Lassù, a 2000 anni luce, ci potrebbe essere qualcuno che ci osserva! E’ stato scoperto, grazie al lavoro di un gruppo di studiosi di diversi Stati del mondo, un nuovo sistema planetario dalle caratteristiche sorprendenti. E’ stata la sonda Keplero ad immortalarlo durante l’esplorazione dello spazio, e ha rivelato un sistema composto da una stella, [...]
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La libertà in rete è un diritto

[La Grande Muraglia by Scamminick]
Il discorso del Segretario di Stato americano Hillay Clinton al Newseum di Washington sulla libertà in rete ha avuto delle conseguenze devastanti per i rapporti economici con la Cina, ma ha aperto una voragine tra la democrazia – o presunta tale – in rete e la censura attuata da alcuni paesi per bloccarne i contenuti e le espressioni individuali.
“Mai come in questo periodo l’informazione è stata libera e globale. O avrebbe la libertà di esserlo. L’accesso libero all’informazione è fondamentale per la democrazia. Ci sono barriere e muri virtuali che vanno abbattuti, oggi, come un tempo abbiamo abbattuto i muri della repressione, e il muro di Berlino. Blog, video, messaggi, social network, hanno un ruolo fondamentale. Per diffondere verità e giustizia. Ci sono pericoli, perché la Rete aperta è stata utilizzata anche da Al Qaeda per lanciare minacce contro il mondo e recrutare terroristi. E’ utilizzata per pornografia e pedofilia, per rapimenti, mercati neri. Ma non serve la censura, come hanno fatto Cina, Tunisia, Arabia Saudita, Vietnam o Uzbekistan, per combattere chi usa Internet per scopi malvagi. Continueranno a esserci e dobbiamo esserne consapevoli. Dobbiamo aumentare la sicurezza, coordinare gli sforzi contro gli hacker in grado di minacciare la nostra economia, le banche online, l’e-commerce. Dobbiamo assicurare la sicurezza dei nostri network. E i paesi o gli individui che organizzeranno cyberattacchi dovranno affrontare delle conseguenze e la condanna internazionale.”
Tutto nasce quando Google, presente nel paese asiatico ormai da anni, critica e denuncia l’attacco ai suoi danni di hacker cinesi, i quali avrebbero violato le caselle gmail di alcuni utenti asiatici. Nei giorni successivi addirittura il Presidente Obama ha ricevuto una delegazione di Mountain View per capire meglio che tipo di attacco avrebbero subito i server di Google, e immediatamente dopo si sono attivate le prime procedure diplomatiche per saperne di più dal governo cinese. Questa settimana il discorso del Segretario di Stato ha duramente attaccato quelli che, secondo l’amministrazione americana, sono la seconda varietà di stati canaglia: ovvero quegli stati che non aprono alle libertà individuali le maglie interne di internet, ma fanno in modo di censurare quei contenuti ritenuti dannosi dal regime. Naturalmente la risposta cinese non si è fatta attendere:
“Internet in Cina è aperta e la Cina è il Paese più attivo nello sviluppo di Internet, alla fine dell’anno scorso i netiziens cinesi hanno raggiunto la cifra di 384 milioni e ci sono 3,68 milioni di website, 180 milioni di blog. Gli Stati Uniti hanno criticato il modo in cui la Cina gestisce Internet e insinuato che essa ne restringe la libertà. Chiediamo agli Stati Uniti di rispettare i fatti e smettere di utilizzare la cosiddetta libertà su Internet per formulare accuse senza fondamento alla Cina. La Cina ha la sua situazione nazionale e le sue tradizioni culturali e gestisce Internet in accordo con le sue leggi e con le pratiche internazionali, esprimiamo la speranza che gli Usa rispettino gli impegni presi dai leader dei due Paesi per uno sviluppo delle relazioni tra loro.”
Che in Cina esista un grande fratello censorio che controlla tutte le comunicazione del paese in rete è fuori di ogni dubbio, però andrebbe anche ricordato che Google, quando ha aperto i propri uffici a Pechino, ha accettato implicitamente ed esplicitamente il grande proxy cinese. Però, nel momento in cui è stato toccato un proprio servizio, Google ha fatto il diavolo a quattro perché questa pratica sarebbe diventata illegale. A Mountain View sapevano che la Cina non era la patria dei diritti civili, come sapevano che la Rete non era libera come potrebbe esserlo nei paesi occidentali, ma hanno accettato comunque di iniziare il rapporto di lavoro col governo cinese per amore dell’arricchimento personale. Naturalmente non è una scusante la mancanza di democrazia, ma non può esserlo nemmeno se la stessa anti-democrazia ti ostacola nel tuo lavoro.
Yahoo nel 2005 fece arrestare il dissidente Shi Tao consegnando i suoi dati sensibili alla polizia cinese, e facendolo così condannare a 10 anni di carcere per aver detto al mondo che il regime ha vietato ai giornali cinesi di parlare dei tragici fatti di Piazza Tiananmen; il professore di lettere Liu Xiaobo, aderente dal 1989 al movimento democratico studentesco, è stato arrestato a Natale dello scorso anno per aver pubblicato degli articoli su dei siti web stranieri e sul fatto che è stato uno dei primi firmatari di Carta 08, un documento che critica il Partito comunista cinese e chiede l’instaurazione in Cina di un sistema democratico.
È proprio questo che si dovrebbe denunciare, ma non lo si fa quando in ballo ci sono i soliti interessi economici. Adesso Google ha deciso di dire apertamente le cose come stanno, speriamo non sia il solito fuoco di paglia causato de lesa maestà e che, invece, sia il primo grande passo per l’abbattimento dell’ennesimo muro antidemocratico. Quello della libertà.
A caccia del Web 2.0
Parecchi di voi si ricorderanno come qualche mese fa un aereo sorvolò la Statua della Libertà a New York, facendo credere alla popolazione un altro attacco kamikaze. Quell’aereo era l’Air Force One scortato da due F-16, ed era stato inviato dal direttore del Military Office della Casa Bianca, Louis Caldera, a scopo pubblicitario per farlo fotografare. Nulla di strano fin qui, se solo non fosse che i social network – Twitter in testa – hanno dato ampissimo risalto alla storia denunciando l’accaduto, e che sono costate il posto a Caldera.
Dopo tre mesi, il Pentagono ha stilato un rapporto dove mette in luce “i rischi per la sicurezza nazionale dovuti all’esistenza dei siti di Social Networking”, ma come allo stesso modo stia monitorando il web 2.0 per avviare future forme di “contenimento”. Già nel 2006, l’aviazione USA aveva finanziato un progetto di controllo sui social network dal costo di 450mila dollari, con lo scopo di stabilire se la rete sociale fosse utile alla lotta al terrorismo e, soprattutto, se queste informazioni potevano essere credibili o meno. Un sistema informatico all’avanguardia elaborava le migliaia di conversazioni sparse per la rete, ed elaborava i dati sensibili dal “cazzeggio” internettiano, distinguendo facilmente gli uni dagli altri.
Nel frattempo i Marines hanno chiuso la rete intranet militare per l’accesso ad internet, onde evitare che i soldati diano informazioni “sensibili” agli avversari indirettamente e senza farlo apposta. Si nota, quindi, che per lo Stato americano il web 2.0 sia allo stesso tempo utile e pieno di risorse, ma minaccioso perché facilmente incontrollabile.
Ed esattamente per questo scopo che non è difficile comprendere il perché, dal 2007, sono operative due task force di Marines che operano nel controllo e nella diffusione di messaggi diffusi dalla stessa US Air Force, constatando come nell’arco di pochissimi minuti vengono pubblicate le immagini dell’aereo di New York – con tre tweet al minuto ma scemando col passare dei giorni – mentre sui blog la notizia è rimasta molto più a lungo tra le notizie più commentate.
Qualcuno afferma come sia stupefacente questa fuga di notizie verso l’esterno, trattandosi di notizie militari. Non è ne’ stupefacente, ne’ la classica talpa all’interno del Pentagono: si tratta semplicemente del Freedom of Information Act in cui anche i militari sono costretti, loro malgrado, ad informare l’opinione pubblica dei rapporti e dei progetti in corso.
Incombe l’era di internet, e anche le giacche blu devono sottostare a certe regole imposte dall’innovazione. Forse…
[Image by jamesfletcher on Flickr]
La rete risponde: Last.fm a pagamento
Last.fm non è più gratuito. Farà pagare la radio ma non il social networking: a che serve se già esistono centinaia di biz sul web che offrono lo stesso servizio? E perché si paga la radio e non lo scrobbling, le features del sito, gli eventi e le classifiche proposte dagli utenti, e soprattutto perché in Germania, Regno Unito e Usa il servizio rimarrà gratuito?
Un comunicato dell’azienda dice che “Per continuare a garantire anche in futuro l’eccezionale qualità del servizio, dobbiamo chiedere agli ascoltatori che risiedono in Paesi diversi da Stati Uniti, Regno Unito e Germania di acquistare un abbonamento a 3,00 € al mese. In cambio, offriremo l’accesso illimitato alla radio di Last.fm e il nostro impegno a migliorare costantemente il servizio in futuro“. Ma sotto ci starebbero non solo problemi economici, ma particolari esigenze di marketing e di usabilità: “siamo focalizzati su UK, USA e Germania non solo perché questi paesi giocano il ruolo di mercato chiave, ma anche perché il nostro quartier generale è nel Regno Unito e da sempre abbiamo avuto una massiccia presenza in Germania“.
La protesta chiaramente è partita dai social network del portale radio, ma si è esteso a macchia d’olio in tutta la (blogo)sfera mondiale – tranne in Germania, UK e Usa logicamente. Partendo come nostro uso dall’Italia, facciamo una rapida carrellata di chi è pro e contro la scelta della Cbs di tassare Last.fm. Webepoque è deluso perché “restano esclusi dalla tassazione USA, UK e Germania che riescono a mantenere il servizio gratuitamente grazie all’overdose di spot.” A suo parere non trova giusto “pagare 3 euro per selezionare una stazione radio personalizzata, ad esempio Povia, e ascoltare solo la prima canzone di Povia e tutto il resto che rientra in un guazzabuglio di tag che uniscono Povia ai CCCP solo perchè entrambi italiani“. Come dargli torto, anche se il paragone… Giorgio la mette sul sentimentale perché “con la decisione di Last.fm di far sottoscrivere un abbonamento agli utenti crolla un altro mito della musica gratuita sul web“, mentre per Luigi è solo questione di business: “non ci resta che attendere le mosse degli altri servizi social. Il prossimo sarà Twitter“. Francesco si pone un’ottima domanda senza confini: “Internet non era senza confini? Un utente USA non è uguale ad un utente italiano?“. Addirittura c’è chi sa di chi è la colpa: “Sì, perché dopo gli accordi con le major è a queste “corporazioni” parassitarie che dobbiamo imputare i maggiori costi di mantenimento del servizio cui sarà sottoposta la società di Last.fm.” Francesco non ti sembra di essere fin troppo drastico? Anche se, a ragione veduta…
Ma Last.fm non è solamente una web radio da ascoltare, è soprattutto il primo importante trampolino di lancio per gli artisti emergenti. E allora vediamo cosa dicono gli artisti nostrani. Alessandro Bottura va alla spicciolata: “Già gli spazi riservati ai musicisti emergenti sono pochi, se poi usciamo dai confini di USA, Regno Unito e Germania la situazione si fa ancora più tragica! Credo che sostanzialmente il tutto sia una GROSSA vigliaccata, abilmente mascherata da necessità di retribuzione delle royalties agli artisti…“, It-Alien crede nel potere della condivisione al di la dei soldi: “last.fm ha lanciato il proprio programma di pagamento royalty per tutti gli artisti [...] trovo piuttosto ridicolo che in un anno e mezzo di presenza su jamendo, sito la cui visibilità è fortemente inferiore a last.fm, con 15.200 ascolti io abbia raccolto una cifra pur sempre irrisoria ma ben superiore a quanto necessario per essere pagato da last.fm, ciò detto, non ho alcuna pretesa economica per la mia musica e quindi mi accontento della visibilità che last.fm mi ha fornito gratuitamente (così come jamendo).” Opinione condivisibile fin quando non si ha “un nome”.
Hox Vox è più arrabbiato perché “ho caricato 3 album per complessivi 31 brani, tutti free listen/download (l’unica combinazione che non garantisce royalty al musicista). Sinceramente, un abbonamento onorario me lo potrebbero anche dare, altro che pagare IO per fargli il regalo di dargli materiale da mettere in radio. E’ folle, pagare in cambio di fare dei favori invece che riceverli.” Ozio sembra molto deluso anche come ascoltatore: “probabilmente resterà il migliore network social/musicale ma non credo che lo consiglierò in futuro ai miei amici.” Uno dei Bingo Bongo Trio starebbe per andare dai sindacati: “mi sembra uno sfruttamento e soprattutto una porta sbattuta in faccia a tutti quelli che credevano nella possibilità di promuovere la propria musica in modo indipendente o ascoltare senza problemi quella degli altri“, mentre la verità di First June Repression è più pragmatica: “il mondo della musica sembra avvicinarsi sempre più a quello del calcio.” FJR sei in ritardo perché la musica va ben oltre: il calcio è meno internazionale della musica.
Come potete vedere le sensazioni e le delusioni sono moltissime, c’è che è più o meno d’accordo e chi invece è completamente contrario all’iniziativa di Cbs. Però tutti possiamo fare un sospiro di sollievo: “We’re listening and we’ve postponed the date on which radio will become a subscription service outside the USA , UK and Germany.” Non è ancora arrivato il giorno del lascito
Cuba sviluppa Nova, contro i sistemi Microsoft
Cuba ha annunciato di aver sviluppato una versione personalizzata di Linux, per contrastare quella che viene considerata l’egemonia statunitense della produzione di sistemi operativi, da sempre in primo piano con i sistemi operativi di Microsoft.
Secondo il ministro delle comunicazioni Ramiro Valdes, “ottenere un maggior controllo sul processo informatico è una questione importante”, perché, sostiene, le agenzie governative americane hanno completo accesso al codice dei sistemi operativi di Redmond, e questo comportamento è ritenuto una vera e propria minaccia.
Nova, così si chiama il sistema sviluppato a Cuba sulla base di Linux, secondo le intenzioni del governo, dovrebbe essere presto il primo sistema operativo del Paese, il quale andrà a sostituire gradualmente i sistemi operativi Microsoft.
Casa Bianca: risolto il problema alle e-mail
Il pericolo di un attacco informatico alla struttura hardware della Casa Bianca è svanito nel giro di poche ore, anche se i presupposti c’erano e i dubbi avevano iniziato a salire nelle menti dei responsabili del sistema tecnologico della residenza del presidente degli Stati Uniti. In fondo non sarebbe stata una notizia molto sconvolgente quella di un attacco, dato che in un periodo come questo, denso di eventi di attualità importanti, i criminali informatici non perdono mai tempo per agire.
Fatto sta che lunedì scorso, dalle 10 al pomeriggio del giorno successivo, una componente hardware che si è guastata ha causato il blocco temporaneo della ricezione e dell’invio di e-mail, attraverso computer e dispositivi mobili all’interno della residenza presidenziale.
Niente di particolarmente grave per le attività dei vari uffici della White House, si è registrato solo un rallentamento nel completamento di alcune azioni burocratiche. Qualcuno ha addirittura osato commentare la curiosa vicenda con qualche frase ironica, facendo notare che in questo modo si è riusciti a rafforzare alcuni comportamenti, come il semplice scambio di qualche parola con i colleghi, cosa che con l’invio di posta elettronica da un ufficio all’altro diventa abbastanza difficile.
La macchina guasta è stata comunque sostituita immediatamente e l’attività di invio di posta è potuta ricominciare nel giro di poco tempo. In fin dei conti, con la sostituzione dei sistemi hardware che sta avvenendo dopo l’insediamento della nuova amministrazione, è facile che accadano disagi di questo tipo.
Colpisci Bush con le scarpe e vinci
Qualche giorno fa ai telegiornali abbiamo visto la controversa conferenza stampa di Bush in Iraq, resa nota a causa del lancio delle scarpe da parte di un giornalista iracheno contro il presidente degli USA, davanti ad un primo ministro iracheno Nuri al-Maliki spaventato.
Adesso la vicenda ha ispirato la realizzazione di un gioco in flash distribuito in modo gratuito su internet e via e-mail, in cui l’obiettivo è quello di tentare di colpire Bush con diverse paia di scarpe, fino alla comparsa del messaggio “Le tue scarpe hanno colpito in faccia il presidente Bush con successo. Bravo!”.
Nel gioco è presente anche il primo ministro iracheno, nascosto in modo ironico dietro un leggìo, che osserva incuriosito la scena. Il tempo a disposizione del videogiocatore è di 30 secondi. Il giochino è disponibile anche sul sito www.sockandawe.com.
Sì alla DPI, in Canada
Importante vittoria per Bell Canada, ISP del Nord America, che aveva presentato ricorso presso l’autorità TLC locale contro un provvedimento che impediva all’azienda di effettuare la Deep Packet Inspection, pratica che molti utenti definiscono aberrante e che permette ai vari provider di scoprire che tipo, non il contenuto, di pacchetti si stanno scambiando i singoli utenti e di conseguenza limitare la velocità di questi pacchetti.
Per l’autorità interpellata, la pratica in questione non può e non deve essere considerata reato, ma è una mera scelta dell’azienda e come tale non può essere soggetta a sanzioni, semmai a qualche giudizio dei netizen, che non conta nulla, se non in termini di clientela. Clientela che ora non potrà lamentarsi se il proprio client p2p non andrà alla massima velocità. Problema per gli utenti che invece rappresenta una soddisfazione per l’operatore che potrà assicurare banda anche a chi non la sfrutta appieno.
La decisione della commissione TLC, ovviamente apre la strada ad un lungo dibattimento sulla neutralità della rete, da anni invocata nel paese confinante, ovvero gli USA, e che sembra sia arrivato ad una svolta, nel bene o nel male. La società NebuAd, in affari con svariati ISP, è stata denunciata, assieme ad i provider a cui fornisce i propri software per la DPI, da 15 statunitensi per aver violato il contratto stipulato con gli ISP stessi: la DPI, infatti, non rientrerebbe tra le attività concesse ai provider.
Il dibattito è aperto, intanto Bell gongola annunciando la notizia, come una manna dal cielo per i canadesi “che potranno così beneficiare di reti gestite nel migliore dei modi”.
I software Microsoft sono online per gli statunitensi
La parola “online” sembra sempre più vicina alla mentalità dei dirigenti della Microsoft, che hanno da pochissimi giorni compiuto un importante passo in avanti nell’ampia offerta del software prodotto dall’azienda di Redmond.
Tutti i programmi targati Microsoft sono infatti adesso disponibili online anche per gli utenti statunitensi, attraverso le pagine del nuovo Store pensato anche per gli utenti americani, dopo quelli tedeschi, inglesi e coreani.
I vantaggi sono molteplici. Gli utenti potranno avere immediatamente e in qualsiasi momento a disposizione i software che acquisteranno. Si comprerà così solo il codice di licenza e subito si potrà scaricare il prodotto da utilizzare sul proprio pc. Inoltre i software potranno essere scaricati anche in seguito, ad esempio successivamente ad una formattazione del computer e non è necessario ricordare il codice di attivazione, perché sarà memorizzato online nelle pagine del proprio account personale dello Store.
In questo modo si risparmia anche nei materiali che avrebbero dovuto contenere il software da acquistare senza l’aiuto del negozio online e soprattutto nei tempi di acquisto, che non sono più legati strettamente all’uso del supporto fisico, ma che saranno sempre e comunque disponibili tutte le volte in cui si ha bisogno, senza andare nel negozio “fisico“.
Cosa sono i blogger per la Palin
“Ragazzini in pigiama che si chiudono nei seminterrati delle case dei loro genitori bloggando di gossip o diffondendo baggianate”: è il ritratto pittoresco fornito da Sarah Palin, la candidata alla vicepresidenza dei repubblicani per le elezioni negli USA, riguardante la figura del blogger.
La Palin, durante un’intervista rilasciata a Fox News, ha parlato di come considera il popolo della rete, anche alla luce di tutto ciò che su di lei è stato scritto e detto durante la campagna elettorale, delle numerose critiche che hanno aumentato la sua popolarità screditandola parecchio negli ultimi mesi.
La governatrice dell’Alaska, quindi, adesso scredita l’operato di quegli stessi blogger che hanno parlato male di lei e ovviamente la rete non ha tardato ad insorgere ancora una volta contro le sue avventate supposizioni. La rete è fatta da moltissime persone, ognuna con un modo di pensare diverso da quello delle altre, e non è sicuramente possibile, come si suole dire, fare di tutta l’erba un fascio.
La comunicazione su internet è fatta di dati che circolano liberamente e che ad alcuni possono anche non fare piacere, ma la caratteristica democratica di internet è inevitabile e inequivocabile.
Obama: cittadini alla Casa Bianca attraverso il web
Il web non è stato solo uno strumento di cui Barack Obama, il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America, si è avvalso durante la sua campagna elettorale. Ora che è stato eletto, Obama intende continuare il suo “percorso telematico” attraverso il sito Change.gov, un portale che ha l’obiettivo di continuare ad investire su quegli internauti che hanno supportato Obama fino a questo momento e hanno costituito una risorsa importante, non solo intermini di consensi, ma soprattutto a livello di un processo di interazione reciproca, che fa sentire gli Americani veramente vicini al loro neopresidente.
Il sito sarà uno strumento essenziale per tutti i 75 giorni che segneranno il progressivo cambio della guardia fra Bush ed Obama. Oltre ad essere informati su tutto ciò che riguarda il periodo di transizione, i cittadini avranno la possibilità di trovare un valido spazio di confronto sui temi che tutta la nuova amministrazione e il Paese intero dovranno affrontare negli a venire, anche in vista della recente crisi economica mondiale.
Su uno dei primi post del blog si possono leggere in maniera precisa le intenzioni che hanno spinto alle realizzazione di questo luogo di confronto virtuale. Si legge infatti quanto segue:
“Change.gov offre una serie di risorse per comprendere meglio il processo di transizione e le decisioni prese nel suo contesto. Costituisce, inoltre, un’opportunità per essere ascoltati sulle sfide che il Paese dovrà fronteggiare e sulle vostre idee per affrontarle. L’Amministrazione di Obama serberà una lezione essenziale derivata dal successo della campagna elettorale: le persone unite da intenti comuni possono ottenere grandi risultati”.
Su Change.gov gli Americani possono compilare un modulo on line, inserire i loro dati ed esprimere la loro opinione personale sulle questioni che saranno oggetto di discussione da parte del governo.
E’ possibile inoltre conoscere quali saranno le mosse compiute da Obama sia in campo nazionale che internazionale: un sistema sanitario per tutti i cittadini, l’abbandono della politica di guerra in Iraq, rinnovo dell’immagine degli Stati Uniti nel mondo. Ma l’elemento più innovativo sembra essere il fatto che il portale permette ai cittadini, attraverso la compilazione di un modulo on line, di candidarsi per entrare nella Casa Bianca a coprire i posti di lavoro disponibili.
Un modo innovativo di reclutare personale, che fa del web uno strumento prezioso per trovare lavoro e per partecipare attivamente alla politica dello Stato.



