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Scritto da redazione il 27 agosto 2010

Lassù, a 2000 anni luce, ci potrebbe essere qualcuno che ci osserva! E’ stato scoperto, grazie al lavoro di un gruppo di studiosi di diversi Stati del mondo, un nuovo sistema planetario dalle caratteristiche sorprendenti. E’ stata la sonda Keplero ad immortalarlo durante l’esplorazione dello spazio, e ha rivelato un sistema composto da una stella, [...]

 

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Wall Street Journal a pagamento sugli smartphone

Posted By redazione on settembre 16th, 2009

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Continua la corsa di Rupert Murdoch nella decisione di lanciare contenuti a pagamento su internet, valorizzando una certa tipologia di informazione considerata più “professionale”. Il Wall Street Journal, del quale è proprietario proprio il magnate australiano, diventerà infatti a pagamento sui dispositivi mobili.

Chi possiede quindi uno smartphone e vorrà accedere alle informazioni quotidianamente inserite sul giornale povrà abbonarsi per usufruire di uno sconto che gli permetterà di leggere tutte le notizie per una intera settimana ad un costo di un dollaro.

Se l’utente non è un abbonato potrà ovviamente consultare il giornale, ma il costo sarà di due dollari ogni sette giorni. Se invece l’utente è un abbonato all’edizione cartacea del quotidiano, potrà consultare liberamente le notizie anche sul proprio cellulare senza pagare alcun sovrapprezzo.

E’ la crisi economica quella invocata da Murdoch e considerata come responsabile di una politica di mercato necessariamente conseguente ad un certo abbassamento di guadagni che investe anche l’editoria. E se l’idea avrà un seguito e sarà da stimolo per la trasformazione di un’informazione a pagamento, seppure con una minima spesa, anche in altre parti del mondo?

E’ giusto secondo voi pagare due dollari a settimana per leggere un quotidiano sulla rete, come avviene d’altronde con i giornali che acquistiamo in edicola? O l’informazione deve essere libera e aperta a tutti, almeno su internet?

La rete risponde: La tempesta perfetta

Posted By Jack Lagona on aprile 15th, 2009

http://www.citynewsonline.org/2009/04/15/la-rete-risponde-la-tempesta-perfetta/

La maggior parte di utenti che usano assiduamente il web e si aggiornano sulle notizie leggendo i giornali o i blog, fa un uso importante degli aggregatori. Per coloro invece che con solerzia e fedeltà leggono ancora il loro giornale preferito andando direttamente sul sito, vorrei dare una piccola dritta: “un aggregatore di feed, detto anche lettore di feed o semplicemente aggregatore, è un software o una applicazione Web che raccoglie contenuti web come titoli di notiziari, blog, podcast, e vlog in un unico spazio per una consultazione facilitata. Gli aggregatori riducono il tempo e gli sforzi necessari per seguire regolarmente aggiornamenti di un sito web e permettono di creare uno spazio di informazione unico, in pratica un “notiziario personale.” Per aggiugere un sito web al lettore di feed, si deve importare il file “xml” del sito in questione, direttamente sulla pagina “importa” dell’aggregatore. Fatto questo, regolarmente si ricevono i nuovi contenuti pubblicati da quel sito internet. La sola differenza tra l’uso originale delle notizie e del lettore di feed sta esclusivamente nella grafica delle due piattaforme: completa e dinamica quella del sito, minimalista e statica quella dell’aggregatore. Per il resto i contenuti si leggono e si vedono allo stesso modo.

Fatta questa doverosa parentesi in apertura, passiamo all’argomento del giorno: oggi parliamo di giornali, di Internet e di copyright.

Succede soprattutto quando i giornali sono in piena crisi di vendite, che qualcuno – solitamente l’editore, l’amministratore delegato o il consiglio d’amministrazione delle testate giornalistiche, mentre capita di rado che lo faccia il direttore o il columnist di punta – si metta a incitare l’opinione pubblica dicendo che questo o quel prodotto operante in rete (sempre lei!) viola o sprezza il sacrosanto diritto degli editori di avvalersi del copyright. Per carità, è assolutamente lecito accampare diritti su un opera dell’umano ingegno, ma certe volte l’esasperazione di questa forma di risarcimento coercitivo va oltre ogni logico limite. È successo proprio questa settimana.

Siamo abituati a pensare a Rupert Murdoch come un ottantenne pacioso e pacione che, diventato miliardario con l’editoria, si accontenti ormai di far soldi rivendendo i suoi palinsesti giornalistici e televisivi a questo o a quel gruppo editoriale. Ebbene, ancora una volta il buon Rupert ci ha smentiti in pieno. Settimana scorsa ha rilasciato un’intervista tutta fuoco a Forbes dove poneva una catastrofica domanda: “dobbiamo consentire a Google di rubare tutti i nostri diritti d’autore?” La risposta perentoria data dallo stesso magnate è stata una sola: “No grazie.” Questo è stato detto circa dieci giorni fa, da quel giorno è stato un continuo susseguirsi di interviste, post sui blog, articoli sui giornali ed esperti che ne parlavano in tutte le salse in Tv o sui giornali. Ma perché tutto questo accanimento contro Google? e che c’entrano i giornali col più noto motore di ricerca del mondo? e come fa Google a rubare i diritti d’autore della carta stampata e dei network televisivi se opera in rete?

Vorrei proporvi un esempio: vedete una partita di calcio dove gioca una squadra di serie A e una di serie D – Inter-Biellese per far due nomi -, chi vi sta più simpatica, l’Inter schiacciasassi o la Biellese vittima predestinata? Stessa storia tra Google e l’editoria mondiale: Google è lo schiacciasassi che tutto può perché ha i soldi per comprarlo, l’editoria mondiale è la vittima predestinata perché è palesemente in crisi dall’avvento di Internet. Quindi sembrerebbe normale prendersela col Golia del web per rivendicare diritti a volte impropri.
Murdoch è un vecchio marpione degli affari, e sa benissimo che ogni parola che dice verrà a sua volta strumentalizzata a dovere dai suoi giornali e di chi, in quel momento, ritiene lesa la propria posizione di “diritto all’informazione”. Detto fatto: i giornali e le Tv ne hanno parlato per oltre una settimana. L’accusa di Murdoch al Re del Web è per il raccoglitore Google News: il servizio di aggregazione delle notizie del motore di Mountain View. Di sbagliato, secondo il Murdoch-pensiero, è che Google generi introiti con la pubblicità inserita a fronte delle news riprodotte senza dividerli con gli editori. I nodi tornano al pettine: aggregatori+diritti d’autore=soldi.

L’indomani gli editori americani si sono dati appuntamento per discutere come meglio bloccare Google News, ma soprattutto come bloccare gli advertising sulle pagine di Mountain View. E stavolta non traspare la sola esigenza di bloccare Google, ma limitare tutti gli aggregatori online, compresi Yahoo, AOL, Ask e Microsoft. I re della ricerca online hanno tutti i loro aggregatori di fonti giornalistiche nei loro siti, e tutti operano allo stesso modo: pagano una royalty alle testate giornalistiche per riportare un’anteprima dei loro articoli rimandandoli nelle pagine originali per la lettura completa del pezzo. Parrebbe quindi che i diritti d’autore vengano già compensati a priori.

Ma l’editoria americana non è mai sazia di far liquidità. Durante una doppia intervista nel programma di Charlie Rose, Tom Curley e Arianna Huffington – Ceo di Associated Press il primo e fondatrice di Huffington Post la seconda – se le sono date di santa ragione. Curley ha detto che “l’esperienza internet” è “una bomba. Concorrenza illimitata, senza limiti di inventario, una brutta esperienza del cliente“. La Huffington ribatte con la sua tesi diametralmente opposta: “le abitudini dei consumatori sono cambiate radicalmente. La gente usa l’online per leggere le notizie che vuole, quando vuole, come vuole, e se lo vuole. E questo cambiamento durerà, a differenza dei giornali di carta.” Nel frattempo però l’AP ha inserito sui propri articoli un particolare aggeggino – chiamato tagging technology – che permetterà loro di rintracciare i contenuti riprodotti da terzi senza la loro autorizzazione scritta.

Ma la diatriba tra i colossi dell’editoria e il colosso del web non è finita. Jeff Jarvis – profondo conoscitore dei media sociali oltre che giornalista, scrittore e autore del blog Buzz Machine – in un articolo su HuffPost dichiara rivolgendosi a Murdoch: “Come osano linkarti senza pagarti? Se oggi Google non ti linkasse più, tu perderesti un terzo del traffico ai tuoi siti durante la notte. Se anche gli altri aggregatori, i blogger e tutti i link che partono da Facebook decidono di seguire il loro esempio, perderesti addirittura metà del traffico. Sulla maggior parte dei tuoi siti, solo il 20 per cento del pubblico in un giorno guarda la tua home page e la tua bella grafica; 4 lettori su 5 arrivano attraverso ricerche e link.

Gabe Rivera (fondatore di Techmeme, altro sito colpevole di aggregare notizie giornalistiche) dichiara a Cnet che “È illuminante constatare che sia il WSJ (di proprietà News Corp) che il New York Times (membro AP) sono a loro volta aggregatori di notizie. Entrambi i giornali citano tra i titoli siti esterni. Pertanto, i componenti di tali organizzazioni, già conoscono l’aggregazione e anche loro credono sia utile e giusta.

Il paradosso però sta dietro l’angolo. TechCrunch, noto blog sulle società e i prodotti del Web 2.0 fondato da Michael Arrington, scrive che AP ha ordinato ad una radio americana di rimuovere dal loro sito i video prodotti da Associated Press, presi però dal canale YouTube della stessa AP e pronti per essere embeddati. Il paradosso è che la radio è di proprietà della stessa Associated Press e che spesso le figuracce se le cercano senza nemmeno pensare a quel che fanno.

In Italia sono stati pochi i blog che hanno dato risalto alla cosa: la maggior parte ha pubblicato la notizia senza approfondirla più di tanto a parte qualche raro caso di giornalisti-blogger. In compenso i giornali hanno dato molto risalto alle ostentazioni di Murdoch. Ne indico una per tutte: Vittorio Sabadin, vicedirettore de La Stampa che apprezzo per gli ottimi libri, dice “Ci è voluto un po’ di tempo, ma alla fine gli editori americani hanno forse scoperto come è possibile uscire dalla crisi che ha colpito i giornali: basta smetterla di rifornire di armi il proprio nemico. E’ stato come sempre Ruperth Murdoch, il proprietario del «Times» e del «Wall Street Journal», a chiamare a raccolta i suoi colleghi in questa nuova, decisiva battaglia. Murdoch ha quasi ottant’anni, ma continua a vedere le cose con più chiarezza di chiunque altro. «La questione è molto semplice – ha detto -. Dobbiamo smetterla di permettere a Google di rubare i nostri copyright».
Stavolta non condivido per niente le cose dette da Sabadin, anche perché Google paga delle royalty agli editori per essere linkati sul suo sito, e credo che alla fine si tratterà solo di rinegoziare gli introiti pubblicitari per finire la farsa del rubare i diritti d’autore. Però con questo articolo si deducono due cose fondamentali secondo me: la prima è che il giornalista della vecchia scuola è più attaccato al giornale di carta che al suo mestiere di giornalista; la seconda è che esiste ancora qualcuno che pensa al male che fa internet ai giornali, senza pensare che la crisi non deriva dalla rete ma dalla loro mancata modernizzazione di mezzi e personale. E come personale non intendo le persone che lavorano alla stesura di un giornale, ma alla testa delle persone ancora incapaci di adattarsi alle innovazioni. E c’è differenza tra le due cose.

Net Neutrality on Google

Posted By Jack Lagona on dicembre 16th, 2008

Si parla così spesso e così male di Net Neutrality che a volte ci scordiamo cosa sia. Secondo Google la “network neutrality è il principio per cui gli utenti di internet dovrebbero avere il controllo su cosa possono vedere e quali applicazioni vogliono usare su internet”. Allora perché sta cercando di differenziare le connessioni creando – assieme ad alcuni fornitori Internet – una corsia preferenziale per i suoi contenuti?

Il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo dove indica col nome di “OpenEdge” l’operazione che sta portando avanti Google con alcuni provider. Questo comporta in teoria due cose: che la Net Neutrality che dice BigG è mera fantasia, e dove si fa business l’ideologia è tutta fuffa. La cosa che colpisce più di tutto non è tanto la via diversificata della connettività a pagamento ultra-veloce, ma quanto la possibilità di farla Google diventando a sua volta l’ennesimo monopolista della rete. Anzi, a questo punto diverrebbe il Re assoluto del Web.

Se fosse vera un’operazione del genere -  e non lo è, a quanto dice Google – si amplierebbero i poteri di Mountain View: acquisterebbe quel potere intrinseco di unico motore di ricerca su quella linea, filtrando i contenuti della concorrenza a scapito della visibilità; avendo Doubleclick e AdPlaner nel paniere, porterebbe il mercato dell’advertising online ad un unica possibile posizione dominante, stessa identica cosa varrebbe per il mercato del Payperclick; un’autostrada virtuale come quella che si prospetterebbe, porterebbe a morte certa quei piccoli siti che per mancanza di fondi – o per scelta personale e/o ideologica – non ne farebbero parte; di tutte le tre cose messe assieme diverrebbe in un sol colpo giudice, giuria e carnefice, perché diventa a sua completa e totale discrezione chi avrà il permesso di passare (a pagamento) e chi  invece resta al valico.

Qualcuno invece pensa che non esista nessuna violazione della Net Neutrality: Doc Searls – scrittore, giornalista e co-autore di The Cluetrain Manifesto -, in un articolo di oggi, scrive che si tratta in realtà di “edge caching“, in pratica di una pulizia profonda della cache, anche se a pagamento. Esattamente ciò che che ha scritto Richard Whitt nel Google Public Policy Blog linkato sopra. Secondo Searls il WSJ starebbe svolgendo una sua personale battaglia contro Google, scrivendo cose che in realtà sono false, come scrive anche Whitt, ma, essendo la neutralità della rete un argomento altamente politico, il WSJ si ci butta a capofitto. Ma questo non significa che Google stia operando nel male, anzi – continua Searls – non si può certo paragonare l’edge caching con la net neutrality: mentre la prima è un’operazione che fanno praticamente tutte le aziende del settore cercando di trarre profitto dalla velocità “a richiesta”, la seconda esprime esattamente una legge che nessuno potrà mai disubbidire (fino ad oggi): la rete è di tutti e nessuno è esclusivista di connettività.

Certo che quando si parla di Google i dubbi sono tanti, io – oggi – propendo per l’edge caching, però un pensierino alle parole di Kumar e Rhoads inizierò a farlo appena si sapranno notizie più approfondite in merito.

[Via OpenWorld]