più basso. Inoltre, tutti gli impianti elettrici dell’edificio saranno predisposti per ridurre al minimo il consumo elettrico: gli ambienti comuni (ad esempio i corridoi dello stesso piano) avranno un collegamento sensoriale con la luce esterna, in modo tale che si accenderanno in base alla luce che arriverà dalle finestre; e ancora, in ogni appartamento sarà possibile regolare elettronicamente la chiusura delle tapparelle facendo in modo che l’irradiazione del sole non arrivi direttamente all’interno nelle ore di massima esposizione. In questo caso si ridurranno anche i consumi derivati dall’aria condizionata.
La tecnologia è veramente il punto forte delle Rotating Tower: l’accesso agli appartamenti avverrà solamente tramite il riconoscimento dell’iride, la rotazione di ogni singolo modulo potrà essere effettuata solo con il comando vocale. Non esiste un garage: ogni auto verrà portata direttamente al piano tramite dei montacarichi azionati anch’essi dal riconoscimento dell’iride. Il sistema antincendio userà la stessa acqua potabile che serve gli appartamenti, e, quest’ultima, verrà filtrata con dei sistemi tecnologici all’avanguardia, e questo permetterà di abbattere i costi di manutenzione perché, non avendo due sezioni separate, il controllo e il ricircolo sarà continuo.
Ma tutto questo non è fantascienza. Alla fine del 2010, a Dubai, verrà inaugurato il primo grattacielo rotante della storia, e presto ce ne saranno altri a Mosca, New York, Pechino, Parigi, Monaco, Francoforte, Amburgo, Boston e Miami. Può darsi che ne verrà costruito uno a Milano per l’Expo del 2015, ma finora ci sono stati solo dei fugaci contatti con l’amministrazione meneghina. La cosa che ci rende orgogliosi, noi italiani, è che solamente il pilone centrale verrà costruito in loco, i moduli verranno costruiti ad Altamura, in Puglia, già completi di allacciamenti elettrici e idraulici, dotati di bagni, cucine, illuminazione e complementi d’arredo, per poi essere agganciati al pilone centrale direttamente sul posto. Risparmio sui tempi di circa il 30% e sui costi del 10%, inoltre la manodopera tecnica in cantiere è attorno al 22% del normale. Ultimo appunto per i costi: ogni piattaforma abitativa avrà una metratura che parte dai 124 mq fino a 1200 mq, con costi medi di 20mila euro a metro quadro. Ciò significa dai due ai venti milioni di euro ad appartamento/villetta. Per molti ma non per tutti. La tecnologia al servizio dell’architettura e dell’ecologia.
Al Salone del Gusto di Torino 2008, sono stati serviti 26mila coperti tutti con posate e piatti in plastica. Ma non era una plastica normale: era bioplastica Mater-Bi.
Il Mater-Bi è una plastica particolare ottenuta dall’amido di mais, da patate e/o da grano addizionato a polimeri sintetici, che hanno l’effetto di disintegrare e compostare tutto ciò che è stato creato da questo materiale quando viene cestinato. Col Mater-Bi si fanno piatti, pannolini, vaschette per alimenti, buste da shopper, per l’umido della differenziata e altri centinaia di possibili utilizzi. L’ideatore è ancora una volta italiano: la pluripremiata chimica Catia Bastioli della Novamont di Novara. La procedura di compostaggio del Mater-Bi avviene assieme agli avanzi del cibo di tutti i giorni, per cui, con questo procedimento, si risparmia circa 20 volte il contenuto inquinante di CO2 disperso nell’ambiente. Mica poco! La dottoressa Bastioli, dopo aver fatto mangiare gli ospiti del Salone del Gusto con le posate completamente assorbibili dall’ambiente, si sta cimentando con il pneumatico sostenibile: il Biopneumatico. Tramite complesse procedure tecnologiche, la Novamont sta per rilasciare il primo pneumatico a bassa resistenza al rotolamento. Questo grandioso progetto ecosostenibile, dovrebbe far risparmiare circa il 25% di carburante rispetto ad un treno di gomme standard. Il prototipo dovrebbe essere pronto a breve: vedremo se sarà all’altezza delle bioposate. Visti i precedenti giurerei di sì. La tecnologia al servizio della collettività e del benessere ecosostenibile.
La casa delle foglie, o con le foglie, è quello che hanno in mente alla Loccioni di Ancona. L’hanno chiamata Leaf House, la casa della foglia appunto. Qui si coniuga perfettamente la tecnologia e l’ambiente. Una mini città dove a farla da padrone è la modernità e la vivibilità: con centrali idroelettriche con salti di un metro che permettono di soddisfare il fabbisogno di 60 famiglie ma anche il recupero e il trattamento delle acque, una scuola con i pannelli solari sul tetto, mezzi di trasporto elettrici o a idrogeno, luoghi di lavoro ecocompatibili. Tutto controllato da sensori, da centraline e da indicatori che rilevano i consumi, l’energia solare prodotta e quella utilizzata, la bontà dell’aria e dell’acqua. Nel pieno rispetto dell’ambiente e del basso impatto nell’ecosistema. Il loro scopo è far capire ai politici che il verde non soltanto può sostenere benissimo l’economia, ma può creare anche tanti posti di lavoro. Obama insegna. L’ambiente tecnologico al servizio del cittadino e del suo bisogno giornaliero.
Parlando di energia si pensa subito al petrolio. Ma esistono in natura altri sistemi per produrre energia. La scelta del nostro Governo è caduta sul nucleare: scelta discutibile per certi versi, ottima e matura per altri. La scelta di un’energia diversa dal petrolio è senz’altro ricorrente e urgente, ma non significa per forza usare solo un tipo di energia alternativa – come potrebbe essere il nucleare. Ad Arezzo c’è una cooperativa che si chiama La Fabbrica del Sole, e non è la solita azienda che si occupa di energie alternative. Si occupa di idrogeno. L’idrogeno può anche essere usato come energia alterntiva questo è vero, ma inaugurare il primo idrogenodotto al mondo prodotto dal metano e dall’energia solare è una cosa unica. La Fabbrica del Sole per ora soddisfa solamente poche aziende orafe nell’aretino – anche perché è stato aperto solo un chilometro di idrogenodotto -, ma il centro ricerca HydroLAb sta mettendo a punto un progetto che pensa in grande e che – probabilmente – sarà il più grosso passo avanti verso l’indipendenza energetica: creare un insieme di edifici completamente autonomi che producano e utilizzano l’energia prodotta indipendentemente da qualsiasi rete energetica esterna. Pannelli solari, solar cooling e impianti fotovoltaici, permetteranno agli edifici costruiti dalla Fabbrica del Sole di eliminare il trasporto dell’energia elettrica in loco, l’impatto paesaggistico derivato da cavi e tralicci, e faranno risparmiare agli occupanti delle ingenti somme di denaro per comprare l’elettricità dall’esterno. L’energia se la creeranno da soli e a costo praticamente nullo: il sole è pur sempre gratis.
Quante volte ci è successo che si scarica il telefonino mentre lo usiamo: siamo costretti a prendere il caricabatterie, cercare una presa dove collegarlo e ricaricare il cellulare, spesso mentre siamo anche al telefono. E’ comodo avere sempre un caricabatterie a disposizione… peccato che esistano solo per i cellulari. O no?
Ricordatevi questi nomi per il prossimo futuro: Shai Agassi e Better Place. Agassi è un trentenne israeliano fondatore, durante gli anni boom delle dot.com, di una delle più importanti società di software israeliane. Venduta alla SAP l’azienda di famiglia (la SAP è la prima azienda di software aziendale al mondo), ne diventa responsabile dei prodotti. Alla prima riunione nella nuova società, Agassi fa un discorso assai strano: disse che l’azienda avrebbe dovuto cedere gratuitamente i suoi hardware e i suoi software, e avrebbe dovuto fare del proprio database un opensource. Facendosi pagare solo l’assistenza sarebbe riuscita a scalzare Oracle da leader del mercato. Tutti gli astanti si misero a ridere tranne uno: “E’ l’unico con idee sensate, qua dentro“. A parlare era stato Hasso Plattner, uno dei fondatori di SAP. Ma Shai aveva un’altra idea per la testa: l’emancipazione dal petrolio e dalla benzina per le auto.
Licenziatosi da SAP, nel 2005 Agassi fonda Project Better Place: un progetto dove non si vede più la forma antiquata dell’auto elettrica, ma della batteria per l’auto elettrica a noleggio. Il massimo problema nel costruire auto elettriche non è sul come farle, ma bensì sulla durata delle batterie. Agassi scuote il mondo dei fabbricanti facendo il discorso inverso: quando si vende un auto, la si vende senza benzina. Allora perché vendere una macchina elettrica con la batteria che non è altro che la benzina per le auto normali? Da questa idea innovativa, Agassi riesce a racimolare sovvenzioni su sovvenzioni per mettere in pratica la prima parte del suo progetto: il beta tester che diventa il Paese beta. Se per un nuovo software ci vogliono dei beta tester che usino e diano feedback all’azienda produttrice, per il progetto Better Place non bastano poche persone, ma serve un vero e proprio Stato: Israele è il primo passo. In una riunione a Tel Aviv con Shimon Perez presente, Shai Agassi spiega alla platea il suo sogno: mettere al posto delle pompe di benzina, delle pompe per ricaricare le batterie delle auto con il Better Place al suo interno. La gente invece di comprare auto a benzina, compra quelle elettriche con le batterie BP e, come fossero dei distributori di benzina normali, trova ad ogni angolo delle stazioni di servizio per ricaricare le batterie. Il costo di ogni pieno è circa la metà della benzina, e invece di comprare l’auto come avviene adesso, i produttori – o i concessionari – la danno con grossissimi sconti o addirittura gratuita sotto forma di noleggio o abbonamento con le ricariche. Si risparmierebbe circa il 20% di CO2 fino al 2020 aumentato di un ulteriore 40% nei successivi cinque anni se le auto elettriche prendono il sopravvento anche in quei Stati dove la benzina è ancora considerata un bene primario (Stati Uniti e Medioriente su tutti).
Oggi il progetto è ben avviato, tanto che tra i maggiori sovvenzionatori c’è anche Renault che ha già creato una versione apposita della Megane per Better Place che ha chiamato Fluence. E tra i primi Paesi a credere nel progetto vi sono la Danimarca, Israele, le isole Hawaii, l’Australia e la California, mentre ci sono stati contatti con Spagna, Francia (Sarkozy ha già stanziato 400mln di euro) e Portogallo. Quello che è tecnologico nelle auto Better Place è il software all’interno del computer di bordo di tutte le auto: Gps, WiFi, telefonia cellulare, monitora il livello energetico, funge da servizio assistenza e da assistente personale. Oggi questa macchina elettrica esiste e si chiama AutOS. E il Project è stato eliminato per far posto a Better Place. La tecnologia pulita ci porta anche a spasso. Ma stavolta non dice una parola in italiano.
La tecnologia Sync di Microsoft
[video]kjQVn5cmqlg[/video]
Le tecnologie educative

Quando si afferma che le tecnologie hanno operato una vera e propria rivoluzione nella nostra società spesso non si pensa alla loro grande valenza in campo educativo. Eppure non si può prescindere dal considerare che a livello didattico il computer e internet sono dei mezzi fondamentali per favorire l’apprendimento e l’assimilazione dei contenuti.
Il web pullula di servizi utili a livello educativo per i bambini, per imparare più facilmente le informazioni relative anche a materie ostiche e per stimolare a tematiche importanti quali la legalità, il rispetto per l’ambiente, la cittadinanza attiva, la salvaguardia del patrimonio storico, artistico e culturale, ecc.
Le immagini in movimento dei contenuti fruibili grazie al pc e al web sono una risorsa rilevante per l’apprendimento perché più incisive e più capaci di stimolare l’attenzione rispetto ad un testo scritto. Le tecnologie educative sono indispensabili anche per la didattica rivolta agli alunni in situazione di handicap, che, grazie ad appositi software, possono far fronte alle loro difficoltà nell’ambito dell’apprendimento.
In campo educativo le tecnologie lasciano ampio spazio ad un processo non ancora concluso, ma suscettibile di applicazioni sempre più significative. Tutto ciò sperando che le istituzioni competenti in materia si facciano carico di sostenere e portare avanti un tipo di alfabetizzazione nella quale le tecnologie abbiano un ruolo di primo piano e non siano solo degli elementi accessori accanto ai saperi tradizionali.
Il business del gratuito
L’economia del “gratuito” è ormai un dato assodato: «Non una scelta ma una necessità a partire dal momento in cui l’esborso primario di un’azienda diventa qualcosa che abbia a che fare con il silicio». A dirlo non è l’uomo qualunque, ma un personaggio che della Freeconomics ne ha fatto un arte. Chris Anderson – direttore di Wired e teorico della “Coda lunga” -, nel suo ultimo libro – “Free” – non ancora pubblicato, ma largamente anticipato da un suo articolo proprio su Wired, inscena l’economia incentrata sul gratuito partendo dal web: il Web cambierà il mondo, e la Freeconomics farà la stessa cosa.
Alcuni esempi ci riguardano da vicino. Mettiamo il caso del computer: hardware e software amalgamati in un unico involucro che ci permettono di fare tutto. Di cambiare il mondo con il web. Il software rappresentato dal sistema operativo, cuore e anima di ogni computer, oggi non è più solo proprietario quindi a pagamento, ma può essere – lo è già – gratuito. Parliamo di Linux: il sistema operativo aperto e concentrato nel gratuito.
Parliamo del software che gira all’interno dei sistemi operativi – sia proprietari che liberi: un grande assortimento di guazzabugli spesso senza oneri se non quello di usarlo e segnalarne le anomalie agli sviluppatori.
Parliamo dei database per i siti web, ma non solo, dove il capo indiscusso è MySql acquisito da Sun per un miliardo di dollari all’inizio dello scorso anno, prevalentemente gratuito a parte qualche clausola per il commerciale, parliamo anche – ma soprattutto – di SQLite: database innovativo, aperto, gratuito e di pubblico dominio, sponsorizzato tra l’altro da Mozilla, Symbian e Adobe, ne fanno – oggi – uno dei più affidabili e usati database al mondo… del web chiaramente.
Ma parliamo anche di telefonia. Android, il sistema operativo nativo per cellulari sviluppato da Google, è l’oggetto dei desideri di qualsiasi geek alle prime e alle ultime armi. Gratuito, aperto, modificabile e infinitamente adattabile ad ogni circostanza. Tanto che il primo G-1 è bruttino esteticamente, ma sin da subito Htc e T-Mobile hanno creduto al progetto. Come crede al progetto Motorola con la prossima generazione di cellulari basati su Android.
Gtatuito dicevamo, lo è anche Android. E lo sono anche le migliaia di applicazioni create appositamente per il G-Phone, raggruppate nello store Android Market sulla falsariga dell’AppStore di Apple e il suo iPhone. La differenza con iPhone è solamente nella conduzione delle applicazioni: tutte gratuite per Android, a pagamento alcune – la maggior parte – per iPhone. E queste applicazioni non sono state disegnate da Google, ma dai vincitori dell’Android Developer Challenge: un concorso ideato dalla stessa azienda di Mountain View, che ha riversato nelle casse dei vincitori la somma di 10milioni di dollari. Quindi un’applicazione per l’utente, creata dall’utente. Tutto scaricabile gratuitamente. Dal web naturalmente.
Tutto per navigare sul web. Il cerchio si stringe attorno ad un unico caos tecnologico vivente: il web a misura d’uomo.
Ma come ci trasferiamo sul web in caso volessimo scaricare le gratuità della Grande Rete Globale? Ma con browser… anch’esso gratuito: Firefox il più famoso, Opera il più accattivante, e Chrome – il più intelligente – a breve anche per gli utenti del grande Core.
Google quindi. Da Re della ricerca, si trasforma a Re del tutto: “ci sono più di 3 miliardi di cellulari in funzione, e ogni anno il ricambio supera la soglia del miliardo, contro i 200 milioni di computer. Sono di fatto l’unico vero dispositivo tecnologico universale esistente, con il quale ormai più che telefonare si accede alla rete e ai suoi servizi”. Svelato il mistero? Certo, ma non solo. BigG ha fatto del gratuito il suo credo, come Anderson ha fatto de La coda lunga la sua linea di condotta verso tutto ciò che comporta la freeconomics.
Gratis è buono! Se diventa anche business…
Cinque previsioni per il futuro tecnologico
La redazione di Cnet.com ha pubblicato ieri i commenti a cinque previsioni per il futuro relative ad altrettante novità tecnologiche che potrebbero realizzarsi o che sicuramente si verificheranno durante i prossimi dodici mesi.
1. Non ci saranno dubbi che quest’anno verrà ridotto il prezzo della PlayStation 3 a 100 dollari. Questo sarà dovuto ad una maggiore concorrenza delle altre console che porterà Sony ad abbassare il prezzo per competere in modo equilibrato e anche ad una riduzione dei costi di produzione dei componenti della console.
2. Sarà solo questione di tempo prima che Apple annuncerà la diffusione del suo iPhone anche ad altri distributori, terminando così a tutti gli effetti il periodo di esclusività dell’operatore AT&T. Questo lungo periodo è durato per due anni, ma adesso Apple ha compreso sicuramente che mantenere un’esclusiva verso un unico operatore può danneggiare i propri guadagni, escludendo le vendite a persone legate ad altre aziende che scelgono comunque di privilegiare l’iPhone.
3. Il formato blu-ray non guadagnerà molto terreno durante il 2009. Finora la percentuale di utilizzo di questo formato è ancora piuttosto bassa (dal 10 al 15% a settimana secondo dati Nielsen). I costi di film e giochi su questi supporti sono ancora elevati per permettere agli utenti di passare definitivamente ad un utilizzo maggiore di questo formato.
4. Vista è stato un incubo per Microsoft. I fornitori sono ancora sconvolti per le scarse vendite del prodotto e le imprese sono riluttanti a distribuire il sistema operativo per paura di incompatibilità, di sicurezza e di problemi di stabilità. Si può notare facilmente che Microsoft comincia a parlare di più e più su Windows 7, forse per far dimenticare Vista. Probabilmente il momento perfetto per annunciare la data esatta del lancio di Windows 7 (da molti indicata nel 2 novembre) sarà nei mesi di marzo e aprile.
5. Sarà difficile che Steve Jobs annuncerà ufficialmente il suo ritiro da Apple. Sarebbe disastroso per le azioni della società e non darebbe nessun beneficio. Molto probabilmente sarà egli stesso ad annunciare il nome del suo successore, che dovrà sicuramente essere una persona forte e carismatica, in modo da poter continuare dignitosamente l’opera del suo predecessore.
Queste le cinque previsioni. Per scoprire se saranno verificate dovremo aspettare dodici mesi. Poi ne riparleremo. Quel che è certo è che il 2009 sarà un anno insuperabile per quanto riguarda le innovazioni tecnologiche e digitali. Noi proveremo a raccontarvele quotidianamente.
PsicoWeb: Il cervello connesso ad internet (prima parte)

Il titolo di questo articolo non è frutto di fantasia allo stato puro, ma è fortemente correlato agli scenari futuri prospettati da Paul Wolpe, docente di sociologia alla University of Pennsylvania oltre che presidente dell’American Society of Bioethics And Humanities. Paul Wolpe ha dichiarato che tra 10 o 15 anni il cervello dell’uomo potrà essere collegato direttamente ad internet, potenziando in maniera straordinaria le potenzialità dei nostri neuroni.
Ma già oggi esistono molte soluzioni che prevedono proprio l’interazione tra cervello e computer o ultimi ritrovati della tecnologia. Basti pensare alla stanza particolare della Fondazione Santa Lucia di Roma, nella quale si può controllare tutto l’ambiente attraverso una cuffia munita di elettrodi in grado di coordinare un sistema domotico per mezzo di un computer.
In pratica ci si deve concentrare su un’icona e il cervello produce potenziali evocati P300 (segnali elettrochimici emessi entro 300 msec) che il sistema è in grado di riconoscere. Se ci si concentra sull’icona che riproduce la lampadina, si accenderanno le luci della stanza, se si punta quella della porta, quest’ultima si apre.
Con l’ausilio di una tastiera virtuale “la forza del pensiero” può essere utilizzata anche per scrivere un’e-mail. L’interazione fra umani e computer non è più fantascienza, ma è diventata realtà. Non si tratta più di attribuire poteri paranormali al pensiero, ma di mettere in relazione con il computer i segnali connessi al nostro corpo, oltre che la nostre psiche, potrà formare un sistema integrato, nel quale umano e pc compartecipano nella gestione della vita quotidiana.
Nella seconda parte dell’articolo (che potrete leggere da mercoledì 17, nda) altri esempi già esistenti del cervello interagente con la tecnologia e le prospettive evoluzionistiche a questo proposito: si potrebbe parlare anche di “immortalità“.

