Lassù, a 2000 anni luce, ci potrebbe essere qualcuno che ci osserva! E’ stato scoperto, grazie al lavoro di un gruppo di studiosi di diversi Stati del mondo, un nuovo sistema planetario dalle caratteristiche sorprendenti. E’ stata la sonda Keplero ad immortalarlo durante l’esplorazione dello spazio, e ha rivelato un sistema composto da una stella, [...]
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L’eterna celebrazione della morte

Giovedì 25 giugno 2009 ore 14 e 26: muore un uomo e nasce un mito. Sul web prima di tutto.
Giovedì scorso è morto Michael Jackson, il Re del Pop, star osannata e bistrattata da fan e scettici, un uomo che con la sua dissoluta vita ha fatto di tutto per essere – volente o nolente – agli albori della cronaca e del pettegolezzo per quasi 40 anni: star bambino con i Jackson 5, star planetaria con Thriller (oltre 109 milioni di copie vendute è tuttora l’album più venduto della storia), razzista al contrario per via del colore della pelle, pedofilo condannato dai media salvo poi essere assolto in tribunale, sembra abbia accumulato – e sperperato – un patrimonio di oltre un miliardo di dollari. È morto esattamente come ha vissuto. Aveva 50 anni: 8 anni in più di Elvis nel ’77 e 10 in più di John Lennon del 1980, ma verrà ricordato probabilmente di più – e meglio – dei due miti del rock del secolo scorso. Si era parlato di infarto quel giovedì sera, si parlava qualche giorno fa di overdose da cardiotonici, infine nuovamente di infarto.. ma dovuto ad una eccessiva dose di farmaci.
Ai tempi di Elvis e Lennon – come di LadyD d’altra parte – erano le candele e i lumini a far da testimone tra il presente e il trapassato. C’erano le foto autografate, i mille gadget del merchandising fatto da t-shirt e posacenere, da vinili tenuti amabilmente con il cellophane nella confezione rigorosamente originale. C’era tutto il delirio tenuto in oggetti materiali che si sentivano, si toccavano, si odoravano… ah quei vinili…
MJ è stato forse l’ultimo dei grandi che sia riuscito a prendere il materiale e l’immateriale dal nostro egocentrismo fanatico: quello sano e naturale, però. Ma è andato oltre.
Il feticismo per il Re del Pop è andato oltre le frontiere reali spostandosi verso quella virtuale, ma non irreale, della rete. Immediatamente si è sparsa la notizia della sua dipartita. I primi tweet, le prime bloggate, le prime note su Facebook. E tanto, tanto cordoglio e amarezza sprofondata verso l’oblio del web. Oblio solo per dire.
Tra i tanti giornali online che hanno chiarito le posizioni degli uomini del web, Mashable ha un posto di rilievo proponendo una mappa dei social network, disponendo le sue firme migliori (?) ed elaborando una curva di commenti e discussioni nate e prodotte da e sul web, creando l’ennesima sfida tra il reale e il virtuale dove quest ultimo – come capita ormai sempre più spesso – ha stravinto la sua sfida.
Le tv ne parlano ancora oggi: beghe finanziarie del re bambino, debiti, ricchezze, dati di vendita e moltissimo altro. Di tutto di più, diceva un noto spot. Si dice che avesse 500 milioni di dollari di debiti, ma il suo patrimonio varrebbe circa il doppio. E dai con i possibili scenari che si verrebbero a creare per la spartizione della torta: da una parte i fratelli e la famiglia Jackson, dall’altra la famiglia “acquisita” con i tre figli e l’ex moglie australiana. Notizie, battaglie legali e guerra a non finire.
E internet sta in mezzo.
Lo stesso giorno della sua morte, i twitter del mondo che ne parlavano erano oltre il 35 per cento. Su Facebook si sono create migliaia – ormai naturale – pagine dei fan (diventa fan o non sei un vero fan!). I post sui blog non si riescono nemmeno a contare di quanti sono, le mail di sostegno – o di commiato? – mandate al sito ufficiale di MJ sono una mirabilia da intenditori. E i pianti! Quanti…
In rete avete solo l’imbarazzo della scelta se cercate sue notizie. Lo trovate nelle varie possibili soluzioni: si parte dal normalissimo Michael Jackson al solo Michael, dalle iniziali MJ al transumato “Re del Pop”. E poi via verso i tanti appellativi: black music, bimbo prodigio, neverland, black & white, A1AD (la malattia che lo avrebbe reso cieco dall’occhio sinistro), vitiligine (la presunta malattia della pelle che lo avrebbe sbiancato)… Avete un altro nomignolo per caso? Tranquillizzatevi: non siete soli. Se ad esempio cercate il suo nome su Wikipedia, lasciate stare, la sua pagine non si apre tanto è sovraccarico il server. In tutte le lingue presenti.
E questa storia potete scommettere che si ripeterà ancora per molto tempo, il testamento non è stato ancora aperto!
MJ era un fenomeno da palcoscenico, nella sua vita privata e in tutto ciò che ha fatto nella sua vita. Ma lo è ancor di più da morto. E il web non fa eccezione.
La Rete risponde
Mettiamo il caso che un utente che abbia un blog un giorno scrivesse ad esempio: “il Governo è contro i Rom“. Mettiamo pure il caso che il Governo non sia contro i Rom ma che ne abbia abbastanza dei misfatti di alcuni Rom e per questo fa delle leggi che, purtroppo, determinano l’odio contro tutta l’etnia rumena. Adesso mettiamo il caso che passasse l’art. 50-bis descritto nel disegno di legge 773 e diventi legge l’apologia di reato disegnata dal Senatore dell’UDC Gianpiero D’Alia.
Il primo e il terzo punto dell’apertura sono attinenti, il secondo va verso una ben precisa attuazione delle norme sulla sicurezza. Mi voglio soffermare sul primo e sul terzo punto: scrivere qualcosa di simile a il Governo è contro i Rom e il nuovo Emendamento D’Alia che presto potrebbe essere formalizzato dal Parlamento.
Soprattutto su quest’ultimo, si sono abbattuti sul Governo critiche da ogni dove, anche dall’estero: Bloomberg dice che “Facebook, la più grande rete sociale del mondo, si sono detti preoccupati che in Italia ci sia una proposta di legge che obblighi i provider Internet a bloccare l’accesso ai siti Web che incitano o giustificano il comportamento criminale: è come bloccare tutta la linea ferroviaria perché in una stazione ci sono dei graffiti sconvenienti“. The Standard scrive che: “un portavoce di Google, venerdì ha avvertito che questa proposta di legge costringerebbe i provider internet italiani a bloccare l’accesso a siti Web che incitano o giustificano il comportamento criminale, e ciò potrebbe minacciare la libertà di espressione e di fatto dimostra inattuabile la pratica“. Marco Pancini, responsabile Google Italia, ad Arnnet.com afferma: “Non ho idea di cosa accadrà se questo disegno di legge verrà approvato. Ci sono già a livello europeo norme che disciplinano il commercio on-line, che sono state introdotte dopo consultazioni con le parti interessate. La presente legge non risolverà il problema e le sue conseguenze sono difficili da prevedere“, e continua dicendo che “La legge riguarda tutte le piattaforme di hosting Internet che ospitano contenuti generati dagli utenti. La nostra preoccupazione è del suo possibile effetto sull’intero ecosistema Internet“.
Dal lato italiano la presa di posizione più dura viene da Articolo21: “Il Senatore Gianpiero D’Alia, con il suo emendamento si prepara a mettere il bavaglio alla rete. Andrebbe ricordato che il reato di apologia e di istigazione a delinquere, è già previsto e punito dal codice penale, quindi chiunque ne venga accusato, viene processato, e se colpevole, condannato. Ovvio che il fine non quello, ma è di limitare la libertà di espressione e di opinione in rete“.
Anna Masera su La Stampa intervista Antonio Di Pietro, leader dell’IdV, nell’intervista e sul suo blog, spiega che «L’emendamento avvia “la repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo Internet”. Nei fatti, se approvato, permetterà di reprimere la libertà di espressione e di opinione in Rete. Il reato di apologia e istigazione a delinquere è già previsto e punito dalla legge, chiunque ne venga accusato oggi viene processato e, se colpevole, condannato. D’Alia e i suoi mandanti non vogliono attendere il processo, né la sentenza, vogliono emettere subito il verdetto di colpevolezza obbligando i provider ad oscurare da subito il sito. Poi, chi se ne frega del processo».
Beppe Grillo si scaglia contro l’emendamento considerando l’Italia alla stregua della Cina: “[D'Alia, N.d.R.] ha proposto un emendamento che obbligherà i provider a oscurare siti, blog o social media come YouTube e Facebook su richiesta del ministero degli Interni per reati di opinione, ad esempio un filmato o un gruppo che invitano a non osservare una legge considerata ingiusta. Senza nessuna sentenza della magistratura. Questo, oggi, avviene solo in Cina. In una dittatura“.
Intervistato da Gilioli dell’Espresso (a specifica domanda: «lei è conscio del fatto che se in Italia si chiudono YouTube e Facebook siamo peggio della Birmania?»), il Senatore D’Alia ha risposto: “sì, Facebook potrebbe essere chiuso in Italia se non interverrà sui gruppi che dispongono apologia di reato; sì, YouTube potrebbe essere chiuso se non censurasse video segnalati dalle autorità“. Candido e chiaro!
Di certo noi italiani siamo portatori sani di una malattia chiamata “fatta la legge, nasce l’inganno”, quindi ci potremmo aspettare un repentino cambio di marcia su questo emendamento, però da quello che si legge sia in Rete che su carta la cosa rimane molto difficile. Vedremo.
Le tecnologie educative

Quando si afferma che le tecnologie hanno operato una vera e propria rivoluzione nella nostra società spesso non si pensa alla loro grande valenza in campo educativo. Eppure non si può prescindere dal considerare che a livello didattico il computer e internet sono dei mezzi fondamentali per favorire l’apprendimento e l’assimilazione dei contenuti.
Il web pullula di servizi utili a livello educativo per i bambini, per imparare più facilmente le informazioni relative anche a materie ostiche e per stimolare a tematiche importanti quali la legalità, il rispetto per l’ambiente, la cittadinanza attiva, la salvaguardia del patrimonio storico, artistico e culturale, ecc.
Le immagini in movimento dei contenuti fruibili grazie al pc e al web sono una risorsa rilevante per l’apprendimento perché più incisive e più capaci di stimolare l’attenzione rispetto ad un testo scritto. Le tecnologie educative sono indispensabili anche per la didattica rivolta agli alunni in situazione di handicap, che, grazie ad appositi software, possono far fronte alle loro difficoltà nell’ambito dell’apprendimento.
In campo educativo le tecnologie lasciano ampio spazio ad un processo non ancora concluso, ma suscettibile di applicazioni sempre più significative. Tutto ciò sperando che le istituzioni competenti in materia si facciano carico di sostenere e portare avanti un tipo di alfabetizzazione nella quale le tecnologie abbiano un ruolo di primo piano e non siano solo degli elementi accessori accanto ai saperi tradizionali.
La scienza del web

La diffusione di internet e le sue numerose applicazioni in molti ambiti, i successi che il web ha permesso di conseguire anche a miglioramento della vita dell’uomo ci spingono a riflettere sul fatto che, a differenza di altri aspetti della conoscenza, per il web non si può disporre di una vera e propria scienza che ne studi a livello pratico e teorico i processi e il funzionamento.
Sicuramente le riflessioni sul web e i suoi risvolti si moltiplicano, ma ciò che manca è una vera e propria scienza ben strutturata, che possa seguire passo passo la rete nelle sue applicazioni e nelle sua evoluzione. D’altronde i risvolti sociali, economici, nel campo della sicurezza e della privacy dell’azione del web sono così numerosi che non si può prescindere da uno studio preciso rivolto all’analisi e alla spiegazione di tutti questi fenomeni.
Le nostre vite sono sempre più on line e l’informazione attraverso internet è una parte essenziale del nostro essere cittadini globali, per cui uno dei compiti della scienza del web sarebbe quello di monitorare i flussi di informazione che provengono dal web per comprendere se veramente presentano quei caratteri di libertà, democrazia e pluralità da sempre elogiati in essi.
Un altro compito della scienza del web sarebbe quello di capire quali sono tutte le potenzialità nascoste della rete, per tirarle fuori e utilizzarle per un miglioramento delle prospettive future. In realtà esiste un progetto lanciato nel Novembre 2006 dal titolo “Web Science Research Initiative”, portato avanti dal Massachusetts Institute of Technology e dall’Università di Southampton.
Questo progetto, al quale via via hanno partecipato ricercatori appartenenti alle 16 migliori università di tutto il mondo, ha conseguito importanti risultati. Tutto ciò grazie al contributo di varie discipline: matematica, fisica, informatica, psicologia, ecologia, sociologia, giurisprudenza, scienze politiche ed economia. Chissà se siamo in presenza della nascita di una vera e propria scienza del web.
Il web come inconscio collettivo

E’ passato un certo tempo da quando Jung ha parlato dei famosi archetipi universali dell’inconscio collettivo. Nella nostra mente sono insiti degli elementi simbolici che sono universalmente validi per tutta l’umanità e che traggono origine dal rapportarsi di ogni uomo con esperienze e situazioni vissute in maniera identica per tutti i popoli e le culture.
Esisterebbe quindi una dimensione psichica collettiva, un inconscio comune a tutti gli individui che si riverserebbe nei sogni e nella costruzione di immagini mentali. Elementi archetipici si potrebbero rintracciare nelle fiabe, nei miti, nelle religioni, che traggono tutti origine da questa sorgente mentale comunitaria. Ma con l’evolversi delle nuove tecnologie e l’affermarsi sempre più preponderante di internet alle fiabe, ai miti e alle religioni dobbiamo aggiungere il web.
Esso costituisce una sorta di dimensione psichica collettiva, nella quale si riversano tendenze sociali, miti comunitari, costruzioni collettive, flussi di informazione ed opinioni di un’intera comunità. Il web porta a compimento una costruzione sociale di immagini e di modelli comportamentali, che agiscono sugli individui, rappresentando un sostrato attivo della loro vita e del loro bagaglio mentale. Il web si presenta insomma come una sorta di inconscio collettivo che si collega strettamente con i contenuti più profondi del nostro mondo interiore.
Nell’inconscio collettivo del web si formano archetipi sociali che costituiscono un insieme di elementi messi in comune, una vera e propria condivisione collettiva. Nelle forme di interazione favorite dalle nuove frontiere della rete si costruiscono questi archetipi, che entrano a far parte di una dimensione comune del popolo degli internauti e influenzano direttamente il loro di pensare e sentire, il loro modo di rapportarsi all’esistenza e alla realtà.
Il business del gratuito
L’economia del “gratuito” è ormai un dato assodato: «Non una scelta ma una necessità a partire dal momento in cui l’esborso primario di un’azienda diventa qualcosa che abbia a che fare con il silicio». A dirlo non è l’uomo qualunque, ma un personaggio che della Freeconomics ne ha fatto un arte. Chris Anderson – direttore di Wired e teorico della “Coda lunga” -, nel suo ultimo libro – “Free” – non ancora pubblicato, ma largamente anticipato da un suo articolo proprio su Wired, inscena l’economia incentrata sul gratuito partendo dal web: il Web cambierà il mondo, e la Freeconomics farà la stessa cosa.
Alcuni esempi ci riguardano da vicino. Mettiamo il caso del computer: hardware e software amalgamati in un unico involucro che ci permettono di fare tutto. Di cambiare il mondo con il web. Il software rappresentato dal sistema operativo, cuore e anima di ogni computer, oggi non è più solo proprietario quindi a pagamento, ma può essere – lo è già – gratuito. Parliamo di Linux: il sistema operativo aperto e concentrato nel gratuito.
Parliamo del software che gira all’interno dei sistemi operativi – sia proprietari che liberi: un grande assortimento di guazzabugli spesso senza oneri se non quello di usarlo e segnalarne le anomalie agli sviluppatori.
Parliamo dei database per i siti web, ma non solo, dove il capo indiscusso è MySql acquisito da Sun per un miliardo di dollari all’inizio dello scorso anno, prevalentemente gratuito a parte qualche clausola per il commerciale, parliamo anche – ma soprattutto – di SQLite: database innovativo, aperto, gratuito e di pubblico dominio, sponsorizzato tra l’altro da Mozilla, Symbian e Adobe, ne fanno – oggi – uno dei più affidabili e usati database al mondo… del web chiaramente.
Ma parliamo anche di telefonia. Android, il sistema operativo nativo per cellulari sviluppato da Google, è l’oggetto dei desideri di qualsiasi geek alle prime e alle ultime armi. Gratuito, aperto, modificabile e infinitamente adattabile ad ogni circostanza. Tanto che il primo G-1 è bruttino esteticamente, ma sin da subito Htc e T-Mobile hanno creduto al progetto. Come crede al progetto Motorola con la prossima generazione di cellulari basati su Android.
Gtatuito dicevamo, lo è anche Android. E lo sono anche le migliaia di applicazioni create appositamente per il G-Phone, raggruppate nello store Android Market sulla falsariga dell’AppStore di Apple e il suo iPhone. La differenza con iPhone è solamente nella conduzione delle applicazioni: tutte gratuite per Android, a pagamento alcune – la maggior parte – per iPhone. E queste applicazioni non sono state disegnate da Google, ma dai vincitori dell’Android Developer Challenge: un concorso ideato dalla stessa azienda di Mountain View, che ha riversato nelle casse dei vincitori la somma di 10milioni di dollari. Quindi un’applicazione per l’utente, creata dall’utente. Tutto scaricabile gratuitamente. Dal web naturalmente.
Tutto per navigare sul web. Il cerchio si stringe attorno ad un unico caos tecnologico vivente: il web a misura d’uomo.
Ma come ci trasferiamo sul web in caso volessimo scaricare le gratuità della Grande Rete Globale? Ma con browser… anch’esso gratuito: Firefox il più famoso, Opera il più accattivante, e Chrome – il più intelligente – a breve anche per gli utenti del grande Core.
Google quindi. Da Re della ricerca, si trasforma a Re del tutto: “ci sono più di 3 miliardi di cellulari in funzione, e ogni anno il ricambio supera la soglia del miliardo, contro i 200 milioni di computer. Sono di fatto l’unico vero dispositivo tecnologico universale esistente, con il quale ormai più che telefonare si accede alla rete e ai suoi servizi”. Svelato il mistero? Certo, ma non solo. BigG ha fatto del gratuito il suo credo, come Anderson ha fatto de La coda lunga la sua linea di condotta verso tutto ciò che comporta la freeconomics.
Gratis è buono! Se diventa anche business…
La crisi economica e internet
Come si sa ormai da un po’ di tempo siamo nel bel mezzo di una grave crisi economica che sta coinvolgendo il mondo intero. I consumi sono diminuiti con un rischio evidente per molti di perdere il proprio posto di lavoro. Il web si pone come una risorsa fondamentale per contrastare la crisi, soprattutto perché offre numerose occasioni per risparmiare.
Fare acquisti on line non è semplicemente un modo per evitare fa fatica di andare in giro per negozi. Il web è anche un ottimo mezzo per approfittare di aste, portali per acquistare a prezzi molto bassi, usare servizi on line per tenere sotto controllo i prezzi e le nostre spese.
Internet, al contrario di quanto affermano alcuni che vedono solo il suo carattere ludico e ricreativo, si rivela uno spazio in cui cercare la nostra vacanza senza spendere molto, in cui trovare un volo low cost verso la destinazione che più desideriamo.
Internet è il luogo in cui possiamo condividere con gli altri internauti esperienze e consigli sulle strategie da adottare per vivere meglio sotto vari aspetti. In tempo di crisi economica il web può essere utile anche per tenersi informati, per trovare un lavoro in maniera più facile o per partecipare al dibattito sulla crisi stessa.
La partecipazione non è un elemento di poco valore: partecipare al dibattito sociale in un periodo di difficoltà della comunità significa essere consapevoli e contribuire alla costruzione delle idee. Tutto ciò si rivela di estrema importanza per sentirsi artefici del proprio futuro.
PsicoWeb – Il cervello connesso ad internet (seconda parte)

Nella prima parte dell’articolo abbiamo visto come in futuro il nostro cervello potrà essere collegato ad internet e potenziare così le sue capacità.
Fra gli esempi di interazione fra cervello e tecnologia ricordiamo la cuffia che permette di controllare un androide che è in grado di muoversi per la casa ed “Epoc”, una cuffia della Emotiv Systems dotata di 16 sensori, di comandi mentali per spostare oggetti e capace di distinguere alcune emozioni. Nei videogame i giocatori grazie ad Epoc possono trasferire ai loro avatar i propri stati d’animo e spostare oggetti virtuali concentrandosi sull’azione.
Ricordiamo anche Mindball, gioco basato sulla lettura del cervello. E’ prodotto da Interactive Productline ed ha il suo punto di forza in un nastro indossato dai giocatori, il quale riesce a leggere le loro onde cerebrali ed è collegato ad una pallina. Essa si muove su un tavolo, allontanandosi dal giocatore più rilassato e spostandosi verso l’altro; vince chi riesce a raggiungere con la pallina la porta dell’avversario.
In vari esperimenti il cervello è stato collegato fisicamente ad un computer attraverso degli elettrodi, per mezzo dei quali inviare impulsi che sono trasformati in azioni dal pc. Con la mente connessa al pc e col computer collegato al web la nostra mente diventa parte di internet, diviene un nodo della rete.
Per il momento il collegamento va in una sola direzione: dalla mente, intesa come spazio web, ad internet. In futuro potrebbe diventare possibile anche il percorso inverso: dal web al cervello, non solo inviare, ma anche ricevere.
Per esempio se arriva un’e-mail la rete può avvisare il cervello mediante un impulso. Manca un ultimo passo: l’uomo potrebbe trasferire tutto il suo bagaglio mentale su un computer o su internet e superare i limiti imposti dal suo corpo e dalla morte. L’uomo conquisterebbe così l’immortalità immettendo le sue risorse mentali nel mondo virtuale, dove niente muore, perché tutto è sospeso nell’eterno presente del web.
Guida creazione siti web
In questa prima parte vedremo come costruire il nostro primo sito su un server locale. Innanzitutto, dobbiamo sapere che è un server nostro, che gestiremo noi. Perché sia funzionante, dobbiamo installarlo e, nel caso di database, come il MySQL, attivarlo manualmente.
In questa prima parte vedremo come costruire il nostro primo sito su un server locale. Innanzitutto, dobbiamo sapere che è un server nostro, che gestiremo noi. Perché sia funzionante, dobbiamo installarlo e, nel caso di database, come il MySQL, attivarlo manualmente.
Andiamo sul sito http://www.apachefriends.org/en/xampp-windows.html#641 e scarichiamo il software XAMPP, che ci permetterà di avere il nostro server personale.
Scompattiamolo e copiamo in C: (o dove vogliamo noi) la cartella xampp, ed avviamo il file xampp-control.exe. Ricordiamoci di selezionare anche Apache e MySQL, nel caso vogliamo installare CMS che li richiedono (non si sa mai).
Dopo aver installato il tutto, avremo il nostro server personale, che potete utilizzare per installare CMS, board, o qualsiasi cosa vogliate.
Ricordate che dovrete attivare il database MySQL ad ogni riavvio del PC; sarà sufficiente cliccare sull’icona di Xampp e avviare manualmente il database.
PARTE SECONDA – CREIAMO LA NOSTRA PRIMA PAGINA HTML
PASSO PRIMO: Dobbiamo sapere che, generalmente, le pagine HTML sono formate da queste “parti”: Head e Body. La prima parte, quella in head, racchiude le informazioni invisibili al lettore, come i metatag (vedremo in seguito cosa sono) e il titolo della pagina. La parte in body è invece quella visibile, che racchiude le tabelle e il testo.
PASSO SECONDO: Incominciamo a scrivere le prime righe di codice. Apriamo il Blocco Note di Windows (in realtà c’è di meglio, ma per ora va più che bene) e dichiariamo che il documento che vogliamo creare è proprio basato sull’HTML.
Codice:
<html>
</html> Ricordate che in HTML gli spazi semplici non contano, e nemmeno le maiuscole o le minuscole.
PASSO TERZO: Ora, come precedentemente detto, scriviamo i tag – ossia le stringhe di codice racchiuse fra i simboli < e > – head e body, in questo modo:
Codice:
<html>
<head>
</head>
<body>
</body>
</hmtl> Cominciamo ora a modificare seriamente questa pagine.
Come prima cosa, potremmo voler aggiungere il titolo, che si inserisce in head nei tag . Il titolo della pagina sarà, comunque, quello riconosciuto dai motori di ricerca (e quello che compare in alto nel browser), non quello che potremmo scrivere in body.
In questo modo:
Codice:
<html>
<head><title>La mia prima pagina HTML</title>
</head>
<body>Prova di testo.
</body>
</hmtl> PASSO QUARTO: Dal Blocco Note, selezioniamo Salva con nome e, poi, salviamo il file in questo modo:
Codice:
"index.html" Ricordiamoci di rispettare anche le virgolette.
PARTE TERZA – GUARDARE LA CONCORRENZA
Saper guardare la concorrenza è un aspetto molto, MOLTO importante quando si crea un sito. Ogni sito, di qualsiasi tipo esso sia, ha una sua concorrenza.
La prima cosa da fare è dimenticarci del nostro sito: ci dobbiamo mettere, infatti, nei panni di un semplice visitatore che vuole cercare un argomento affine a quello trattato nel nostro sito.
Dirigetevi quindi verso un motore di ricerca – Google, Yahoo! e qualche altro – ed effettuate delle ricerche, anche più o meno bizzarre, come se foste dei semplici visitatori e, perché no, anche un poco inesperti.
Ora che avete trovato un sito che sembra esservi “concorrente” (e cioè che ha successo e che tratta i vostri stessi argomenti) osservatelo bene.
CHE COSA MANCA A VOI CHE POSSIEDE QUEL SITO?
COSA POTREBBE INVOGLIARE IL VISITATORE A RIVISITARE QUEL SITO?
IN CHE SITUAZIONE VI TROVATE COL VOSTRO SITO?
PERCHE’ VI PIACE?
COSA NON VI PIACE DI QUEL SITO?
Vedete bene come siano numerose le domande che dovete porvi. Una volta analizzati per bene i concorrenti (potrebbero volerci addirittura settimane), applicate quelle piccole modifiche al vostro sito che potrebbero dargli una spintarella in più.
Anche “copiare” le idee non è male (ovvio, dovrete modificarle e adattarle) ma ricordate: al pubblico non piace la roba già vista. Cercate di essere innovativi!
Sembra semplice, ma non lo è.
Il web inconscio
La diffusione di internet come mezzo di comunicazione ha segnato una rivoluzione non solo nella velocità, nella istantaneità della trasmissione delle informazioni, ma anche nelle implicazioni mentali che la comunicazione sottende.
Nel sistema linguistico del greco antico non a caso sussiste la corrispondenza, l’identità fra il concetto di “parola” e quello di “pensiero”, entrambi espressi dal termine “lògos”: la parola è espressione del pensiero, il pensiero riflette i percorsi della comunicazione verbale.
Nell’era del web community, blog, siti internet, chat, social network favoriscono sempre di più una comunicazione fra individui volta all’espressione del lato più oscuro della loro personalità, degli aspetti meno visibili nelle relazioni sociali non virtuali.
Spesso il web è il ricettacolo di idee ed emozioni inaccettabili socialmente, che nella realtà virtuale è lecito esprimere grazie alla protezione di quella “maschera” che garantisce l’anonimato.
Grazie a questa maschera nel web trovano libertà le vendette, i rancori, gli istinti, la rabbia, le trasgressioni, ma anche la creatività, la possibilità di esprimere se stessi, le opinioni, le ideologie e gli interessi di ognuno di noi senza censura.
“L’inconscio non conosce né giudizi di valore né il bene né il male e nemmeno la moralità”, scrive il padre della psicoanalisi e da questo punto di vista sembra proprio che il web stia diventando sempre di più il “luogo” privilegiato di manifestazione dell’inconscio. Freud afferma che l’inconscio e tutto ciò che di rimosso c’è in esso si manifesta attraverso i sintomi delle nevrosi, i sogni, i lapsus e tutte quelle manifestazioni che rientrano nell’ambito di ciò che egli definisce “psicopatologia della vita quotidiana”, naturalmente in forma simbolica e mascherata.
Se Freud fosse vissuto nell’era del web, avrebbe potuto aggiungere un’altra dimensione in cui l’inconscio trova la sua sede e le sue coordinate espressive attraverso la maschera del nickname o delle identità fasulle: il web.
Condivisione e scambio illecito di files video e musicali, download di film a luci rosse, pubblicazione di video allo scopo di ridicolizzare o diffamare chi ci è antipatico, casalinghe che si improvvisano pornostar in video amatoriali, sono solo alcuni dell’infinità di esempi che caratterizzano il nostro web inconscio, spazio virtuale e mentale, coacervo di forze ed energie psichiche che, chiudendo nella rete, cerchiamo semplicemente di non far giungere alla coscienza obbedendo alle nostre resistenze e ai nostri meccanismi di difesa.

